Come si costruisce un’azienda a prova di futuro?

Non conosco la risposta, è solo un titolo clickbait. Ma con Gummy Industries ci abbiamo provato, e qui vi racconto come.

(Questo è l’abstract del mio intervento del 3 giugno 2018 al Festival dell’Economia di Trento, nel panel «Come la tecnologia democratizza il lavoro»)

Sono cresciuto con la retorica marxista del lavoratore, alienato, contrapposto al padronato che lo sfrutta. Mai avrei immaginato di diventare un imprenditore — un padrone insomma.

Un padrone sì, ma di questa specie nuova: i padroni in ciabatte.

Come Mark Zuckerberg, siamo padroni che è molto difficile distinguere dai dipendenti. In parte perché la distanza (professionale ed economica) tra imprenditore e dipendente si è assottigliata, almeno tra i creative worker. In parte perché i dipendenti sono costretti a essere un po’ imprenditori: per via dei contratti flessibili e della tecnologia sono costretti a organizzare il proprio tempo e la propria vita con un’autonomia simile a quella di un professionista o di un imprenditore. Messo davanti alla scelta, spesso chi lavora nel mio settore preferisce la libertà e il cash, rispetto alla sicurezza: è di sicuro un’attitudine imprenditoriale.

Ma poi, io non volevo proprio fare l’imprenditore: volevo solo lavorare e avere una vita felice.

Dopo che ho lavorato in cinque o sei aziende, a un certo punto l’ho capito: se volevo fare delle cose nuove, se non volevo lavorare in un ambiente retrogrado, se volevo avere i miei tempi, se volevo arrivare in ufficio alle dieci, se volevo lavorare in un ambiente umano avrei dovuto creare da solo il mio posto di lavoro.

Quindi, con Fabrizio e Giorgio abbiamo aperto Gummy Industries.

Gummy è un’agenzia di comunicazione digitale che esiste dal 2011, a Brescia. Siamo una ventina di persone e io sono il più anziano, e ho 38 anni. Dal primo giorno abbiamo cercato di creare un ambiente in cui noi stessi volessimo lavorare. Non era una cosa ovvia da fare nel 2011 e non lo è ora. Aprire e gestire una ditta è un vero sbatti. Perchè lo facciamo?

La prima cosa di cui ci siamo occupati è il fine ultimo, il “perché” del nostro lavoro. Perché lo facciamo? Perché ci alziamo al mattino (tardi) e andiamo in ufficio?

Per noi, l’obiettivo di Gummy è scambiare una caramella con ogni persona del mondo. Che significa conoscere cose nuove, persone nuove, viaggiare e stabilire nuove relazioni. È un obiettivo di lungo termine ed è più importante del fatturato del singolo anno o del margine di contribuzione.

Always talk to strangers. They have the best candy

È utile? Meglio, è fondamentale.

Avere un’idea di lungo periodo ci aiuta a fare le scelte strategiche ogni giorno. Ha delle implicazioni immediate e di impatto sul nostro day by day: le attività divertenti avranno sempre la precedenza su quelle noiose, i progetti internazionali ci emozionano più di quelli locali e saremo sempre disposti — letteralmente — ad accettare caramelle degli sconosciuti.

Oltretutto, lavorare con questa filosofia ha un ottimo impatto anche a livello locale: riportiamo a Brescia nuove idee, competenze e persone.

[Per i nerd del branding: il framework che stiamo usando è “Start with why, di Simon Sinek. L’articolo di Fabrizio Martire qui sotto lo approfondisce]

Partendo da questa missione condivisa, abbiamo iniziato a costruire, pezzo per pezzo, lo strumento che ci porta a raggiungerla. Oggi, questo strumento è una SRL con una ventina di collaboratori. Tutti giovani, tutti intelligenti.

Con la sede a Brescia e con i clienti in tutta Italia (e qualcuno all’estero). L’azienda è solida e profittevole, ma è solo una piattaforma. Ci serve per raggiungere il nostro obiettivo e per vivere con una buona qualità della vita.

