Cap. 2 — Human Factor

Per una politica della vita consapevole, cooperativa e solidale


Se la trasformazione economica va contro l’individuo


E tuttavia per quanto acuta e decisiva resti la contrapposizione tra il capitale che vuole chiudere da vincitore definitivo, proprio con l’emblema della precarietà, il “finale di partita”, e il lavoro costretto sempre più ad arretrare e resistere, questo non è l’unico fuoco conflittuale che la globalizzazione squaderna sulla scena. La partita è più complessa, il campo di gioco più largo. Lo è anche per le contraddizioni e per i conflitti che si possono aprire, dentro un dominio che appare a prima vista come irreversibile.

Se da una parte l’economia capitalistica che da reale si fa finanza offre al mondo il proprio catalogo di accresciute diseguaglianze, di riemergenti e dilaganti povertà, oltre che di spostamenti giganteschi di poteri e rovesciamenti di gerarchie sottratte alla sovranità degli Stati per riporle nelle mani di ristrette oligarchie, dall’altra essa costruisce e abita la globalizzazione portandovi dentro il proprio tratto fondativo originario. Quella capacità innovativa di mutare costantemente di forma, di occupare nuovi spazi e adattarsi alle situazioni fino a diventarne egemone. Dal suo punto di vista, sa mettere in atto la “felice ambiguità” di essere, insieme, sistema che esclude e include.

Da una parte questo sistema ormai planetario porta sempre più ad escludere, restringendo i luoghi dell’accumulo di ricchezze e profitti ed allargando i margini della subalternità sociale dove affolla moltitudini silenti, non soltanto nei paesi e continenti decentrati rispetto al baricentro occidentale, ma ormai nel cuore stesso dell’Europa comunitaria. Ed è un’esclusione che, in assenza di processi capaci di rimetterla in discussione, inevitabilmente condurrà verso una multipolarità planetaria dove un’aristocrazia del sapere, del potere e del profitto, prosperirà distaccata da una massa passiva di consumatori, distante a sua volta da moltitudini escluse sia dal sapere sia dal consumo.

Qui è il cuore della questione dove si scolpisce su una pietra dura lo scarto crescente tra ricchezza e povertà in ogni dove del pianeta. Disparità salariale, decremento del reddito, disoccupazione di massa, diseguaglianze stridenti hanno ormai raggiunto, dentro la crisi, livelli tali da far acquisire allo scarto quantitativo di ognuna di queste malattie sociali che l’economia capitalistica produce un significato sempre più qualitativo ed esistenziale. Diviene ogni giorno che passa la cartina al tornasole che snatura la stessa etica condivisa del vivere.

Al tempo stesso non si può non riconoscere che esso esprime una grande capacità e forza inclusiva. C’è in questo cortocircuito del suo cammino un tratto che altro non si può che chiamare innovativo. Il motore della sua “distruzione creatrice” se da un lato espropria i campi sociali che percorre, dall’altro trascina dentro nuovi spazi popoli e paesi emergenti tenuti fin qui in disparte dal “benessere” occidentale e contribuisce, con le proprie irrisolte contraddizioni, alla loro controversa ascesa.

Questo contrasto, così acuto e insieme dinamico, forse in nessun altro luogo risulta visibile come nella metafora che segna l’ideologia di fondo di questa economia che si fa mondo: quella della crescita. Essa non può essere altro, date le dinamiche del sistema, che crescita continua, indiscriminata, vorace, quando la contingenza economica lo consente. Ed è proprio in questo, in definitiva, “antieconomica”, per il fatto di comportare un tale incremento dei costi ambientali e sociali, per non dire di quelli umani, da renderci più poveri. Ma intanto essa è al costante inseguimento di nuovi prodotti, da sostituire il più rapidamente possibile, nel circuito ondulante della “domanda“, rendendo i consumatori dipendenti al punto da tramutare in bisogni i loro desideri vissuti come in un incantamento feticistico. Gli apparati simbolici e mediatici che presiedono all’immaginario degli “stili di vita” da una parte e alla logica della “obsolescenza predeterminata” delle merci dall’altra sospingono ogni volta, crisi dopo crisi, la crescita in avanti. Ma in avanti l’economia liberista fa avanzare anche una sua forma selettiva e discriminante di “decrescita”, fatta di beni e servizi sociali che si riducono e si dequalificano, dal trasporto pubblico alla salute dei cittadini, dall’istruzione diffusa al depauperamento del patrimonio dei beni comuni.

