#SaferInternetDay: la necessità di un’educazione alla tecnologia

Un progetto per insegnare ai più giovani il potere degli strumenti che usano ogni giorno. E per evitare che siano questi a controllare loro.

di Andrea Daniele Signorelli

Qualche tempo fa, assieme alla mia compagna, avevo elaborato un progetto per un corso di educazione alla tecnologia pensato per le scuole medie. Purtroppo, non c’è poi stato il tempo e l’occasione per concretizzarlo. In occasione del Safer Internet Day, copio e incollo l’introduzione a quel progetto.

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I ragazzi sono consapevoli del potere e delle potenzialità dei loro smartphone e computer, o vedono in essi solo un mezzo per scambiare foto e “mi piace”? La generazione che oggi si trova tra la pre-adolescenza e l’adolescenza è la prima che può venire correttamente definita come “nativa digitale”. Questi ragazzi non hanno mai vissuto un’epoca analogica fatta di cassette e registratori e hanno poca confidenza persino con supporti digitali come i cd. Per loro, è tutto in rete o al limite contenuto all’interno di file.

È la normale, e per moltissimi versi positiva, evoluzione della tecnologia. Che permette di rimanere sempre in contatto; di non perdersi né di vista, né per strada; di ascoltare musica e vedere video in ogni momento; di condividere all’istante con tutti gli amici i propri stati d’animo e molto altro ancora.

Ma questi mezzi, e in particolar modo gli smartphone, sono estremamente potenti. Possono rendere liberi quanto possono rendere succubi, possono essere una fonte inesauribile di stimoli, informazione e cultura; ma possono anche relegare i ragazzi a passare il tempo a scorrere l’indice su e giù per lo schermo, per verificare le ultime notifiche su Facebook, Instagram e Twitter. Un tempo che sembra breve, ma che invece porta via ore. Ore intere di nulla, che spesso, a differenza di quelle trascorse ad ascoltare musica o a vedere film, lasciano dietro di sé un senso di vuoto. Ma i ragazzi lo sanno interpretare questo senso di vuoto? Sanno da cosa è causato?

La domanda che ci siamo posti è: c’è bisogno di un’educazione alla tecnologia? Com’è stato per l’educazione civica o l’educazione sessuale, non c’è forse bisogno che persone più grandi, ma che utilizzano i loro stessi strumenti quotidianamente, per piacere e per lavoro, offrano a questi ragazzi degli spunti di riflessione? L’impressione è che chi si trova in mano strumenti di questo tipo attorno ai 12/14 anni li veda solo come hardware indispensabili per i social network, senza nessuna cognizione dell’inesauribile fonte di conoscenza, approfondimento e curiosità che essi offrono. Troppo Facebook, troppo poco Wikipedia, per sintetizzare.

Si guarda spesso con preoccupazione all’abuso che i ragazzi fanno dei loro iPhone e pc; ma la soluzione a questo problema — che senza dubbio esiste — non passa necessariamente per una forzata limitazione o addirittura divieto; forse passa per una vera e propria educazione, che pianti in loro il seme del dubbio, che li porti a chiedersi che cosa hanno tra le mani e non a utilizzarlo come fosse una semplice estensione delle loro mani. Che faccia scoprire loro che attraverso il computer hanno a disposizione un immenso archivio di film, libri e musica, e che questo archivio può aiutarli a scoprire i loro gusti e a differenziarsi dall’omologazione alla quale i “mi piace” e la condivisione dei social network inducono.

Dalla tecnologia non si può, e non si deve, tornare indietro. E provare a limitarla è probabilmente una battaglia persa. Educare i ragazzi a un uso cosciente, che li renda consapevoli della potenza dell’oggetto che usano quotidianamente, che li renda consapevoli del rischio che sia l’iPhone a controllare loro più che il contrario, e che soprattutto faccia comprendere le infinite potenzialità del mezzo che stanno utilizzando, è invece, secondo noi, la strada più corretta da seguire.

Niente di male, per esempio, se si sceglie di usare un dispositivo tecnologico per fare qualcosa; diverso è se prendere in mano il cellulare diventa un automatismo che riempie tutti gli interstizi tra un’attività e un’altra.

Rendersi conto di questa differenza è importante? Per noi lo è. Agire significa compiere azioni in vista di uno scopo; il fare prescinde dagli scopi finali che non necessariamente si conoscono (o se anche si conoscono raramente implicano un’assunzione di responsabilità). Se ci limitiamo a “fare” siamo giustificati a rispondere “mi sono limitato a eseguire gli ordini”.

«La tecnica non è più un mezzo a disposizione dell’uomo, ma è l’ambiente, all’interno del quale anche l’uomo subisce una modificazione, per cui la tecnica può segnare quel punto assolutamente nuovo nella storia, e forse irreversibile, dove la domanda non è più “che cosa possiamo fare noi con la tecnica”, ma “che cosa la tecnica può fare di noi» (Galimberti, L’uomo nell’età della tecnica).

Se la tecnica, come sostiene il filosofo Umberto Galimberti, non è più un mezzo, ma è l’ambiente nel quale viviamo (e che, come tale, agisce su di noi, modificandoci), non possiamo più trattarla come un semplice strumento. O meglio, non possiamo esimerci dal servircene in maniera cosciente.

La tecnologia modifica radicalmente il nostro modo di pensare e il rischio è quello di non riuscire più a pensare la tecnologia stessa. Sembrano pensarci solo gli adulti, che guardano con preoccupazione alle nuove generazioni di “nativi digitali” e rimpiangono i tempi andati, ma non ci pensano i giovanissimi, per i quali il mondo è digitale.

Bisogna chiedersi perché ci stiamo servendo di un dispositivo: ad esempio, lo stiamo facendo per semplice comodità o perché ci rende liberi? Nel secondo caso, forse stiamo facendo un uso migliore della tecnologia. Ma ci siamo chiesti come faremmo nel caso in cui il nostro supporto tecnologico ci lasciasse a piedi? L’imprevisto è sempre dietro l’angolo quando ci affidiamo agli strumenti tecnologici, perché l’imprevedibilità è l’essenza della tecnica. Sapere pensare anche quando il nostro device cade in una pozzanghera è indispensabile per la nostra autonomia e per essere veramente liberi.

Platone, che aveva la vista lunga, metteva in guardia sul fatto che le tecniche sanno come si devono fare le cose, ma non sanno se quelle cose devono essere fatte e perché devono essere fatte.

Non possiamo delegare alla tecnologia il compito di porsi per noi questi problemi. La scelta e la responsabilità sono ancora nostre. E allora è meglio arrivare preparati.