Cosmismo e Immortalismo nel pensiero di Nikolaj F. Fedorov

Quale sarà il destino dell’Uomo: schiavo dei limiti naturali o conquistatore dell’universo? Nikolaj F. Fedorov, uno dei maggiori precursori del Transumanesimo, propone e indica all’umanità un compito morale e materiale in una potente sintesi visionaria di religiosità e futurismo.

Autore: Transcendo


Cosa diventerà la Natura — che nel suo stato attuale di incoscienza è una forza che procrea e uccide — quando raggiungerà la coscienza, se non una forza che restaurerà tutto quello che ha distrutto nella sua cecità?
N.F. Fedorov

Quando alziamo i nostri occhi a un cielo stellato ci capita di provare profonda meraviglia per l’infinita bellezza che ci sovrasta e per quello che la natura ha creato. Tutta quella vastità siderale può suscitarci anche sgomento per gli incommensurabili spazi in cui ci immaginiamo immersi tanto da sentirci meri puntini insignificanti in un immenso universo. Si affacciano, così, nel nostro animo quegli interrogativi che ci qualificano come ‘esseri pensanti’: perchè nasciamo nel mondo? qual è il senso del vivere? a che scopo, se ce ne è uno?

A Mosca, sul finire dell’Ottocento, nell’epoca dell’impero zarista, un umile bibliotecario russo osservava questo cielo pieno di stelle e pensava a come l’umanità dell’avvenire, elevandosi da una situazione di discordia, avrebbe conquistato l’universo fino a vincere il male assoluto della Morte.

Questa singolare figura di pensatore, descritto dal romanziere Sergi Bulgakov come il “Socrate moscovita”, in quanto non aveva voluto pubblicare quasi niente in vita preferendo la diffusione orale delle sue idee presso ristrette ma devote cerchie di seguaci, abitava asceticamente in una stanza grande come una cella, dormendo su una panca, indossando gli stessi abiti in inverno e in estate, mangiando in modo frugale, rifiutando qualsiasi forma di possesso di beni terreni, e donando parte del suo esiguo salario di bibliotecario ai poveri. Egli insomma incarnava perfettamente lo stile di vita riassunto nell’esortazione del poeta W. Wordsworth: “vivere con semplicità e pensare con grandezza”.

Il suo nome era Nikolai Fedorovich Fedorov (1829–1903) e il suo genio filosofico, oggi perlopiù ignorato e trascurato, nell’epoca attuale andrebbe riscoperto e rivalutato in quanto sintesi originale e ineguagliata di spiritualità e razionalismo, cristianesimo e positivismo, integralmente votato a un grandioso progetto radicale di salvezza universale e di trascendenza cosmica che unisca l’Umanità intera.

Le idee visionarie di Fedorov permearono la cultura russa del periodo di fine Ottocento e inizio Novecento ispirando scienziati, mistici e artisti che condividevano un orientamento filosofico-spirituale, successivamente indicato dal termine “cosmismo”, per cui l’uomo gioca un ruolo determinante nell’evoluzione dell’universo.

Nessuno prima di Fedorov aveva combinato in modo così audace afflato spirituale e fiducia scientifica, nessuno prima di lui era riuscito a coniugare così potentemente religiositá e pragmaticitá, e allora procediamo a delineare aspetti e tratti essenziali del suo pensiero per capire se esso può costituire un contributo imprescindibile a una rinascita illuminata dell’Umanità.

1. Il Compito Comune

Nell’opera postuma La Filosofia del Compito Comune (pervenutaci grazie al lavoro dei suoi seguaci, che avevano raccolto e sistematizzato tutti i suoi pensieri e appunti, e distribuito gratuitamente l’opera a chiunque ne facesse richiesta) possiamo ricavare i fondamenti del suo pensiero che ruota intorno a un unico formidabile ideale: l’Uomo deve innalzarsi dal suo stato di entità alle mercé di cieche forze naturali e vittima di un’entropia dissolutrice, a quello di entità capace di controllare razionalmente i processi evolutivi e cosmici, al fine di risolvere definitivamente il problema della morte che è alla radice di ogni male.

Questa lotta contro le forze cieche della Natura, sostiene il nostro filosofo, caratterizza fin dalle sue origini l’essere umano che avverte e riconosce l’imperfezione della natura ma non l’ha mai accettata come una legge.

Ha rotto questa legge quando ha fatto il suo primo passo, perché la sua postura verticale ha sfidato la forza di gravità, la legge più universale della natura.

Nella concezione fedoroviana la Natura è la nostra “nemica temporanea”, data la sua tendenza disgregativa ed entropica, e solamente una volta che avremo invertito il corso naturale che va dalla vita alla morte e reindirizzato tutto verso la “vita eterna”, essa diventerà la nostra “amica permanente”.

Se la Disintegrazione è infatti la regola universale, se la morte è il male più grande che affligge universalmente tutti gli uomini — un vero e proprio “crimine” che ha accompagnato l’uomo fin dalla sua comparsa — allora la Reintegrazione, la resurrezione dei morti, è il bene più alto e oggetto del compito umano.

