Abbiamo preso un museo di Brescia e l’abbiamo sparato nel futuro. Grazie a una manciata di ventenni

[Post scritto da Alessandro Mininno e Fabrizio Martire]

In Italia, ogni tre passi inciampi in un museo. Il patrimonio culturale è immenso e sparpagliato in tutto il territorio: abbiamo quasi 40.000 chiese e circa 5.000 musei, tutti dignitosi, interessanti e ricchi di valore.

È una figata, direte voi. Ma è anche un problema immenso: conservare e restaurare un patrimonio così esteso costa tantissimo e l’Italia non ha abbastanza risorse.

Nel 2014, l’Italia è stato il paese europeo che ha investito di meno in cultura: lo 0,7% del PIL, contro l’1% della media Ue. Peggio ha fatto solo la Grecia con lo 0,6%.

Se conservare e restaurare è complicato e faticoso, figuriamoci comunicare l’arte e la cultura. In breve, i musei non hanno risorse per farlo. Fino a pochi anni fa non gli interessava neanche: l’obiettivo principale era la conservazione, più che la cosiddetta “valorizzazione” del patrimonio culturale. Spesso, tra gli obiettivi di un museo, capire il target e comunicare non ci sono proprio.

I commenti dei visitatori su TripAdvisor colgono bene il gap tra l’offerta culturale degli Uffizi e il livello eterogeneo dei visitatori.

In sostanza, la cultura italiana non comunica sé stessa (se non in pochi, eccezionali, lodevoli casi). Dove sta il problema? Le istituzioni culturali sono spesso povere, sotto-staffate e arretrate. Il personale, quando c’è, non è misurato sui risultati e non ha voglia di aggiornarsi (emblematico il caso della Sovrintendenza Autonoma di Pompei, che aveva numerose dattilografe che non poteva licenziare).

A questo si aggiunge un atteggiamento, da parte di molti operatori del settore, che tendono a considerare come sacro e immutabile l’argomento su cui lavorano: l’arte, secondo loro, dovrebbe rimanere un tema sofisticato, riservato a coloro che hanno gli strumenti per leggerla. Mai e poi mai consentirebbero di contaminare e sporcare il patrimonio culturale con un approccio più didattico e popolare.

Per esempio fece molto discutere, qualche anno fa, l’operazione dei Bronzi di Riace su Twitter.

“The Floating Piers” di Christo ha generato migliaia di commenti esilaranti

Questo causa un problema, confermato da molti operatori del settore: l’arte, la cultura, i musei stanno diventando sempre meno rilevanti per le generazioni più giovani, che preferiscono spendere il loro tempo in altro modo. Tipo giocando all’Xbox.

Internet, che potrebbe contribuire a diffondere la cultura, spesso invece fa da cassa di risonanza per i punti di vista peggiori.

È possibile migliorare la comunicazione museale, magari utilizzando il digitale per raggiungere un pubblico più ampio?

È da un po’ di tempo che, con Gummy Industries, stiamo cercando di fare qualcosa in questa direzione.

Musei e social media — SvegliaMuseo!

Il primo esperimento è stato sviluppato da Francesca De Gottardo, qualche anno fa. Francesca ha capito che, in Italia, non esisteva una community per tutte le persone che si occupavano di questo tema. Con coraggio, ha lanciato un blog e un gruppo facebook, con un nome molto diretto: SvegliaMuseo. L’intento era far capire agli operatori museali che le opportunità di comunicazione sono a portata di mano: basta svegliarsi.

Ha funzionato: la community è decollata, ha ottenuto l’endorsement dell’allora Ministro dei Beni Culturali Bray e oggi il solo gruppo Facebook conta 10.000 iscritti.

Adotta un oggetto: ci abbiamo riprovato col Musil

Quest’anno l’Università Cattolica di Brescia ci ha chiesto, all’interno del corso di Laurea Magistrale GeCo, di tenere un laboratorio sullo Storytelling transmediale.

Volevamo a tutti i costi che il laboratorio avesse degli aspetti pratici e un forte impatto sul territorio.

Quindi ci è venuto in mente di lavorare con il Musil — il museo dell’industria e del lavoro che ha diverse sedi a Brescia, tra cui quella di Rodengo Saiano. Un po’ di tempo fa eravamo andati al Musil per un evento. Entrambi siamo rimasti a bocca aperta: è un museo di storia industriale, a due passi dalla città, con una struttura e una collezione pazzesca. Non ne avevamo mai sentito parlare. Evidentemente, abbiamo pensato, la comunicazione del museo non era mirata a raggiungere la nostra generazione.

Il brief: adotta un oggetto

Abbiamo portato gli studenti al Museo e abbiamo detto loro che l’obiettivo del workshop era comunicare il museo, in modo nuovo e divertente, senza alcun vincolo. Abbiamo chiesto al curatore di raccontare la genesi della collezione, in termini semplici. E poi abbiamo lasciato che gli studenti pascolassero indisturbati, tra un’autoblindo e un tornio, un cartonato di Bruno Bozzetto e una macchina da tipografia.

