Su Dark Polo Gang, comunità e comunicazione

Due mesi fa, a Tokyo, ho provato un senso di continuo cosa sta succedendo?, un mix di jet lag, suoni incomprensibili, kanji, caos, volti, cibo. Un viaggio stupendo, ma con un costante sottofondo di disorientamento.

Venti anni prima, all’oratorio, il Don aveva girato la visiera del suo cappellino giallo. Aveva inventato un’Ave Maria rap e si stava esibendo al microfono, lasciandomi più o meno la stessa sensazione. All’epoca non capivo, ma provavo una stranezza che stava a metà tra la pietà e l’incredulità.

Queste due sensazioni, tra loro apparentemente slegate, raccontano la stessa identica cosa: il forte legame, non solamente etimologico, tra il concetto di comunicazione e quello di comunità.

Quel senso non era disorientamento, ma assenza di comunicazione.

Ogni relazione umana si costruisce con dei capisaldi condivisi: se mancano, risulta faticoso crearli. Se esistono già, il gioco è molto più semplice. E cosa sono le relazioni, se non comunicazione? Riuscire a comunicare coincide con l’essere comunità, definendo la propria individualità rispetto agli altri, in un sistema di riferimenti condivisi. Il Don non sapeva nulla di rap e io non sapevo nulla di Tokyo. Non era disorientamento, era un tentativo di comunicazione tra due comunità differenti.

Ed è esattamente quello che succede su internet.

Il web ha complicato tutto, creando un mondo in cui esistono micro comunità fluide (leggi le fan page “Conquistare ingenti quantitativi di prugna grazie alla vecchia ItaloDance” su Facebook o il gruppo “mamme vegane”), stimolate da nuovi canali di interazione, dove le relazioni sono fragili e basate su un linguaggio mutabile e facilmente equivoco.

Ci si aggrega attorno a deboli riferimenti condivisi, che generano un senso di appartenenza a comunità nuove e granulari. Questa cosa non succedeva prima di internet, quando le istituzioni (in politica come nel business) ci parlavano da uno schermo, definendo un modo di comunicare che lasciava poco spazio ad alternative. Oggi internet ha dato voce a tutti, permettendo la nascita di nuovi riferimenti comuni, che si generano senza sosta, in un dialogo continuo che definisce codici di linguaggio sempre nuovi ed autoreferenziali.

Il risultato? Incomunicabilità.

E cosa succede? Si creano dei silos generazionali sempre più definiti: mio padre non capisce il valore di un like su Facebook, mia sorella usa la propria bacheca come una Smemo, io non capisco il fenomeno Dark Polo Gang.

Ed è solamente questione di fondamenti, di aver definito le proprie radici rispetto ad uno specifico terreno. È questione di comunità, prima ancora che di comunicazione: i nostri codici culturali sono sempre più clusterizzati, circoscritti da relazioni fluide, mutabili e spesso indefinite. Internet te lo spiattella in faccia ogni giorno. Le cazzate che leggi su Facebook sono sì l’espressione di pensieri che non condividi, ma rappresentano anche un modus di comunicazione diverso dal tuo. Che, guarda caso, spesso coincide esattamente con dei cluster generazionali.

Siamo fatti di valori. Siamo i telefilm con cui siamo cresciuti, la musica che abbiamo ascoltato, il contesto culturale ed il livello di benessere raggiunto. E se nel mondo pre internet i riferimenti culturali sono stati per lo più mono-direzionali, nel mondo di oggi questi si sono moltiplicati, facendo sì che si continuassero a ridefinire.

Ecco perché è molto difficile comunicare tra silos. Ecco perché ti sembra che i social media manager a volte facciano schifo: perché comunicano con una comunità a cui tu non appartieni (o a volte non comunicano, ma è un’altra storia).

Un brand fatica a parlare diverse lingue, e così la politica e la religione: ogni linguaggio porta con sé dei riferimenti culturali che si danno per scontato. E se voti Salvini, è probabile che sia perché hai i suoi stessi riferimenti culturali: in politica come nel business vince l’empatia che si crea grazie a una comunicazione vincente, fatta di valori condivisi. E nel 2017, o li hai o non li hai: non c’è tempo per crearli nel tuo interlocutore. Se ci provi, sono già cambiati.

È difficile ammetterlo, ma spesso regna l’incomunicabilità. Un po’ come a Tokyo, o nel portico dell’oratorio. Per comunicare servono codici di linguaggio condivisi, e internet è uno strumento di propagazione dove si riuniscono linguaggi spesso troppo diversi tra loro.

Papà, è normale se non ci capiamo. Cuginetto, perdonami se mi fanno cacare i DPG. Non ci capiremo mai ma potremo comunque volerci bene.

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