Il “compito comune” dell’uomo consiste dunque nell’unirsi in un grande progetto collettivo e aumentare la sua conoscenza per trasformare la Natura da caos incosciente, mosso da una dinamica cieca e assurda, a un ordine cosciente, regolamentato dalla ragione umana, in cui la morte sarà definitivamente sconfitta. Ciò implica non solo raggiungere un’immortalità per coloro che nasceranno, ma ripristinare alla vita eterna tutte le persone che ci hanno preceduto affinché possano condividere quel mondo perfezionato dalla ragione umana dove noi tutti vivremmo nella fraternità (e filiazione) per sempre.

La resurrezione è la trasformazione dell’universo — dal caos verso il quale si sta muovendo — nel cosmo, in una grandezza di incorruttibilità e indistruttibilità.

Nel progetto fedoroviano l’abolizione della Morte e la rianimazione degli Antenati sono due obiettivi inscindibili in quanto il raggiungimento dell’immortalità per le persone che vivono, e per le generazioni future, sarebbe solo una vittoria parziale sulla morte, solo una prima fase, ne consegue che la vittoria finale sulla morte sarà raggiunta quando anche tutte le persone che siano mai vissute saranno rianimate per un’esistenza immortale trasformata.

E’ un atto di compassione e un ‘dovere filiale’ precipuo dell’Umanità, secondo il filosofo russo, riportare in vita anche i morti del passato in quanto ogni uomo, o più precisamente ogni figlio d’uomo, vive grazie ai suoi padri, e quindi dovrebbe ripagare il suo ‘debito’. Ogni generazione è colpevole per la morte della generazione che lo precede, poiché la propria nascita porta con sé la morte dei genitori. Ma questa catena di morti può cominciare a essere spezzata quando l’uomo si ribellerà al processo di disintegrazione perpetrato dalla Natura.

Noi sappiamo di essere i figli di una moltitudine di Antenati defunti. Ma per quanto sia grande il numero dei defunti, questo non può essere la base per l’accettazione incontrovertibile della morte, perché comporterebbe la rinuncia del nostro dovere filiale. La morte è una proprietà, uno stato condizionato da cause, non è una qualità che determina ciò che un essere umano è, e deve essere.

Il programma fedoroviano, che propone all’Umanità di condurre una lotta comune contro le forze della natura ostili all’uomo, poggia su tre principali cardini: una religione della salvezza, una filosofia dell’azione e una scienza della rianimazione.

2. La religione della salvezza

Nel culto degli Antenati che fa parte tipicamente di ogni religione, l’anima umana si protende in cerca della salvezza per sè e per i suoi ‘padri’, portando alla “simbiosi di conoscenza e azione”, finchè essa non viene contaminata negativamente dal misticismo passivo di fronte al ciclo naturale.

La religione è la preghiera universale di tutti i viventi di fronte alla sofferenza e alla morte, una preghiera per il ritorno alla vita di tutti i defunti.

Il cristianesimo, secondo il filosofo russo, rimane l’unica religione “vivente ed attiva” che ha saputo trasformare fino in fondo il problema della vita e della morte in problema religioso ma sarebbe sbagliato intendere la fede cristiana come una mera “commemorazione della vita” in quanto essa è anche, e soprattutto, “un compito di redenzione” che comprende la distesa e la portata di tutto il cosmo.

La qualità migliore della religione cristiana sta nel porre l’uomo di fronte ai suoi doveri di creazione e di lotta contro le forze cieche della Natura — sempre che questo cristianesimo non degeneri in contemplazione ed in mistero, abusati al punto da negare l’attività creatrice dell’uomo, come avviene ad esempio con il cattolicesimo.

Il cristianesimo non ha pienamente salvato il mondo, perché non è stato pienamente assimilato.

Il senso profondo del messaggio cristiano, per il nostro filosofo, è che l’uomo non dovrebbe attendere la fine naturale del mondo e una resurrezione soprannaturale; l’uomo è stato illuminato dall’esempio di Cristo, ora però deve farsi degno della sua ragione e del suo amore trasfigurando materialmente tutto il creato; la rivelazione divina è finita ed è giunto il tempo dell’azione umana.

Il Vangelo è un libro incompiuto, sarà l’uomo stesso a completarlo, e da questo punto di vista la frase evangelica “venga il tuo regno” non va letta come una promessa di qualcosa che deve essere atteso, ma come qualcosa da realizzare nell’universo empirico e visibile, e non in qualche mistico “altrove” o paradiso ultraterreno.

Il Paradiso, o il regno di Dio, non è solo dentro di noi, non è solo un regno mentale e spirituale, ma anche visibile, tangibile, percepibile ai nostri organi.

Nella visione di Fedorov il vero cristianesimo esorta gli uomini alla pratica di resuscitare attivamente gli Antenati, infatti la risurrezione dei morti è un’idea di rianimazione come dovere del genere umano e come atto della sua ragione, quindi la salvezza universale è una missione che dipende unicamente dall’uomo, dall’attività collettiva, che deve realizzare il disegno divino di redenzione cosmica.

La risurrezione sarà risultato non di un miracolo, ma della conoscenza e del lavoro comune.

