Cap. 4 — Human Factor

Per una politica della vita consapevole, cooperativa e solidale


Se la politica della sinistra è della crescita umana


Tra la politica e la vita, tra la politica e il “fattore umano”, oggi ci appare un deserto. Di mezzo, macerie su cui di nuovo dover costruire, senso da ricreare, pratiche da innovare, volontà da rimotivare. Cultura e pensiero da riconquistare. Essa, la politica, vista da sinistra, è orfana del conflitto attraverso cui solo può esistere in quanto tale e mutilata della democrazia dentro cui si compie nel suo agire. Cos’è quella che chiamiamo la sua “crisi” se non l’incapacità cui è giunta di stare dentro la complessità dell’oggi, di possedere con le proprie categorie l’ampiezza dei problemi planetari, di assumere su di sé il peso e la sfida di vincere la crisi in nome di un diverso ordine di poteri e di valori?

La sua eclissi ci è descritta, forse meglio di ogni altra cosa, dal diventare ogni giorno di più “governance”, termine con cui essa insieme traslittera e trasloca. Dalla grammatica con cui stare nel mondo, verso il lessico dell’impresa da amministrare con la logica della propria redditività, e ai bordi della scena madre. Non scomparsa, ma comprimaria. Gli istituti che le ruotano attorno rispondono ora ad altri comandi. Stati a sovranità limitata, governi esecutori di decisioni scritte su carta da poteri finanziari, partiti divenuti comitati elettorali permanenti di campagne elettorali permanenti, volontà popolari liberamente espresse attraverso l’esercizio del voto subito disattese, organismi nazionali e sovranazionali espropriati dell’autorità legittima, poteri di decisione democratica sterilizzati. E questo altro non è che il segno di ciò che emerge alla superficie di quel sommovimento delle culture fondative della politica in età moderna, delle sue teorie e categorie di riferimento, delle sue strutture organizzate, dei partiti, della rappresentanza, della cittadinanza.

Culture della politica e pratiche politiche cadute in frantumi al cospetto del tipo di globalizzazione che si è fin qui affermata. Più ancora, e prima ancora, questo processo ha dischiuso in pieno il grande e lacerante conflitto delle identità: soggettive, sessuali, etiche, religiose. Rimesse in discussione e portatrici esse stesse di una crisi che accresce instabilità ormai in ogni parte del pianeta, appaiono come il risvolto di una politica messa all’angolo del governo dei grandi processi planetari in corso.

L’economia che si è fatta mondo già presenta il conto del più critico e pericoloso dei problemi che la politica oggi reca con sé: quello di una democrazia che vede restringersi gli spazi dentro la grande “trasformazione” capitalistica. L’economia di mercato viaggia sui binari dell’internazionalizzazione dei processi che mette in moto, incurante di regole e vincoli; la democrazia di cui vivono gli Stati nazionali finisce per diventare sempre più debole nel tenere il passo con le proprie circoscritte decisioni politiche autonome, quando non finisca per assoggettarsi ai grandi interessi prevaricanti. Diverso è il tempo che impiega il loro agire, diverso lo spazio dove esso si esercita. La politica “debole” contagia lo Stato di diritto e qui è il varco da cui passa, come sta passando particolarmente da noi e in Europa, la riduzione dei diritti civili e sociali, individuali e collettivi.

E’ lo stesso principio costitutivo della democrazia “costituzionale” che, per la prima volta in questa fase storica, è rimesso in discussione. Il punto è allora come fare della democrazia un progetto politico che contrasti il suo declino, dotandola di nuovi strumenti capaci di reggere il confronto con il potere dell’economico, che preservino la decisione politica sovrana dai conflitti d’interesse, vincolando lo Stato alla garanzia verso i cittadini del welfare dei diritti sociali. E’ la strada che conduce da una parte a rinsaldare l’intreccio tra Costituzione Repubblicana e democrazia come valore e principio fondativo di essa, e dall’altra a mettere finalmente a tema il capitolo degli Stati Uniti d’Europa attraverso la costruzione di uno Stato di diritto europeo sovranazionale che possa regolare i processi internazionali anziché subirli.

Questione giuridica e questione economica debbono interagire sul medesimo piano, se vogliamo pensare a una società regolata non come ora dalla contrapposizione svantaggiosa tra mercato e democrazia, ma da un effettivo bilanciamento dei diversi poteri. Di qui si fa strada, fuori da uno sfondo utopico, l’idea di un’economia “sociale” di mercato, quello in definitiva di una società che controlli e orienti l’economia che la anima con interventi diretti dello Stato di legislazione sociale, come il reddito minimo garantito innanzitutto. Allo stesso modo si fa strada una concezione più larga e complessa di “libertà”, un’idea di libertà “relazionale” che chiama in causa, ad esempio, il singolo soggetto con la propria identità in movimento e le istituzioni della politica verso le nuove tecnologie riproduttive.

La politica che verrà, se verrà, sarà quella capace di produrre vita attorno a sé. Questo è, in fondo, ciò che ad essa chiede il soggetto che naufraga solitario nella tempesta quotidiana della crisi, scontando verso di essa, così come oggi, disaffezione, abbandono, voltandogli le spalle rassegnato o rabbioso. Una politica che si metta a fare i conti con vite che si ritrovano a perdere di senso e di speranza, prive di futuro e orfane di passato, uscite in solitudine da storie comuni infrante.

Dentro questo “fattore umano” ferito, appunto, essa dovrà lavorare. Senza attesa immobile del dopo, senza riserve e primogeniture. La politica della sinistra è quella che ancora una volta richiede più speranza, più senso del tempo, più curiosità e rovello intellettuale. Ma la crisi che c’è dev’essere per la politica della sinistra il tempo giusto, e questo presente, fin qui imperturbabile al vento che sospinge in avanti, è il suo vero e contrastato campo dell’agire.

Per questo la sua fondamentale riforma è quella del pensiero che le dà un’anima, ben prima di come essa si riorganizza. Sarà più semplice e naturale, muovendo da qui, costruire alleanze e tessere la tela della propria cultura di governo, autonoma, dovunque ci si collochi nella dialettica delle istituzioni. E sarà un fatto di necessaria coerenza creare pratiche politiche conseguenti, condizione vitale per risultare credibili, affidabili. Ma a partire da un pensiero che accolga la complessità sociale e umana come metodo, una conoscenza critica e plurale che smetta di vedere il mondo frammentato, o limitato entro spazi isolati, separati gli uni agli altri, che viceversa lavori alla costruzione di una coscienza planetaria dei problemi del nostro quotidiano. La politica cesserà di essere “governance” quando si metterà a fare di sé stessa “quella passione durevole capace di costruire l’azzurro”, così da rendere, più dell’economia, della finanza o della tecnica che adesso la dominano, “visibile il domani dell’oggi”.


Perché è la vita, in definitiva, questa vita com’è oggi umiliata e offesa che è da cambiare.

Cominciare può ora, proprio nel colmo della crisi, se trova il coraggio di dire, contro ogni corrente contraria, che non ci può essere per una forza politica di sinistra alcuna possibile “riforma” sociale, o istituzionale, o economica senza che, l’una e l’altra, non siano al tempo stesso “riforma della vita” delle persone. Perché è la vita, in definitiva, questa vita com’è oggi umiliata e offesa che è da cambiare.

Novembre 2014

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