“Sii gentile coi nerd. È probabile che, prima o poi, finirai a lavorare per uno di loro”

I ventenni, quelli che chiamano orrendamente i millenials, si aspettano di venire al lavoro e di trovare strumenti facili e veloci come quelli che usano a casa: come Facebook, com Twitch, come YouTube.

Se gli imponessimo di usare Exchange o Outlook o PowerPoint li staremmo uccidendo.

Per questo, usiamo tutta la tecnologia possibile per agevolare il lavoro: la conversazione permanente di Gummy avviene su Slack, una specie di skype in steroidi.

Tutti possono accedere, quando vogliono, anche solo per scambiare due link e fare quattro chiacchiere. E lo fanno.

Poi abbiamo Dropbox e anche una wiki aziendale*, che ci permette di salvare tutta la conoscenza che si crea attorno a un progetto, ma anche la discussione che avviene attorno allo stesso. Sembra banale, ma è rivoluzionario.

Tutti hanno accesso completo a tutta l’informazione, se vogliono.

Possono vedere i progetti vecchi, i progetti nuovi.

Non re-inventare la ruota. Fare copia e incolla. E impegnare il loro tempo nel trovare soluzioni nuove, anziché nel re-inventare quelle vecchie.

È anche un sistema molto orizzontale, in cui tutti possono commentare su tutto: abbatte la gerarchia.

[*per i nostri colleghi che sanno cos’è l’enterprise 2.0: sì, sappiamo che questa roba è nota ed è utilizzata da dieci anni. Infatti la usiamo da dieci anni.]

Tra work e life, “choose life”.

Una delle sfide più grandi, lavorando con la tecnologia, è la demarcazione tra lavoro e vita privata. Questa demarcazione non esiste più. Se non stiamo attenti, il nostro lavoro tende a risucchiare tutta la nostra vita.

Il lavoro non è un valore in sè: cerchiamo di lavorare il meno possibile.

La qualità del nostro lavoro non è una funzione delle ore che passiamo in ufficio.

Anzi, crediamo che sia il contrario. Siamo “creative worker”: la qualità del nostro lavoro è proporzionale ai nostri interessi, agli hobby, alle vacanze. Insomma, è una funzione del cazzeggio.

Da Gummy non si lavora la sera e non si lavora nel weekend. Sembra banale, ma nel mondo della comunicazione raramente funziona così: anzi, esiste una precisa cultura attorno al sovra-lavoro delle agenzie pubblicitarie (la serie tv Mad Men racconta esattamente questo), ma anche delle società di consulenza e degli studi legali.

Io credo che questa cultura sia in buona misura frutto della disorganizzazione e dell’ansia da margine di contribuzione, più che della reale necessità di lavorare la notte. Se ho smesso di lavorare di notte e nel weekend è principalmente merito di Fabrizio Martire. Decidendo di lavorare “solo” otto ore al giorno, o meno, sono costretto a organizzarmi bene, a delegare e a scegliere quali cose sono importanti e quali no.

https://www.facebook.com/IlConsulenteImbruttito/

Visto che il lavoro non è tutto, ci piacciono le persone con tanti interessi, e cerchiamo di agevolarli. Il nostro sistemista suona in un gruppo rock. Il nostro design director è appassionato di fermentazione e lievitazione (fa un sacco di focacce, insomma). Io disegno. Fabrizio ha una trasmissione musicale in radio.

Questa diversità è quello che dà profondità ai progetti e ci permette di imparare sempre cose nuove.

The end of the work (as we know it)

Poi, ci siamo resi conto che il lavoro ha dei vincoli, delle norme scritte o non scritte, che non sono più necessarie, nel 2018.

Cioè la gente va in ufficio, sempre alla stessa ora. Timbra il cartellino. Sta in ansia tutto l’anno, in attesa delle ferie. Legge la Gazzetta di nascosto dal capo.