Da economia si fa poi ideologia laddove ha bisogno di spostare il nostro sguardo lontano dal cumulo di paure e di dolore che le lacerazioni del suo agire produce verso il rincuorante racconto di una narrazione popolare, suasiva e capziosa, che quotidianamente ci parla di possibilità sempre competitivamente aperte all’emergere del singolo individuo fuori dalla moltitudine anonima dentro cui si ritrova. Una gara d’incessante selezione e competizione che ha per protagonista l’individuo con la propria solitudine. Deprivato ormai di appartenenze in cui riconoscersi e di classi sociali di riferimento di cui sentirsi parte, ogni giorno si rimette in corsa all’inseguimento del mito del successo personale, del profitto individuale, dell’affermazione esclusiva di sé compiuta a spese dell’altro che gli sta a fianco.

Sta di fatto che la globalizzazione dentro cui tutto ciò accade resta un gioco complesso e nessuna lettura o interpretazione riduttiva, manichea, del sistema economico dominante può metterci sulla strada giusta, tanto nel comprenderla quanto nel contrastarla. La struttura capitalistica è risultata capace di una gigantesca dinamica trasformatrice di sé stessa, sfruttando a suo vantaggio il rapido mutamento tecnologico e immettendolo a suo modo nel processo lavorativo, con l’effetto di separare sempre di più il lavoro vivo, umano, dalla produzione.

E’ bastato un breve volgere di tempo per vedere il lavoro arretrare come categoria economica e perdere gran parte della propria potenzialità politica, mettendo così in seria discussione il suo stesso essere un elemento fondante della soggettività moderna. Segmentare le grandi concentrazioni operaie, trasferire la produzione nella ridotta dimensione aziendale, ha voluto dire per l’economia dominante spostare su di un terreno sempre più individualizzato il lavoratore, sino a renderlo “singolare”, a partire dalla forma contrattuale del rapporto di lavoro.

La crisi è il caleidoscopio che fa risaltare le diverse sfaccettature di questa contraddizione sempre di più oggettiva e della mistificazione attraverso cui ci viene ogni momento narrata.

Che cos’è, nel merito, la “trasformazione” in corso se la guardiamo dal punto di vista del soggetto umano che dovrebbe appropriarsene, arricchirsene, piuttosto che, assai spesso, doverla subire? Che cos’è, vista non dalla Borsa o da un’agenzia di rating ma dal vissuto di un giovane, di una donna, di un migrante, di un anziano, se non parola di un lessico che spesso agisce come un dettato ipnotico, assimilato e creduto per il solo fatto di sentirla pronunciare di continuo?

Ma quando la trasformazione ha a che fare con l’individuo essa si trova davanti prima di ogni altra cosa un essere simbolico la cui esigenza vitale resta quella di pensare sé stesso a partire dalla relazione con l’altro, e poi con ciò che sta al di là dell’altro, cioè con la natura. La costruzione della sua identità è anzi indissolubile con quella della relazione innanzitutto verso l’altro e verso la natura. E quella categoria, non annoverata nel vocabolario dell’economia capitalistica, che chiamiamo “interiorità”, cioè il retroterra morale, la struttura comportamentale, il vissuto emozionale e affettivo, il patrimonio valoriale e di mentalità del singolo individuo, non si “trasforma” con la velocità propria dello strumento tecnico o finanziario oggi prevaricanti.

