Per farsi ascoltare basta saper urlare: quando la verità è una questione di volume

Alessandro Cola
Oct 2 · 4 min read

In risposta ad una realtà sempre più veloce ed iperconnessa, anche gli strumenti di comunicazione si sono evoluti, provocando un necessario cambiamento dei paradigmi comunicativi e degli scenari all’interno dei quali è possibile esprimersi: oggi infatti non siamo più fruitori passivi delle idee o dei processi messi in atto dalle grandi corporazioni o dai governi ma ci ritroviamo a diventare protagonisti di questi scenari, interpretando gli spazi sociali su internet come dei luoghi da popolare con le nostre idee.

Il web ha dato spazio a una miriade di punti di vista differenti, spesso disgregati tra loro: ma in un contesto dove la quantità di informazioni è talmente grande da non poter essere gestita, come è possibile farsi ascoltare?

Mentre una volta nella selezione delle notizie e dei dati a fare la differenza era la qualità del contenuto, per poi diventare la ricerca formale dell’espressione, oggi l’ago della bilancia si è spostato verso un altro parametro: il volume.

I social network infatti sono il nido in cui si insedia il pericoloso meccanismo per cui il volume di contenuti pubblicati sovrasta per importanza sia il messaggio veicolato che la forma: al fine di raggiungere il target più ampio possibile, infatti, si rende necessario far sentire la propria voce, eclissando qualsiasi confronto, non necessariamente con argomentazioni qualitative, ma semplicemente “alzando la voce”, urlando.

E quando stai urlando qualcosa, quanto conta che questa sia effettivamente vera? Non è forse più importante che quante più persone possano sentirla prima che ci sia spazio per controbattere? Per assurdo: se un albero cade nella foresta e non c’è nessuno ad ascoltarlo… l’albero è davvero caduto?

Questo processo solleva la questione dell’importanza che la verità ha nei contesti comunicativi e pare evidente che sia ormai passata in secondo piano: è infatti tristemente noto il caso in cui una notizia ha la possibilità di diventare “vera” senza passare sotto un’analisi attenta e critica della ragione, basta che abbia un numero sufficiente di condivisioni. Un esempio concreto? Parliamo della famosa intercettazione fantasma sul caso Siri: dal momento che tutti i principali quotidiani affermano che l’intercettazione esiste, riportandola tutti allo stesso modo, qualsiasi lettore finisce per convincersi della sua esistenza, anche se effettivamente questa non è presente nel fascicolo. Un caso che ancora una volta pone l’accento su quanto sia potente la diffusione di una notizia, rispetto alla sua reale esistenza, e di come sia ormai semplice influenzare l’opinione pubblica, con tutti i risvolti politici del caso, che non stiamo qui ad approfondire.

Chi si occupa di marketing e comunicazione, questi meccanismi, rubricabili alla voce “passaparola”, li conosce bene, e li sfrutta quanto più possibile: non è un caso che anche il dibattito politico abbia risentito molto di questa nuova impostazione. Si pensi ad esempio ad un candidato che utilizza i canali social per diffondere il proprio programma all’opinione pubblica, vi dice niente “vinci Salvini”?

Una straordinaria mossa di marketing a basso costo, senza dubbio, che testimonia la capacità di leggere il proprio tempo e i mezzi che questo mette a disposizione: mettendo in piedi un concorso che premia l’attività meccanica del “fan” di mettere like e condividere i post, si premia indirettamente la capacità degli utenti di poter dare risonanza ai contributi condivisi e raggiungere un pubblico sempre più ampio.

All’aumentare del numero di like, aumenta necessariamente anche la probabilità che il “signor Rossi” venga intercettato, nei momenti liberi spesi sui social, dall’interazione tra un amico digitale e quanto espresso dal candidato.

A questo punto entra in gioco un fenomeno psicologico, chiamato social proof, per cui il singolo, in assenza di informazioni più dettagliate, tende ad uniformare le proprie opinioni a quelle dei conoscenti ritenuti più competenti in materia. E gli amici, si sa, hanno maggior peso rispetto agli sconosciuti. Il passaparola si configura quindi come una tra le più potenti armi per diffondere e veicolare il messaggio, senza che esso venga vagliato dalla ragione, che ne analizza la fonte, la credibilità e i contenuti stessi. Diventa credibile quindi, sebbene manchi una sua ragion d’essere.

È chiaro che non stiamo dicendo nulla di nuovo: da che mondo è mondo il “passaparola” ha sempre influito sulle opinioni della massa, il fatto è che mai come adesso ci troviamo a doverci fare i conti a questa velocità e costanza, quotidianamente bombardati da notizie di cui non si ha tempo (o voglia?) di verificare. Appare evidente che l’unico modo per poter salvare il nostro senso critico, sia nel mondo digitale che fuori, sia di tentare di abbassare il volume: non spegnere tutte le voci, ma quantomeno selezionarle accuratamente.

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Alessandro Cola

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