Abbiamo pensato che questi vincoli non erano necessari e li abbiamo spazzati via. Per esempio abbiamo cancellato gli orari.

L’ufficio di Gummy è bello, è comodo, è colorato. C’è infinito caffè gratis, i biscotti, le caramelle, la playstation: sappiamo che è il luogo dove passiamo la maggior parte della giornata (o della vita), quindi l’abbiamo fatto bello.

Ma la gente non è obbligata a starci. La flessibilità di orari è totale — almeno nella nostra prospettiva. Le persone possono lavorare dove e quando vogliono, a patto che rispettino il tempo degli altri e che non perdano mai di vista le deadline e gli obiettivi.

Il project manager vuole andare in Puglia dalla mamma una settimana? no problem. Il designer vuole stare due settimane di vacanza in Giamaica? Ottimo. Il copy deve andare dal dentista? Non deve chiedere il permesso a nessuno, va e basta.

Certo, facciamo un po’ fatica a spiegarlo al nostro Consulente del Lavoro. Lui dice che concediamo permessi pagati illimitati pagati a tutti i collaboratori. È così.

Ma non solo. Vale anche per le vacanze.

Le vacanze sono una figata. Se vogliamo essere ispirati, conoscere cose nuove e persone nuove, dobbiamo viaggiare il più possibile. Non possiamo pensare di creare un’agency di livello elevato, stando sempre in ufficio a Brescia.

E poi perché uno dovrebbe fare solo due settimane di ferie ad agosto? È immorale. La nostra azienda è nata per permettere a noi e a tutto il team di viaggiare e di conoscere il mondo.

Abbiamo una policy per cui tutti possono fare vacanze infinite, quando vogliono durante l’anno.

Sembra controintuitivo ma funziona. Le persone non ne abusano e sono più responsabili.

Ci sono pro e contro di questa policy, che è già utilizzata da molte tech company internazionali (come Spotify, Hubspot e Netflix) e anche da alcuni grandi player italiani.

Corporate culture significa anche insegnare agli altri. A volte, gratis.

Da Gummy quasi tutti insegnano.

Io e Fabrizio Martire insegniamo in sette master, progressivamente tutti stanno insegnando. Per esempio, michele pagani sta tenendo un corso in cattolica in cui ha invitato Luis Sal, Lercio, Coma Cose a raccontare agli studenti come si crea internet, nel 2018.

Fried Eyes — Alessio Bernesco Làvore ci spiega il design nella fantascienza

Insegnare è molto importante: per fermarsi a riflettere sul proprio lavoro. riuscire a raccontare il proprio lavoro è difficile, se riesci a farlo capire a uno studente annoiato sei il king.

E poi Gummy mette a disposizione formazione infinita: se uno vuole un libro, andare a una conferenza, sentire un talk, noi lo sponsorizziamo. D’altra parte siamo knowledge workers, se non troviamo un modo di stare sempre aggiornati diventeremmo obsoleti in poco tempo.

Cerchiamo anche di valorizzare i diversi talenti delle persone. Se hanno dei progetti, noi li incentiviamo. Giorgio ha organizzato una serie di conferenze sull’estetica del digitale. Martina sul food. Anna ha creato un gioco di carte. Appoggiamo tutti i pet project più pazzi.

Perché lo facciamo? Perché se crediamo nel potere dei network, Gummy è il primo network: ha il potere di spingere tutti i progetti in cui crede.

Join us! or don’t.

Quello di Gummy è un modello che va bene per tutti? Probabilmente no.

Il vantaggio è che, nel giro di qualche mese, chi è come noi resta, chi ha bisogno di un’azienda più formalizzata cambia.

Siamo molto orgogliosi dell’ecosistema che stiamo costruendo, anche perché attira le persone come noi, da tutta Italia. E spesso ci portano delle caramelle.