La risurrezione dei morti è il supremo atto di amore della vita per i padri defunti e gli Antenati, un amore che si avvicina all’amore divino che lega Dio Padre, Dio Figlio e lo Spirito Santo in una Trinità che è allo stesso tempo Una e Trina, e come le tre Persone della Santissima Trinità all’interno sono distinte, così sarebbe l’umanità unita senza che gli individui perdano la propria singolarità e particolarità.

Solo un lavoro duro e prolungato ci purificherà nel compimento del nostro dovere, portandoci alla resurrezione e alla comunione con la Trinità dell’Essere, mentre noi rimaniamo, come Lui, persone immortali e indipendenti, capaci di sentire e consapevoli della nostra unità. Solo allora avremo la prova definitiva dell’esistenza di Dio e saremo faccia a faccia con Lui

Nel pensiero religioso di Fedorov, i rapporti di Dio Padre, Dio Figlio e Dio Spirito Santo sono relazioni tra anime di una famiglia divina unita nell’amore filiale, modello perfetto di ‘parentela’. L’organizzazione delle relazioni umane deve conformarsi al dogma trinitario della dottrina cristiana, dogma che l’uomo deve intendere, quindi, come un comandamento di parentela, di unità parentale, un progetto e un compito morale, non della singola persona, ma piuttosto un compito universale dell’organizzazione della vita. La ‘parentela’, nell’immagine fedoroviana, è la comunità dei figli degli uomini, in ricordo dei loro padri — opposta alla cittadinanza come comunità di figli prodighi, dimentichi dei loro padri — infatti la fratellanza è impossibile senza filiazione in quanto è solo nei confronti di un ‘padre’ che le persone possono essere fratelli e sorelle.

Il discorso religioso di Fedorov non tralascia nemmeno il Giudizio Universale dell’escatologia cristiana, interpretato come monito per l’immaturità del genere umano, piuttosto che un presagio di un destino ineluttabile; tale avvenimento apocalittico sarebbe evitato con l’unione filiale dell’umanitá nel ‘compito comune’.

L’umanità non deve limitarsi a contemplare la divinità, ma farsi divina. E’ questa, secondo l’interpretazione fedoroviana, l’essenza dell’insegnamento cristiano che deve guidare gli uomini di buona volontá e deve condurli sulla via della salvezza di tutti e per tutti. Quando l’uomo sarà in grado di resuscitare i morti allora finirà “l’antagonismo tra l’umanità e il Divino” e si compirà l’opera di deificazione.

3. La filosofia dell’azione

Il compito di elevare l’umanità dallo suo stato presente, di divisione tra popoli e tra classi, e di sottomissione alle cieche forze naturali, non potrà essere tuttavia risolto finché non affronteremo una della cause, secondo il filosofo moscovita, che sta alla base della nostra condizione drammatica ossia la separazione di conoscenza e azione, di un sapere non realmente rivolto al miglioramento effettivo dell’umanità intera. Questa scissione è incarnata da quelli che il nostro filosofo definisce ‘dotti’, categoria in cui rientrano eruditi, scienziati, mistici e filosofi che si limitano a studiare o contemplare la natura.

I ‘dotti’ studiano la natura così com’è, secondo il nostro filosofo, senza darsi alcun pensiero per quello che essa dovrebbe essere “affinché il mondo diventi perfetto”, arrivando a considerare perfino ‘dannoso’ o ‘immorale’ modificare l’ ‘ordine’ naturale. Ma questa conoscenza, aliena dall’azione, puramente passiva, è responsabile primaria dello stato di schiavitù all’ ‘ordine’ presente imperfetto in cui permane l’uomo.

La trasformazione del corso cieco della natura in uno che è razionale […] è destinata ad apparire ai dotti come una perturbazione dell’ordine, anche se questo ordine porta solo il disordine tra gli uomini, abbattendoli con la carestia, la peste, e la morte.

Nei ‘dotti’ non vi è alcuno scopo superiore a guidare la loro ricerca scientifica, spesso casuale, e ogni volta che il dotto ha agito e ha applicato la sua conoscenza, è stato per promuovere l’industria di quei beni di consumo non necessari che aumentano solamente le diseguaglianze sociali; o, peggio ancora, ha applicato le sue conoscenze per elaborare armi abominevoli che aumentano la diffidenza e l’odio tra nazioni. Questo sapere astratto, perseguito solo come un fine in se stesso, o utilizzato per attività futili o nocive, rende i ‘dotti’ una classe del tutto separata dal popolo ‘ignorante’ che continua invece a faticare nella vita quotidiana senza avere alcun concreto beneficio da tutta questa conoscenza accumulata e non applicata in modo umanitario.

Ogni sapere separato dalla vita è dunque da respingere, e con esso tutti quei specialisti professionali che rappresentano una conoscenza accademica, professorale, meramente astratta, in quanto prodotti malati di una rottura tra ragione teorica e ragione pratica.

