Educazione sentimentale: riempire le teste o ispirare le menti?


Sull’onda dello sdegno per il fenomeno del femminicidio, nel 2013 è stato presentato un disegno di legge per introdurre nella scuola una nuova materia di studio: l’educazione sentimentale. Il disegno di legge prevede che si aggiunga al programma di studi, dalla scuola secondaria, un’ora di lezione obbligatoria per tutti gli studenti.

Cito dal testo di legge:

“Promuovere percorsi tesi a stimolare nei ragazzi e nelle ragazze la capacità di riflettere e ragionare sull’emotività, sui sentimenti, sull’affettività, attraverso una formazione che si misuri criticamente con la complessa sfera dei sentimenti e con l’obiettivo di fornire ai giovani delle nuove generazioni gli strumenti necessari a gestire i conflitti di domani, i fallimenti, i rifiuti, le complesse fasi dell’adolescenza. Negli ultimi anni molte scuole attente ai fenomeni della prevenzione della violenza, usufruendo dell’autonomia scolastica, hanno avviato progetti didattici incentrati, oltre che sull’educazione sessuale, sulla scoperta e sulla consapevolezza del proprio corpo anche sull’educazione sentimentale degli studenti e delle studentesse. Negli ultimi anni molte scuole attente ai fenomeni della prevenzione della violenza, usufruendo dell’autonomia scolastica, hanno avviato progetti didattici incentrati, oltre che sull’educazione sessuale, sulla scoperta e sulla consapevolezza del proprio corpo anche sull’educazione sentimentale degli studenti e delle studentesse.”

L’intento è lodevole, ma pensare che sia possibile conseguire tali risultati con un’ora di lezione settimanale a compartimento stagno, è quanto meno illusorio. Per cominciare, occorre dire che l’esperienza dell’ora di educazione sessuale citata nel testo, in molti casi non è stata poi così utile ed entusiasmante per gli studenti. Molto dipende dalla formazione degli insegnanti, alcuni dei quali, purtroppo, non sono ancora riusciti a comprendere a fondo un concetto essenziale dell’insegnamento: quando entri in una classe, devi lasciare fuori dalla porta le tue credenze e le tue opinioni personali. Per chiarire il senso di ciò che voglio dire fornirò due esempi:

1. Lo scorso anno, l’insegnante di lettere di mio figlio (quinta liceo), nel contesto di una discussione sulla sessualità, ha pensato bene di esternare agli studenti la sua opinione negativa sull’omosessualità definendola una malattia.

2. Il mese scorso, nella classe di mio nipote (terza media), si è tenuto un corso di educazione sessuale nell’ambito dell’ora di anatomia. A tenere queste lezioni è stata la vicepreside in persona, una suora laica, la quale ha detto ai ragazzi che non bisogna mai usare i preservativi, perché quella cosa lì si deve fare solo tra moglie e marito per fare figli e non in altre occasioni.

Non credo ci sia bisogno di chiedervi se secondo voi queste sono le persone più adatte a tenere lezioni su certi temi, ma la vera domanda è: avete idea di quanti insegnanti si dispongano su questi livelli? Se solo nella mia famiglia posso presentare due casi come questi, significa che, qualunque sia il numero, sono comunque troppi!

Mi chiedo quando in questo paese s’inizierà a capire che la formazione di un essere umano non dipende dall’aggiunta di un’ora di questo o quello, per riempire le teste degli studenti con nozioni, regole, informazioni e opinioni, né dalla riorganizzazione della scuola con tutte le relative problematiche irrisolte di cui si discute da troppi anni.

Una buona educazione, è quella che prepara una persona ad affrontare la vita nella sua totalità e contribuisce alla felicità e alla realizzazione dell’individuo, laddove un’educazione povera, invece, fallisce in questo compito.

Dice Edgar Morin:

“L’insegnamento attuale fornisce conoscenze senza insegnare che cos’è la conoscenza. Non si preoccupa di conoscere che cosa significa conoscere, cioè i dispositivi cognitivi, le lodo difficoltà, le loro debolezze, la loro propensione all’errore, all’illusione. Si dovrebbe quindi insegnare una conoscenza pertinente, che deve rivelare le diverse facce di una stessa realtà, invece di fissarsi su una sola, Questo vale anche per le nostre relazioni più personali. Nei primi tempi di un incontro d’amore noi vediamo dell’altro la sua faccia luminosa. Ma, come la Luna, l’altro ha la sua faccia oscura, che noi talvolta scopriamo troppo tardi, con spavento. Orbene, dobbiamo sapere che ognuno di noi ha due, talvolta più personalità che si succedono nell’amore come nella collera, e alcune appaiono secondo cicli interiori che sorprendono.”

A qualcuno verrebbe mai in mente d’insegnare ai giovani che le donne cambiano con la maternità, e che l’impreparazione a questi cambiamenti è una delle cause più frequenti di fallimento nei matrimoni?


Risulta del tutto evidente che una scuola frammentata, dove ogni materia è decontestualizzata, non potrà mai aspirare a fornire una conoscenza multidimensionale che prepari alla vita, al massimo può aspirare a fornire un adattamento alla società, laddove adattamento non fa rima con felicità.

Non sarebbe giunto forse il momento di capire che il metodo d’insegnamento fin qui adottato nella scuola italiana non funziona?

Guardiamoci intorno, esistono altre realtà scolastiche e altri metodi educativi che si potrebbero prendere ad esempio, soprattutto ricordiamoci che una vera rivoluzione della scuola può avere inizio solo da una vera rivoluzione di vita.

“Perciò imparate prima di tutto ad amare!”