Se poi aggiungiamo che le “chiavi di accesso” e le procedure proprie tanto della tecnica quanto della finanza risultano patrimonio di un cerchio ristretto in poche mani e menti, ecco che quel che noi oggi chiamiamo “trasformazione” altro non è, se vista dal punto di osservazione di chi resta lontano da quel cerchio, che un rassegnato adeguamento a quel che diventa un destino assegnato. La stessa nozione di “tempo” è vissuta, dentro la natura specifica del soggetto umano, come il duplice battito di velocità e lentezza insieme. E’ un’interiorità che sempre procede per sedimentazioni, e nessun tempo cronologico è in grado di accelerare.

L’impotenza del singolo di fronte alla velocità della tecnica e della finanza che “trasformano” in fretta il mondo può finire per generare piccole e grandi paure nel cambiare e sovente esse diventano grido solitario o silenzio rassegnato. Vi è allora una dimensione psicologica e affettiva della crisi, non ancora sufficientemente indagata e “valorizzata”, che può ritorcesi sui singoli soggetti come senso di colpa, accusa rivolta a sé stessi nel sentirsi inadatti a vivere il tempo malato che la crisi produce. Le grandi e diffuse, “nuove”, patologie del presente vanno indagate, conosciute, interpretate, e il modo più vero di farlo è di connettere il disagio psichico degli individui con le specifiche forme storiche e sociali che l’economia dominante determina.

La riflessione femminile sulla “cura del vivere” ci ha insegnato che c’è un resto che mai si sottomette al mercato, qualcosa di essenziale che né welfare né mercato possono dare in pari misura: la cura come sapienza delle relazioni, di cui l’umanità femminile ha conoscenza ed esperienza, oggi non più costrizione o destino, ma paradigma che può aiutare noi tutti a ribaltare lo sguardo su questo mondo mercificato.

Il mercato infatti ha raggiunto ormai la medesima estensione del pianeta, ed è così che esso produce il più grande oblio sin qui conosciuto in epoca moderna dell’essere sociale, polverizza quelli che appena dietro l’angolo, ieri, erano gruppi e classi sociali, comunità territoriali, in un pulviscolo di atomi di consumo, neutralizzando quel che resta della forza associata degli individui per azzerarne la possibilità di ogni agire.


Qui, dove si costruisce un rapporto nuovo tra lavoro e vita, è il cuore, l’epicentro, di quel “fattore umano” di cui parliamo.

Sempre più appropriata è l’assimilazione che spesso viene fatta della crisi economica in corso ormai da anni ad una vera e propria guerra. Essa sta generando un’epidemia di depressione in diversi strati della società. Cresce una sofferenza sociale trasversale a ceti, gruppi, comunità pur tra loro differenti. Occorre riconoscerla, occorre spiegarla, occorre rimuovere il senso di colpa inflitto alle persone per il solo fatto di aver perso il lavoro. Qui, dove si costruisce un rapporto nuovo tra lavoro e vita, è il cuore, l’epicentro, di quel “fattore umano” di cui parliamo. La crisi sta cancellando l’idea stessa di trasmissione di sé stessi in termini di eredità affettive e morali, di esperienze e di valori verso le future generazioni. Sta disintegrando uno degli scopi primari della vita, sociale e privata. Smettere di credere in sé stessi, persuadersi di non valere più alcunché come individuo, di non essere all’altezza delle prove della vita che è la propria, è la strada lastricata del disagio di vivere su cui la “trasformazione” economica capitalistica sta conducendo la maggior parte degli individui. Conoscere e riconoscere la sofferenza sociale, trattarla per quello che è ormai diventata, diffusa come un’epidemia e minacciosa come una guerra, sollevare il velo di ogni rimozione che genera nevrosi e annichilimento è il primo passo di una politica della vita che guardi al “fattore umano”.

continua nella Parte 3…

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