La soluzione fedoroviana al problema della vita e della morte richiede l’unione delle due forme di ragione, teorica e pratica, e delle due classi, dotti e ignoranti, in modo che il mondo sia oggetto di conoscenza e azione umana. Tutta la nostra conoscenza non deve quindi arrestarsi alla contemplazione, ma piuttosto convergere in azione; non deve rimanere ancorata a verità astratte, passivamente assimilate dall’intelletto, ma impiegata per un radicale miglioramento del mondo.

La filosofia, in particolare, non deve rimanere una speculazione autoreferenziale, un qualcosa che riguarda interessi puramente intellettuali, ma deve essere ‘proiettiva’ e ‘teurgica’ ossia completamente diretta a una trasformazione attiva della realtà.

La filosofia è un inseguimento immaturo, una preoccupazione immaginaria, senza un vero e proprio atto.

Tutto il male oscuro che si abbatte sull’uomo, dal punto di vista del nostro filosofo, deriva da una mancanza di conoscenza, e di consapevolezza, e solamente il potere della ragione direttiva può riuscire a governare il mondo naturale e conseguire una vittoria completa e definitiva sul male e sulle tenebre. Tale vittoria sarà possibile nel momento in cui avremo una filosofia dell’azione che favorisca l’alleanza tra scienza e religione, e l’unificazione morale delle persone nella ‘parentela’, nel compito sacro di restituire la vita, non in senso simbolico bensì in senso fisico, trasformando ciò che è astratto e immaginario in qualcosa che è reale e duraturo.

La filosofia della causa comune, che si configura come una filosofia dell’azione chiamata dal nostro autore anche con il termine ‘supramoralismo’, coinvolge tutti gli esseri coscienti, credenti e non, dato che ogni essere raziocinante può comprendere quanto male generi la volontà indifferente e irrazionale della natura lasciata a se stessa, e quante vittime essa provoca nel suo ciclo di creazione e distruzione.

Supramoralismo è un problema sacro e naturale per tutti i figli, e soprattutto per coloro che credono nel Dio dei loro padri. Infine, supramoralismo è il problema più naturale per tutti gli esseri razionali, poiché la morte è causata da una forza irrazionale. Pertanto tutti i viventi, tutti i figli e le figlie, tutti gli esseri razionali, devono prendere parte alla soluzione del problema, il compito di restituire la vita. E’ infatti un dovere morale naturale trasformare l’astratto ‘Perché esiste l’esistente?’ in conoscenza ed arte vivente, non in riproduzioni di morti, ma in realtà viventi e nella conoscenza della vita di tutto il passato, di tutto ciò che è esistito.

Il compito comune, indicato dalla filosofia ‘supramoralista’, non fa altro che attuare ciò che Dio vuole da noi, ossia un progresso incessante delle conoscenze, un’applicazione continua delle stesse, in modo che l’uomo si avvicini in misura sempre maggiore alla perfezione divina.

La filosofia che diventa azione deve, in definitiva, operare affinché gli uomini cessino di sprecare le loro energie nella discordia e nel dissenso, che sono sia la conseguenza e sia la manifestazione della loro immaturità, e aiutare l’umanità nella maturazione verso l’ ‘età adulta’ e nella creazione di un nuovo cielo e di una nuova terra in cui possano tornare a vivere gli Antenati.

4. La scienza della rianimazione

Il nostro filosofo individua nella scienza e nella tecnica gli strumenti più importanti ed efficaci per il progetto comune di liberazione e salvezza universale del genere umano. Ma la conoscenza scientifico-tecnica deve cessare di essere privilegio di alcune persone e dovrebbe essere la preoccupazione di ‘tutti, sempre e ovunque’. Tutti dovrebbero essere degli studenti e tutto deve diventare oggetto di studio dato che abbiamo da tempo smesso di essere passeggeri inattivi sul nostro pianeta e siamo diventati ‘l’equipaggio del nostra nave celeste’.

È fondamentale che la conoscenza non sia messa al servizio esclusivo di eserciti, industrie o élite bensì abbia come fine ultimo la salvezza dell’umanità intera che si traduce nella resurrezione scientifica dei morti. Il ripristino di tutta la vita umana, sarebbe un lavoro lungo e graduale, ma questo progetto scientifico avrebbe il merito di superare e risolvere tutti i mali di cui gli esseri umani soffrono (guerra, povertà, malattie, ecc), in quanto radicati nel problema della mortalità. Tutte le attività nobili dell’uomo, dalla scienza all’arte, dalla filosofia alla religione, tutti i popoli della terra unificati nella conoscenza condivisa, devono confluire nel sommo progetto di rianimazione universale.

“La trasformazione di tutti i popoli, con l’aiuto degli intellettuali, in una forza scientifica comporta l’unione di tutte le capacità e le energie di tutti gli esseri umani nel compito comune di trasformare una forza che procrea e uccide in una ri-creativa e vivificante, e questo sarà raggiunto attraverso la scienza e l’arte uniti nella religione, che si identifica con la Pasqua, la grande e santa azione”.

Il potere scientifico-tecnico dunque deve essere primariamente esercitato e orientato all’armonizzazione della vita sulla Terra, alla riduzione della nostra dipendenza dalle forze cieche e irrazionali della natura, alla padronanza delle distese di spazio, alla realizzazione del piano divino di salvezza attraverso la ricostruzione della vita.

