Orbita (parte II)

Quando da rinato Epilettico ho lasciato casa

Ricordo molto bene quella sensazione. Ero pallido, stanco, a pezzi, con l’operazione fresca nella memoria e nel fisico. Ma con la fuga pronta, strategicamente inespugnabile. Sapevo, e ne sono convinto anche ora, a distanza di quasi vent’anni, che non sarei stato mai più così forte. Ridotto ai minimi termini eppure al massimo della determinazione.

Sono stato incosciente e un figlio di puttana, ma non lo rimpiango. Nei confronti della mia famiglia ero passato da uno stato di protezione e serenità ad ogni costo al totale menefreghismo, come se le dimissioni dall’ospedale mi avessero sollevato da ogni amorevole delicatezza.

Nella doccia, nei miei pochi chili rimasti, sfregavo con forza i bordi della cicatrice per rimuovere ogni minima traccia di colla. Sfregavo via tutto.

Negli ultimi tempi avevo riallacciato i rapporti con una persona che poco più di un anno prima mi aveva fatto soffrire molto. Lo stavo manipolando. Sapevo che si sarebbe iscritto anche lui all’Università di Bologna e a me serviva una spalla per superare lo scoglio rappresentato dalla ferma opposizione di mia madre. Accettavo il suo rinnovato affetto e fingevo di averne a mia volta. Ecco che avevo annesso un nuovo pianeta al mio sistema.

Una volta inglobati anche i miei giovani coinquilini ero pronto per passare alla fase successiva, l’autodistruzione. Allontanati i miei genitori e la paura di far loro del male con la mia presenza non mi rimaneva che consumare tutta quella energia accumulata e vedere cosa sarebbe rimasto di me.

E’ stato molto semplice. Preso dalla nuova vita universitaria macinavo orari folli, dormivo poco, bevevo moltissimo. Non fumavo, quello no, almeno attivamente. Sono riuscito a infilarci anche il mio coming out, l’unica cosa buona fatta in quel periodo. Mentivo spudoratamente ai medici sulla mia vita sana e tranquilla, ma avevano i miei esami in mano, credo che in qualche modo mi capissero. Riuscivo ad alternare le serate in cui mi facevo portare a casa di peso ai brevi weekend con mamma e papà, ostentando la serenità.

Ma so per certo che mio padre, più calmo e riflessivo di mamma, riusciva a vedermi perfettamente, e lo accettava a malincuore come fosse una fase necessaria. Io non so, e non saprò mai, quanto coraggio serva per amare e capire un figlio in questo modo.

Io non lo so se è stato il corretto bilanciamento dei farmaci o l’effettivo esaurimento dell’odio verso me stesso, ma una volta estinto quel fuoco sono rimasto solo io. L’ultimo amico, quello che mi era stato vicino nonostante tutto, aveva gettato la spugna e si era allontanato da me, per salvarsi. Lì ho capito che era finita, che era il momento di accettare e crescere. Anche la mia seconda adolescenza forzata era giunta finalmente al termine.

Avrei rivisto il mio amico molti mesi dopo, quasi un anno. A casa sua, seduto in cucina, avrei pianto fra le sue braccia tutte le lacrime possibili, per me, per lui, per mia madre che in quel momento rischiava di fare la mia fine, e si trovava a sua volta in un turbine di confusione totale.

Ero nel pieno di un trasloco e la casa era stata appena tinteggiata prima della riconsegna. Quella sera, il giorno di Ferragosto, salutato il mio amico ritrovato e tornato ai miei scatoloni, mi sarei concesso l’ultimo caffé, per salutare quelle pareti, il dolore, gli amici perduti e un cuore più leggero.

Pochi minuti dopo la caffettiera sarebbe esplosa, rovinando irrimediabilmente le pareti bianchissime, lasciandomi esterrefatto al centro della stanza, incolume. Ricordo di aver riso tanto.


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