Scappavamo sopra monte.

DadaLo
DadaLo
Sep 3, 2018 · 5 min read

Prologo. In volo.

Il rombo dei motori sembra squarciare quel poco di silenzio rimasto in fondo a questa giornata senza fine. ‘E’ normale, cosa vuoi che succeda al decollo’. Sì — per carità — normale è normale. Mi chiedo però se con tutto questo rumore possa essere più o meno possibile accorgersi di qualcosa di anormale, se mai dovesse darsi l’occasione. Passo in rassegna i titoli del The Guardian: ‘Party to adopt new anti-Semitism rules after row’. New anti-Semitism rules? Questo è il terzo millennio: viviamo in quattro paesi contemporaneamente e prendiamo aerei come taxi mentre ci costringono ad assistere al perenne andamento ciclico della storia. Quasi come se non avessimo imparato niente. Quasi come le banalità che diciamo. Quasi come l’ovvietà del mio pensiero in questo momento. Cercando la posizione migliore per sostenere il peso di tutta questa ovvietà per almeno un’ora e cinquantacinque minuti, allungo di ben otto centimetri le gambe e sprofondo nel greje riposante della cappelliera. Il greje, come tutte le ‘zone grigie’, rappresenta l’angolo accogliente in cui si rifugia chiunque, come me, non riesca a decidere un colore definito da dare alla propria libreria. Cercando di coglierne le mille riposanti inesistenti sfumature, butto indietro la testa e cerco di recuperare tutto il tempo che ho l’impressione di non avere mai.

Il 31 agosto del 1943 in poco meno di dieci minuti la città di Pisa crollava in tutto il suo celebrato antico splendore sotto i colpi di un bombardamento alleato.

Ho provato a fare ordine all’interno di una cornice storica già perfettamente documentata, qua presa in prestito soltanto per consentire un esperimento “creativo (?), personale e assolutamente non didascalico. Il tutto in un pericoloso e precario equilibrio tra il bisogno fisico di ricordare e la necessità di tornare a dar voce a chi, come naturale che sia, oggi voce non ha più. Senza glosse, senza archivi in citazione, senza codice né categoria.

Liberarsi dalle categorie per un cultore (volente o nolente) della disciplina è un atto di terrificante ribellione (e non, ahimè, di rivoluzione). Non so se ci sono riuscita. Casomai potrei ricominciare da capo. Casomai potrei cominciare dal principio.

Quattro giovani — Le voci.

  1. Elia

Sono nato nel 1920.Sono nato nel 1920 e a quel tempo di tempo non ce n’era. Non c’era tempo di aspettare, di aspettarsi, non c’era tempo da perdere. Quando sono nato io il mio paese era una linea di trincea tra l’attesa del nuovo e l’ansia di conservare il vecchio. Non c’era voglia di fuggire, soltanto esigenza di andare. Quando sono nato io, avremmo tanto voluto studiare. Il paese si è fatto culla e balia, talvolte infida, ma si è a suo modo preso cura di noi. Quando mi guardo indietro e mi chiedo se mi sarebbe bastato restare tra le sue braccia…mi rispondo che, nonostante il suo prezzo, quella fuga fu la cosa migliore che potessi fare. E oggi non ho paura del futuro, ma lo aspetto, lo aspetto in gloria. Anche quando non sono certo di quello che mi riserverà il domani.

2. Joanna

Sono nata nel 1927. Quando sono nata io gli svaghi erano pochi. Non c’era modo di lasciarsi coinvolgere da tutto quello che non potevamo permetterci. “I soldi non fanno la felicità”, ripeteva spasmodicamente mia madre: goriziana, 36 enne, vedova da pochi mesi. Mio padre cadde nella campagna d’Africa e a me e mio fratello niente rimase se non l’ardente necessità di conservare un ricordo. In Edo si fece mordente per combattere il giorno dopo, in me si tramutò nel tenero spirito di conservazione che, a mia insaputa, si sarebbe fatto compagno fedele. E compagno fedele fino alla fine. La Tenuta è la nostra casa, non l’abbiamo scelta. Lei ha scelto noi. E da quel giorno non avrei mai voluto lasciarla.

3. Francesca

Sono nata nel 1924. E sono madre praticamente da quel giorno. Sono madre da quando mia madre si ammalò. Sono stata madre per i miei fratelli, sono stata una compagna per mio padre e sono stata il punto di riferimento per mia nonna che, nella fretta di insegnarmi come si cammina nel mondo, mi ha riempito la testa di modi di dire che fuori dalle mura del paese, naturalmente, nessuno conosce. La ferrovia segna il confine tra quello che da sempre rappresenta il mio mondo e…tutto il resto. La curiosità per ciò che c’è di là è qualcosa da signori. Il lavoro di mio padre a malapena ci mantiene, ma non ho mai pensato nemmeno per un secondo che il mio posto potesse essere altrove. Non ho mai sentito il peso di quel mondo di Atlante che tutti gli altri intravedono sulle mie spalle ma che per quanto mi riguarda è lì da sempre e lì può restare. E’ sempre stato così e non mi sono mai chiesta se potesse essere diverso. E adesso quando mi sento stanca, mi guardo indietro, poi guardo in sù e cerco con tutte le mie forze di ricordarmi che la mia famiglia viene prima di tutto. E che di questa vita, che ci piaccia o no, non possiamo disporre.

4. Ugo.

Sono nato nel 1920. E mannaggia alla miseria se ripenso a quella metà di secolo..che nostalgia! Che la vita merita di essere vissuta lo sappiamo tutti oggi ma noi, in Tenuta, lo sapevamo meglio di tutti! Questo prima che arrivassero quegli anni….però andiamo con ordine! Sto già divagando. Sono nato nel 1920, la mia famiglia, tenuta su da noi tre figli maschi, vedeva i miei genitori giocare un ruolo centrale all’interno della Tenuta e delle dinamiche della nostra vera famiglia: la famiglia reale. Nessuno mi avrebbe mai potuto convincere che mi sarei sentito a casa da un’altra parte e nessuno, così credevo, mi avrebbe mai potuto inculcare che dopo quella vita ci sarebbe stato molto altro, o che ci saremmo sentiti così a casa altrove. Per esempio..a casa nostra. Ho combattuto per la libertà e la guerra me l’ha fatta sotto il naso, ma solo un po’. Si è portata via qualcosa di me ma per anni ho creduto che fosse quel qualcosa di me ad esserle rimasto incollato addosso mentre si portava via i miei amici e risparmiava me. Perché i valorosi, in fondo, le restano indimenticabili. Quando mi guardo indietro penso…perché mai dovrei guardarmi indietro? E se guardo avanti chiedo al tempo di non correre troppo perché a me le cose… piace farle con calma.

HispaniolaMainMast

HispaniolaMainMast is a wandering space administrated by a young writing amateur in wanderlust who coexists with the urgency of improving her tools and the need of sorting out her place in the world. Mindful readings and writing will be the main areas of ideas — share. Eng & Ita

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