Il dominio progressivo dei fenomeni naturali, “l’introduzione di volontà e ragione nella natura”, attraverso il sapere e i mezzi scientifico-tecnologici, comprende la prevenzione delle catastrofi naturali, il controllo del clima terrestre, la lotta contro virus ed epidemie, la padronanza dell’energia solare, l’esplorazione e colonizzazione extraterrestre. Si tratta, nel complesso, di un imponente lavoro scientifico-tecnologico che va quindi esteso oltre il nostro pianeta, ad esempio, studiare il magnetismo terrestre potrebbe portarci ad una comprensione della forza che muove il pianeta attraverso lo spazio e, forse, all’utilizzo di tale forza per viaggi nello spazio e all’emigrazione, da una terra sovrappopolata con risorse limitate, verso altri pianeti.

I problemi di carestie ed epidemie ci spingono a trascendere i confini del mondo. Il lavoro umano non dev’essere limitato dai confini del pianeta, in particolar modo dal momento che non esistono confini né frontiere. Il pianeta Terra è aperto da tutti i lati. I mezzi di trasporto, e le modalità con cui viviamo in ambienti diversi, possono e devono essere cambiati.

Il raggiungimento dell’immortalità, e quello della ricostruzione della vita, è il più alto obiettivo della scienza; la morte è inevitabile oggi a causa dell’ignoranza dell’uomo e della sua conseguente impotenza, perciò è necessario che essa sia oggetto di un’accurata indagine scientifica globale.

La morte è una forma di malattia ‘epidemica’, secondo il nostro autore, difficile a volte da diagnosticare in quanto non sempre riusciamo a determinare in quale momento un essere umano è in realtà morto, unica certezza è data dalla decomposizione del corpo. Una migliore conoscenza della fisiologia e della psicologia umana dovrebbe permettere di evitare la decomposizione dei cadaveri e raggiungere l’immortalità fisica.

Si possono cercare di dare, secondo il nostro filosofo, indicazioni specifiche per la ricerca scientifica di ripristino della vita. La vita umana, ha affermato, si spegne per due motivi. In primo luogo la causa è interna, nell’organizzazione e nella sua funzionalità incapaci di infinito auto-rinnovamento e per ovviare a questo è necessaria una regolamentazione psicofisiologica dell’organismo umano. In secondo luogo la causa è nella natura spontanea dell’ambiente esterno, nel suo carattere distruttivo che deve essere superato con la regolazione della natura.

L’uomo, grazie ai mezzi scientifici-tecnici, deve imparare non solo a migliorare se stesso, creando organi artificiali adatti a nuovi ambienti ed estendendo ad infinitum la sua durata vitale, ma deve anche imparare a rianimare i suoi Antenati — fino a quelli del più lontano passato — dalla polvere e dalle tracce che hanno lasciato. Tutta quanta l’attivitá scientifica deve essere dunque subordinata allo scopo finale di rintracciare gli atomi e molecole degli Antenati sparsi per il mondo, dato che “tutta la materia è la polvere degli Antenati”, per la loro ricostruzione in un nuovo glorioso corpo.

Proponiamo la possibilità e la necessità di raggiungere, attraverso il lavoro comune dell’umanità, il completo apprendimento e la capacità di manipolazione di tutte le molecole e gli atomi del mondo esterno, in modo da raccogliere quelli dispersi, di riunire quelli dissociati, quindi ricostituire i corpi dei padri com’erano stati prima della loro fine. E’ necessario impostare degli esperimenti psico-fisiologici di rianimazione, sotto la guida di medici e sacerdoti, cioè in un’unificazione di scienza e religione.

La rinascita delle persone che hanno vissuto in passato non sarà tuttavia una mera ri-creazione della loro forma fisica passata — imperfetta, parassitaria, centrata sulla esistenza mortale. L’idea di Fedorov è quella di trasformarla in auto-creazione, sotto forma mentalmente controllata, capace di rinnovamento infinito.

5. Il Tempio Cosmista

La maestà della Natura ci affascina per le sue bellezze e ci inquieta per le sue profonditá, così ci vediamo come ‘polvere di stelle’ emersa in un universo da cui non riusciamo però a ricavarne il senso ultimo, incapaci di capire che quel senso non va cercato da qualche parte ma va creato da noi stessi.

Nell’epoca moderna, condizionati dalle scoperte scientifiche che hanno spalancato alla nostra mente abissi di spazio e tempo, non riusciamo a percepire il nostro potenziale creativo-divino in quanto oscurato dal sentimento di insignificanza davanti alla grandezza della Natura e dall’immagine dell’uomo come ‘piccolo granello’ solitario condannato all’annientamento.

L’attuale generazione è troppo spaventata dalla grandezza del tempo e dello spazio rivelato dalla geologia e dall’astronomia, ed è stata così condizionata da quattro secoli di culto della natura, che percepisce solo la sua insignificanza, e teme addirittura a contemplare uno sforzo come quello del controllo del tempo.

