Ultimamente in giro nel web, abbiamo assistito al polverone mediatico generato dalla comunicazione da parte di Facebook, dei risultati statistici di un suo vero e proprio esperimento cognitivo condotto nel 2011 su un campione casuale di utenti (forse anche su di te o su di me…chissà) : l’esperimento consisteva nel veicolare la selezione dei post nel newsfeed di ogni utente (in base alla tipologia dei termini, delle immagini, dei contenuti) con l’intento di testarne le percezioni e le reazioni su uno stream fortemente negativo, pessimistico e depresso o su uno fortemente positivo, allegro e divertente.
In sostanza hanno ritenuto importante investigare su alcune percezioni comuni. Ad esempio controllare se la visualizzazione di post e contenuti positivi, condivisi dai propri contatti, induca un individuo a sentirsi più felice e attratto dal mezzo che l’ha reso tale (quindi Facebook, nel caso di specie) oppure viceversa sentir di volere “cercare altrove” se vengono filtrati in Home, solo contenuti espressamente down. Infatti ciò che realmente “preoccupava” era se l’esposizione alla negatività della propria rete di amici inducesse l’utente a evitare Facebook, quindi generasse un calo di utenza sulla piattaforma (conseguenza:un ovvia diminuzione dei ricavi).
Soprattutto in virtù della natura (inutile negarlo) prettamente economica e commerciale di tali indagini, le polemiche sull’eticità di un comportamento del genere non sono di certo mancate. Si è parlato di eccesso, di abuso di potere, di manipolazioni emotive, da parte dall’amministrazione di Menlo Park. Adam D. I. Kramer, co-autore dello studio e membro del team di Core Data Science di Facebook, si è difeso di recente dalle polemiche in questo modo:
“La ragione per cui abbiamo compiuto questi studi deriva dalla nostra preoccupazione nei riguardi dell’impatto emotivo di Facebook, perché a noi importa delle persone che usano il nostro prodotto.”
Neppure le dichiarazione del Kramer hanno spento il dibattito. Qualcuno avrebbe visto più onesto dichiarare “…perché a noi importa CHE le persone USINO il nostro prodotto”.
Non sono mancate ovviamente le scuse del COO, Sheryl Sandberg, che ha formalmente (ma poco convincentemente) chiesto venia pubblicamente proprio nell’ultima conferenza in Nuova Delhi.

Le emozioni suscitate e la capacità che contenuti mediatici hanno di influenzarle, soprattutto foto e immagini, rendono, ad oggi, i social network uno dei più grandi veicoli pubblicitari; esatto, un puro e semplice veicolo commerciale, finalizzato alla vendita. Vendite che risultano quindi veicolate maggiormente da campagne di social media marketing piuttosto che basate solo sull’adv tradizionalmente intesa.
Basti pensare al nuovo algoritmo di Facebook e a quanto stia spingendo per un forte utilizzo dei post con immagini o video, poiché rappresentano il miglior veicoli di trasmissione per le emozioni. Ad esempio, se volessimo suscitare la stessa emozione che abbiamo provato guardando un bel tramonto non basterebbero mille parole per descriverlo. sarebbe come chiedere ad un bambino di scegliere tra un dizionario e un libro illustrato: avete dubbi sulla scelta? Nulla di nuovo quindi; il contenuto visuale, l’immagine resta sempre forte veicolo di trasmissione delle emozioni, e nello specifico diviene un contenuto sempre più facile da caricare sui social e da rendere veloce nel consumo, se ben selezionato e veicolato. E per rimanere in tema, richiede meno costi rispetto al ben più complesso video emozionale.
Per questo motivo nel corso dei prossimi mesi vedremo,un dominio sempre più preponderante di Instagram e Pinterest rispetto ad esempio a Twitter. La piattaforma di San Francisco ad esempio, nasce come microblogging (micro solo per la limitazione dei 140 caratteri) e pertanto la sua utenza si è avvicinata a questo prodotto per questa specifica peculiarità, per la semplicità nel reperire informazioni, notizie e scoop in tempo reale; motivi diversi da quelli che hanno portato alla nascita di social prettamente immaginocentrici. Per questo motivo il famoso microblog ha dovuto aggiornare, per non dire cambiare la sua stessa natura, inserendo la possibilità di caricare immagini e video sentendosi comunque sempre un passo indietro alla concorrenza. C’è chi, senza risultare del tutto forsennato, inneggia al monopolio del web da parte dei social e dall’oligopolio di pochi nell’ambito delle diverse piattaforme.
Possibile che la rete democratica per eccellenza, quale era già il web 1.0, protendendo ormai verso la sua terza rinascita, stia ideologicamente tornando indietro? Che si stiano costruendo strade preferenziali per pochi eletti? E che al tempo stesso si stia limitando le possibilità dei più?
Ma soprattutto, è possibile che, senza accorgercene, siamo noi stessi utenti che prediligiamo la lettura attraverso le immagini, gli artefici di tutto ciò?
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