Fabrizio accenna un moonwalk

Abbiamo chiesto agli studenti di scegliere un oggetto o un gruppo di oggetti, a partire dalla collezione del museo. Di selezionare un target. E di trovare un’idea per raccontare quell’oggetto. Niente vincoli, niente budget, poco tempo a disposizione (un paio di mesi, di cui solo due giorni con i docenti).

Quello che abbiamo ottenuto è una lunga lista di progetti pazzeschi. Una serie di idee sperimentali, testate sui social network, che sino a oggi sono state oggetto d’esame ma che domani potrebbero davvero entrare a far parte di un piano di comunicazione. Almeno, noi lo speriamo. Di seguito, qualche link:

Museo Atelier — Alessia Pecchini e Valeria Mattioli, curatrici del progetto, mettono in collegamento museo e moda, grazie alla collaborazione con alcuni professionisti di settore. La sfida lanciata da Museo Atelier è semplice: progettare nuovi capi utilizzando tessuti e processi di inizio ‘900. Tutti i figurini e le collaborazioni sono raccolte sull’account Instagram di progetto.

Unboxing Museum — un progetto realizzato da 5 studenti (Muti, Vassalli, Zapparoli, Situani, Solani) che utilizza l’unboxing, uno dei trend più forti su Youtube, come idea di comunicazione. Gli unboxing (‘aprire una scatola’) sono contenuti a metà tra: le recensioni di prodotto, le video-reazioni e la pubblicità, solitamente dedicati all’ultimo gadget tecnologico messo in commercio. Per questo progetto il gruppo di lavoro ha contattato diversi influencer locali e nazionali (per esempio: Andrea Cassarà, oro del fioretto italiano ad Atene 2004 e Londra 2012), chiedendo loro di aprire una delle tante scatole presenti al museo. Il mix composto dallo stupore e la sorpresa di riconoscere un oggetto di svariati anni fa, i nomi coinvolti e il taglio veloce dei video ha permesso al progetto di sviluppare una dozzina di episodi.

Live Musil Brescia — ha un idea semplice: raccontare il museo attraverso video Musicali-comici. Così Ferrari, Nani, Sorsoli e Porri hanno utilizzato il museo come set dei loro esperimenti. Qui sotto la hit “Tornio Subito”.

Dall’uomo alle macchine — il progetto di Marsilli e Cavallaro ha esplorato il rapporto tra tecnologia, industria e uomo. Dall’uomo alle macchine è infatti una serie di interviste ad alcuni dei nomi di riferimento del tessuto economico locale. La domanda è la stessa per tutti gli imprenditori/manager: “Come ha impattato la tecnologia sul tuo lavoro?”. Qui sotto una delle interviste: il maestro Iginio Massari racconta agli studenti l’impatto della tecnologia in ambito alimentare.

Frankenstein al Musil— Il progetto di Gelfi e Bassi valorizza la sezione cinema/storia del cinema di Musil. L’espediente comunicativo è semplice quanto riuscito: dar vita attraverso i social media a una delle statue del museo. Trovarsi Frankenstein che ti chiede l’amicizia su Facebook o che ti apprezza su Tinder non è cosa da tutti i giorni, così in molti si sono divertiti a parlare con il mostro di Mary Shelley per incontrarlo poi al museo.

Alcune chat private su Tinder

Oggetti Memorabili— è una raccolta di MEME e freddure realizzate con alcuni oggetti del museo. Romelli e Scappaticci utilizzano uno dei linguaggi più forti oggi in rete per raggiungere e interessare giovani e giovanissimi. L’immagine che segue è dedicata a uno dei mezzi di trasporto/guerra presenti al museo.

Musical Musil— Anche Cocca, Zorzi e Saponara hanno deciso di unire la comunicazione del museo alla musica. Nel loro progetto hanno sviluppato alcuni MEME/Citazioni di canzoni partendo proprio dagli oggetti del museo.

Rossana D’agnelli ha curato la comunicazione della giornata di presentazione dei progetti, i rapporti con la stampa e i giornalisti. Dando così risalto all’intera attività, qui qualche link.

Il titolo di uno degli articoli pubblicati da una delle testate locali (fonte: Giornale di Brescia)

Mariani e Scolaro hanno organizzato un piccolo evento: “Una notte al museo — esplorazione notturna” dove Human Safari ha realizzato il video che vedete qui sotto

Abbiamo trasformato gli studenti in un ufficio marketing da venti persone

Tra SvegliaMuseo e #AdottaUnOggetto abbiamo capito che cambiare si può, i giovani ci sono e che anche i musei possono riuscire a sottrarre tempo a Clash Royale o a una Instagram stories della Dark Polo Gang. I veri mostri da battere sono l’ostruzionismo e la resistenza al cambiamento.

Budget, forza lavoro e tempo possono essere degli acceleratori, ma il motivo per il quale il paese non riesce a vivere di sola cultura e turismo è una mentalità spesso volta a ostacolare più che a costruire. Grazie a questi progetti siamo riusciti a fare sistema tra musei, fondazioni, aziende, giovani e istituzioni. Non si è fatto male nessuno. Anzi, è stato bello.