Secondo Fedorov, anche se la cosmologia copernicana ha privato l’uomo del suo posto centrale nel mondo e ha sottratto certezze alla base dei suoi bisogni spirituali, tuttavia ha inaugurato, allo stesso tempo, la visione scientifica e razionale permettendogli di scoprire una nuova dimensione cosmica nonché aprendogli la strada ai cieli estesi e ai molteplici mondi che ‘attendono’ di essere fecondati dall’umanità.

Il sistema copernicano trasforma l’uomo da un contemplatore in un attivatore, ma nel mondo vede un potere cieco, egli riconosce il mondo come una potenza cieca… Dio, secondo il sistema copernicano, è il Padre, non solo creatore di tutto per le persone, ma anche creatore attraverso le persone, chiedendo, come il Dio dei padri, da tutti vivi un’unione per la rianimazione dei morti e per l’insediamento nei mondi per le generazioni risorte e infine il governo di questi mondi.

Nell’anima umana vi è un enorme potenziale creativo-divino che deve essere portato alla luce della coscienza, e rivolto al comune compito di riorganizzazione razionale e conquista materiale dell’universo, non sprecato nella nostra distruzione reciproca. Questo ‘compito comune’ è possibile perchè non siamo solamente animali sperduti in un enigmatico universo in dissoluzione ma siamo anche ‘intelligenze’, dotate di ragione e amore, in grado di esplorare e governare materialmente gli oceani stellari.

Gli esseri umani sono stati creati per essere i poteri celesti in sostituzione degli angeli caduti, per essere strumenti divini di Dio al fine di governare l’Universo e ripristinarne la magnificenza incorruttibile che aveva prima della Caduta.

Quando i discendenti dell’umanitá odierna, i ‘figli dell’uomo’, colonizzeranno tutto l’universo, giunge a immaginare Fedorov, trionferà la bellezza, tutto l’ordine cosmico diventerà così capolavoro artistico, prodotto adamantino e imperituro della creatività umana.

La capacità di vivere in tutto l’Universo, consentendo alla razza umana di colonizzare tutti i mondi, ci darà il potere di unire tutti i mondi dell’universo in un tutto artistico, in un’opera d’arte, della quale gli innumerevoli artisti, come nell’immagine del Creatore Uno e Trino, sarà l’intera razza umana, la totalità delle generazioni risorte e ricreate ispirate da Dio, dallo Spirito Santo, che non parleranno più attraverso certi individui, i profeti, ma agirà attraverso tutti i figli dell’uomo nella loro (supramorale) totalità etica o fraterna, attraverso i figli dell’uomo raggiungerà la perfezione divina (‘Voi dunque siate perfetti, come il Padre vostro che è nei cieli è perfetto’) per la causa, l’opera di restaurazione del mondo fino all’incorruttibilità sublime che aveva prima della Caduta.

Il destino dell’Umanità è dunque tra le stelle dove i ‘figli dell’uomo’, creatori di innumerevoli mondi-universi e manipolatori del tessuto spazio-temporale, devoti alla missione di rianimazione universale, erigeranno il Tempio o Cattedrale Universale che sarà dimora non di icone e immagini, ma degli Antenati rianimati viventi.

6. L’Ultimo Alchimista

George M. Young, autore di un saggio sul pensiero fedoroviano e sulla visione dei ‘cosmisti’, ha definito Fedorov come l’ultimo grande “alchimista” della storia, in quanto ha tentato di indirizzare tutta la conoscenza e il lavoro umano, tutta la scienza, la religione, e l’arte, in un unico compito di trasmutare ciò che attualmente è morto o morente, nella vita eterna universale.

Nella visione di Fedorov il potenziale della creatività umana è illimitato, e va espresso anzitutto nella lotta comune al nostro destino mortale, compito che riguarda ogni uomo, credente e non, ricco e povero, dato che la Natura matrigna colpisce indifferentemente tutti gli uomini provocando morte e distruzione. La sconfitta della Morte è, e deve essere, la missione evolutiva dell’Uomo.

Ad oggi, come Fedorov ha osservato, la mortalità è l’indicatore più evidente di una natura umana ancora imperfetta e contraddittoria nonché la ragione profonda per la maggior parte del suo male; finché non vi sarà un dominio esteso sulla Natura matrigna che ci impone le sue leggi — tra cui la legge più iniqua di tutte e fonte di ogni male ossia la morte di ogni essere cosciente — nessun uomo infatti potrà dirsi davvero libero in quanto soggetto alla divisione, alla distruzione, e alla morte a cui va incontro il mondo.

Il nostro filosofo era animato dalla convinzione che l’umanità deve diventare agente attivo della sua evoluzione spirituale-materiale, e fraternizzare nella comune lotta contro le forze antagoniste naturali, con lo scopo di proteggere, affermare, e ampliare la vita, conquistando e umanizzando la Natura così da trasformarla in un potenziale organismo umano.

Il Progetto di Fedorov assegna all’umanità una finalità talmente ‘epica’ ed ‘eroica’, talmente vertiginosa e sconcertante, che ne possiamo rimanere sconvolti, eppure essa non contiene forse un’aspirazione umana universale come dimostra l’antico sogno, e archetipo, dell’immortalità da sempre variamente coltivato dalle religioni e, in generale, dall’uomo?

