Beck to hip-hop, o suppergiù. Otto canzoni per una settimana tormentata

Settimana #7 (6 giugno > 12 giugno)

Volete distrarvi dai report del concertone di PJ Harvey al Primavera? Nella settimana in cui è stato annunciato un progetto di Nils Frahm, Woodkid e Robert De Niro (davvero) e Amanda Palmer & Jherek Bischoff hanno pubblicato la cover più pesante di sempre di Purple Rain, nella settimana in cui si è tanto parlato del nuovo supergruppo dei Prophets of Rage e i Train pubblicano un cover album di Led Zeppelin II (non è uno scherzo), noialtri di Humans vs Robots mettiamo in fila un pezzo quasi hip-hop di Beck, una canzone allegra come può esserlo un incrocio fra Nick Cave e i Velvet Underground, una cosa cholo goth, della synth-wave abbinata all’immaginario horror/cyberpunk, un po’ di noise-rap schizzato. La prossima settimana solo canzoni d’amore.


1. Beck

Wow

Se lo schema è album allegro-album triste-album allegro, questo sarà divertente

Pare sia andata così. Beck stava scrivendo un’altra canzone (forse Dreams o forse no, non ricorda) e gli è venuto di metter giù un pezzo basato sul suono del flauto. E così ha scritto in gran fretta Wow, una specie di hip-pop (non è un refuso) che ha poi messo da parte, finché qualcuno l’ha sentito e gli ha detto che avrebbe dovuto metterlo nell’album che uscirà in ottobre. Lui l’ha spedito ai suoi discografici e pur non trattandosi di un pezzone loro l’hanno scelto come singolo. Nel brano a quanto pare ci sono solo il cantante e il produttore Greg Kurstin, ma per poco non c’è stato Chance the Rapper. La canzone è allegrotta come lo era Beck, che si stava riprendendo da un problema alla schiena, quando l’ha scritta. Da non confondersi con questa che è di Flume e nemmeno con quest’altra degli M83, entrambe con ospite Hansen. (claudio.todesco)


2. My Jerusalem

Rabbit Rabbit

Già lo sguardo è tutto un programma

Dice Jeff Klein, cantante e leader dei MJ, che quand’era bambino «c’era questa diceria che girava — che se il primo del mese ripetevi “coniglio coniglio coniglio” tantissime volte, tutto il mese sarebbe stato pieno di sorprese felici». Da qui il titolo del pezzo, Rabbit Rabbit. Ma con la felicità la band di Austin, Texas, profondo sud USA, c’entra poco: loro cantano di morte, sesso, vite difficili, scelte dolorose e amori tormentati. Un po’ Nick Cave, un po’ Velvet Underground, i MJ confezionano un pezzo da ascoltare rigorosamente di notte, meglio se attraversando il deserto tra Austin e Huston a bordo di una vecchia Buick decapottabile. Non si assicura effetto analogo con Fiat Panda e coda su tangenziale nord, ma ci si può provare. (Francesco Eandi)


3. Perturbator

Sentient (feat. Hayley Stewart)

Lui negli anni ’80 manco c’era, ma devono essere stati convincenti quando glieli hanno raccontati

In un mondo futuro che ricorda parecchio Blade Runner, androidi e umani convivono e collaborano, ma un’oscura religione vuole eradicare la presenza delle macchine sulla Terra. Una androide dalle forme molto umane decide di investigare e… Beh, guardatevi il video, un gioiellino di computer-grafica molto rétro, come rétro è tutto il progetto Perturbator: synth-wave e immaginario horror/cyberpunk che deve tutto ai favolosi anni ’80. James Kent (Perturbator, appunto) è un ex chitarrista black metal convertitosi all’elettronica, e il passato di metallaro, per chi lo sa leggere tra le righe, viene fuori. Il nuovo disco è appena uscito. (Francesco Eandi)


4. The Avett Brothers

Ain’t No Man

No, non sorridono. E del resto il loro album s’intitola True Sadness

Tecnica di automotivazione numero nove (come gli album degli Avett Brothers): ascoltare Ain’t No Man sforzandosi di sorridere. Sincronizzare il movimento delle spalle alla linea del basso. Battere mani e/o piedi seguendo il ritmo. Immaginarsi parte di una congregazione gospel di Memphis. Cantare senza pudore alcuno il ritornello: «Non c’è uomo che mi può salvare, non c’è uomo che mi può schiavizzare, non c’è uomo che può cambiarmi l’anima, nessuno qui può farmi del male o impaurirmi». (claudio.todesco)


5. Cass McCombs

Opposite House

Era una casa molto carina senza soffitto senza cucina…

Cantare di magneti che s’appiccicano al frigorifero non sembra una grande idea, vero? Eppure Cass McCombs ci cava una cosa soffice e amabile, una surreale epopea casalinga sul tema della felicità dove descrive una casa al contrario, col tetto al posto del pavimento. La voce femminile è di Angel Olsen. Se McCombs vi piace, sappiate che sta per pubblicare il nuovo album Mangy Love e che nel recente tributo ai Grateful Dead rifà Dark Star. (claudio.todesco)


6. Prayers

Black Leather (feat. Kat Von D)

D&G (dead and goth)

Cholo goth (il termine l’hanno inventato loro, eh): musica elettronica in salsa dark wave, immersa nell’immaginario delle gang latine e con un sottile retrogusto mistico. I Prayers sono due tipi nati-in-Messico-ma-trapiantati-a-San Diego, con un certo stile; le loro canzoni, orecchiabili ed epiche, si piantano in testa da qualche parte fra i Depeche Mode e i Pet Shop Boys che tirano tardi a Tijuana. Black Leather vede la partecipazione della starlette Kat Von D, pure lei chicana, e a tratti affiora lo spettro dei Wall of Voodoo: il miglior lato oscuro della California anni ’80. (Angelo Mora)


7. Ruts DC

Psychic Attack

Babilonia sta bruciando, ma c’è tempo per un’altra pinta

Uno dei gruppi preferiti di Henry Rollins, che fu il loro frontman per una notte nel 2007 (fra le sue ultime esibizioni come cantante). Il titolo di un bel romanzo di John King, Human Punk, omaggia una delle loro canzoni più famose. Per fortuna i Ruts vivono nel presente; qui prendono in prestito un riff assassino dai Thin Lizzy, vi innestano una linea melodica azzeccata e ci travolgono con un’energia da ventenni. Quando certi critici si parlano addosso per spiegarvi le radici socio-filosofiche del punk inglese, mettete su un pezzo così e alzate il volume a undici. (Angelo Mora)


8. Death Grips

More Than the Fairy (feat. Les Claypool)

Diglielo tu che ‘sta canzone non ti piace…

E ora, qualcosa di completamente diverso. Chitarre elettriche che trapanano il cervello, suoni elettronici schizzati, noise-rap urlato, continue fermate e ripartenze, una base ritmica che va da tutte le parti e il basso dell’eroico Les Claypool dei Primus. Che cosa ci vogliono dire i Death Grips con quest’ultimo incasinatissimo patchwork? Non lo sappiamo, però lo ascoltiamo con la stessa curiosità morbosa con la quale guardiamo i filmati degli incidenti stradali. (claudio.todesco)