Il pensiero di Fedorov, per quanto qualcuno possa liquidarlo come fantasticheria irrealizzabile o utopismo sfrenato, andrebbe valutato anzitutto nel suo rappresentare una ‘ribellione morale’ senza precedenti che può unire gli uomini in un’opera di emancipazione dalla sottomissione involontaria della Natura.

E’ opportuno dunque giudicare il progetto fedoroviano nel suo disegno complessivo: quello di un ‘dover essere morale’ teso ad abolire il male della morte — di cui l’uomo è vittima maggiore in quanto essere cosciente — che non va accettata come parte della “condizione umana”, ma va sconfitta per mezzo della conoscenza, della scienza e della tecnologia.

Se il valore più alto nell’uomo, essere cosciente, sta nella sua ribellione morale e materiale all’ordine naturale, in particolar modo a quegli aspetti naturali che privano o limitano la sua libertà, allora gli obiettivi della sconfitta della morte e rianimazione dei morti, vanno visti come implicazioni etiche di questa ribellione.

Il messaggio fedoroviano insiste sulla capacità e il dovere dell’uomo di diventare soggetto attivo della propria salvezza e libertà, in quanto la salvezza dell’uomo proviene solamente da se stesso, una salvezza che sarà davvero completa quando anche i nostri simili saranno salvati, e quando riusciremo a salvare l’intera umanità passata, presente e futura. La salvezza, secondo il nostro filosofo, non sarà dunque opera di qualche intervento divino, nè di una mera “conoscenza di se stessi”, e di certo non di una conoscenza fine a se stessa, bensì sarà frutto del lavoro comune umano, compito per tutti e con tutti.

Il merito della filosofia di Fedorov, a fronte di certo tradizionalismo religioso che promette esclusivamente una salvezza ultraterrena, o del nichilismo contemporaneo che riduce tutto all’insignificanza, o semplicemente di una rassegnazione fatalistica di fronte all’esistenza, sta nel proporre una via inedita che rimette l’uomo al centro di un universo morale per arrivare a dirigere, con la forza della ragione, il funzionamento dell’universo fisico in modo che esso sia trasformato in ‘opera umano-divina’.

La grandezza genuina e autentica originalità di Fedorov deve perciò essere ricercata nella sua eccezionale consapevolezza della vocazione attiva dell’uomo nel mondo, nella sua domanda religiosa di un rapporto di trasformazione integrale della natura, nel suo richiamo a cambiare insieme le condizioni indesiderabili attraverso sforzi razionali.

La concezione fedoroviana, in cui vita e ragione celebrano la loro vittoria sulla natura cieca e irrazionale, può rappresentare quindi un modello per l’uomo di oggi — solitamente diviso tra scienza e spirito, tra nichilismo e dogmatismo, tra il “deserto dei valori” e le “verità dei fanatici” — in quanto propone un telos morale all’umanità, una finalità superiore, da realizzare con la forza dello Spirito e la potenza della Tecnica, in un processo di evoluzione consapevole e intelligente.

Il pensiero “scandaloso” e “temerario” di Fedorov è portatore di principi e valori, che possono sembrare incompatibili o inconciliabili ai nostri occhi, quali una fiducia incrollabile nelle potenzialità del genere umano, e nel potere senza limiti della scienza e della tecnica, un’esigenza morale di ribellione all’ordine naturale ingiusto, una missione di unificazione fraterna del genere umano che si estende per tutte le generazioni passate e future, e un cristianesimo preso a modello religioso per il compito di restituire tutti i morti alla ‘vita eterna’.

La fusione di slancio religioso e futurismo tecnologico è sicuramente uno degli aspetti più sorprendenti della sua filosofia in cui risuona, ma molto più amplificato, l’eco di quella concezione baconiana per cui il sapere deve essere orientato al dominio sulla natura come prescritto da Dio stesso all’uomo. Fedorov ha congiunto scienza e sacro in un modo che oggi scandalizzerebbe sia molti uomini di fede sia molti uomini di scienza, tuttavia è proprio questa la significativa rivoluzione ‘copernicana’, in campo filosofico, che gli deve essere riconosciuta.

Si può anche trarre da Fedorov l’insegnamento, quantomai attuale, che lo sviluppo religioso e spirituale deve accompagnare il progresso tecnologico, ovvero che scienza e religione devono essere parti di una stessa unità olistica orientata al miglioramento della vita. E riflettere che il progresso tecnologico, se perseguito per scopi diversi da quelli morali, potrebbe finire in un disastro e, allo stesso tempo, il solo sviluppo spirituale, senza la tecnologia scientifica, potrebbe portare ad un vicolo cieco.

Si può essere inclini a respingere Fedorov come un utopista stravagante, denunciando il suo progetto come impraticabile o senza senso, ciononostante egli ci propone una filosofia dell’azione frutto del suo pragmatismo radicale. Fedorov, come il suo quasi contemporaneo Marx, voleva cambiare il mondo e non solo analizzarlo. Era convinto che il suo progetto era pratico e realizzabile, ha insistito sul fatto che i suoi progetti non sono in alcun modo fantasie utopistiche ma ragionevoli, necessari, attività fattibili. A differenza di Marx, però, vedeva la radice del male non nel rapporto tra uomo a uomo, nè nella volontà oscura delle persone, tantomeno nei rapporti economici, ma nel rapporto dell’uomo con la Natura.

Fedorov inoltre introduce nel cristianesimo un antropologismo attivo, egli intuì che il cristianesimo non può essere solo una religione di perfezionamento interiore e di salvezza personale. La rassegnazione di fronte alla morte e la separazione della conoscenza dall’azione è falso cristianesimo. Nella sua visione teologico e umanistica Dio non crea esso stesso il finalismo e la coscienza nella Natura; ma lascia questo compito all’opera intenzionale all’uomo, che proseguirà e completerà la creazione divina. Il motivo religioso e morale fondamentale in Fedorov, che si rivela soprattutto nella sua idea di rianimazione universale, era l’impossibilità e il rifiuto di riconciliarsi con il deperimento eterno e i tormenti dell’ ‘inferno’, anche se si tratti di un singolo essere sulla terra.

Non è difficile prevedere le possibili obiezioni e critiche a cui si presta il progetto fedoroviano soprattutto nella sua idea di rianimazione dei morti che in effetti solleva alcune spinose questioni scientifiche e morali come, ad esempio, se sia davvero possibile scientificamente rianimare persone morte da tempo, o se sia opportuno moralmente rianimarle. Tali questioni rendono il progetto fedoroviano certamente discutibile ma c’è da dire che non costituiscono, a ben vedere, obiezioni insormontabili in quanto possiamo immaginare che un’eventuale futura civiltà avanzata, discendente dall’umanità, avendo a disposizione conoscenze e tecnologie inconcepibilmente superiori alle nostre, potrebbe riuscire a risolvere tali questioni.

Alla filosofia di Fedorov d’altronde hanno attinto diverse figure di scienziati che non considerarono così ingenuo il suo progetto e che anzi proseguirono, a loro modo, le sue idee a partire da quelle relative all’esplorazione e colonizzazione extraterrestre. Se pensiamo che dal pensiero fedoroviano germogliarono la filosofia cosmista e la scienza immortalista da cui riprende, a sua volta, alcuni elementi la filosofia transumanista, che tanto clamore sta suscitando nel dibattito pubblico, per cui l’uomo dovrebbe impiegare scienza e tecnica, eticamente orientate, per trascendere la sua condizione biologico-naturale, allora capiamo che l’eredità filosofica fedoroviana è più ampia e profonda di quanto potremmo credere in un primo momento.

Il progetto della dominazione delle forze naturali e della rianimazione dei morti, certamente talmente oneroso e ‘titanico’ da far impallidire ogni ideale progressista, potrebbe sembrare destinato a rimanere lettera morta al giorno di oggi dato che la nostra specie deve ancora compiere molti passi sulla via della ‘civilizzazione’ per poter anche solamente prendere in considerazione il gravoso problema, e la soluzione, che pone all’uomo la morale fedoroviana.

Sarebbe sensato, seguendo allora una logica rinunciataria, classificare il progetto fedoroviano come qualcosa di inattuabile al nostro stadio di civiltà se non fosse che recentemente gli avanzamenti della scienza e tecnica ci stanno dischiudendo prospettive interessanti sulla nostra possibilità scientifica di sconfiggere la morte. Seppur si tratta di primi passi, ancora incerti, possono rappresentare quel ponte evolutivo che ci consente di proseguire nella nostra opera di “trascendenza tecnologica” iniziata quando in tempi remoti l’uomo assunse la posizione eretta e produsse il suo primo artefatto.

L’uomo, nella visione fedoroviana, è certamente “strumento di Dio” ma non per questo ne è il suo burattino, tutt’altro. Noi possiamo scegliere quale strada intraprendere, conoscenza o ignoranza,rianimazione o distruzione, vita eterna oppure oblio eterno.

Com’è noto gli alchimisti fallirono nel loro tentativo di trasmutare i metalli in oro, e di scoprire l’elisir di lunga vita, ma il successo o fallimento del progetto indicato da Fedorov è interamente nelle nostre mani. L’uomo può scegliere se rimanere assoggettato alle forze ostili della natura e vincolato alla sua condizione mortale, oppure associarsi con i suoi simili per solcare le sterminate distese dello spazio-tempo e trasmutare l’universo in ciò che deve essere: un cosmo dove l’uomo sia pienamente artefice del proprio destino.


Bibliografia:

N.F. Fyodorov. The Philosophy of the Common Task (testo in inglese disponibile online: http://www.apocalyptism.ru/N-Fedorov-1.htm )

George M. Young, I Cosmisti russi: Il futurismo esoterico di Nikolai Fedorov e dei suoi seguaci. New York: Oxford UP 2012

A. Berdyaev, The Religion of Resusciative Resurrestion. “The Philosophy of the Common Task of N. F. Fedorov ( disponibile in inglese online: http://www.berdyaev.com/berdiaev/berd_lib/1915_186.html )


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