Trent Reznor, Macklemore, Randy Newman e le canzoni della settimana che non ascolterete ai Nobel

Settimana #21 (17 ottobre > 23 ottobre)

È stata dura, ma anche questa settimana siamo riusciti a scovare otto canzoni che non porteranno mai i loro autori a vincere un Nobel per la letteratura — ovviamente abbiamo barato escludendo a tavolino Leonard Cohen. Dunque ci sono Trent Reznor e Macklemore che ci provano con l’impegno sociale e buttano fuori canzoni tratte da due documentari, uno sui cambiamenti climatici e l’altro sull’emergenza oppioidi in America. (E comunque, chi l’avrebbe detto che un giorno il documentario sarebbe stato così rock?) Con Randy Newman e Ani DiFranco rischiamo, perché il primo è probabilmente amato dalle «prostate irrancidite di vecchi hippie che parlano a vanvera» (copyright Irvine Welsh), mentre la seconda piazza lì un tema importante che, si sa, nobilita (ed eventualmente “nobelita”) la canzone. Fortunatamente ci sono Drones Club, Dillinger Escape Plan, Two Door Cinema Club, gli italiani Tutti i Colori del Buio e con loro ci va liscia: le canzonette sono salve, anche per questa settimana non diventano letteratura.


Trent Reznor & Atticus Ross

A Minute to Breathe

Ho venduto milioni di copie e posso permettermi di far girare foto promozionali discutibili

L’uomo che a Woodstock 1994 ci voleva scopare come un animale — ringhiante e ricoperto di fango — oggi compone musica per un imminente documentario del National Geographic Channel (Before the Flood). E per una missione della NASA, qualche mese fa, sempre affiancato da Atticus Ross. Che cosa è successo nel frattempo? A parte la morte cerebrale del rock, niente di particolare. Ogni tanto Trent Reznor fa finta che le cose non siano mai cambiate e porta in tour i Nine Inch Nails come se fossero una grossa band mainstream “qualsiasi”, o quasi. Lo preferiamo così, comunque: pantofolaio ma onesto, non banale e, in rapporto a un talento superiore, sufficientemente ispirato. Insomma, quanto basta per consegnarci una piccola Hurt del giorni nostri. E pazienza se il testo di A Minute to Breathe non sia proprio da Premio Nobel per la letteratura. (Angelo Mora)


Randy Newman

Putin

Vladimir Putin mentre esegue una canzone su Randy Newman

Questa è una canzone su un uomo talmente potente da alimentare un reattore nucleare con la parte sinistra del cervello. Uno che quando toglie la camicia fa urlare le ragazze. E no, non si tratta di Bruce Springsteen. Seriamente, solo Randy Newman poteva scrivere una canzone siffatta su Vladimir Putin, una cosa da cheerleader dell’età del jazz, con un tocco orchestrale alla (occhio al name-dropping a vanvera) Shostakovich. A metà strada Newman s’infila nel cervello del leader sovietico e ne indovina i pensieri, persino i dubbi. Pochi giorni fa il Corriere ha scritto come se niente fosse che la Russia si prepara alla guerra con l’Occidente: che fortuna, abbiamo la colonna sonora. Pss, non ditelo in giro, ma pare che Randy si sia ispirato a questa qua. (claudio.todesco)


Ani DiFranco

Play God

La gioia di Anita, prima che le dicessero del ministro Lorenzin

E va bene l’età che avanza, e va bene le gravidanze, ma pareva strano che Ani DiFranco non prendesse parola in questo periodo cruciale di storia americana. E allora durante il tour che ha chiamato guarda caso Vote Dammit butta lì questa canzone sul diritto alla procreazione. «Come società» dice «è il momento di riconoscere che una donna che non è grado di controllare i suoi diritti riproduttivi non può essere considerata libera ed è responsabilità del governo proteggere e garantire la libertà di tutti i cittadini americani». E così, accompagnata da Ivan Neville (presente la famiglia Neville?), Terence Higgins (presente la Dirty Dozen Brass Band?) e Skerik (presente il sax di Mad Season e Les Claypool’s Frog Brigade?), Ani canta che noialtri uomini non possiamo giocare a fare Dio, ma le donne sì. (claudio.todesco)


Drones Club

Hissing Song

Charles Dobney, uno degli Est End boys. Gli altri due sono in giro con le West End girls

Con un nome che rimanda direttamente a P. G. Wodehouse (il Drones Club era il club per soli uomini che frequentava il ricco e decerebrato Bertie Wooster), il trio cui qui si accenna non poteva che essere di stanza a Londra: dove, pare, sia piuttosto noto, tra comparsate alla Fashion Week e zampini vari negli eventi mondani che contano. Ai posteri la sentenza se nel caso di questi nipotini di Neil Tennant sia più il talento o più il fiuto, ma la loro insalata di disco music, synth pop, EBM, fa di Hissing Song la risposta definitiva alla domanda formulata a suo tempo dagli Afterhours: no, non si esce vivi dagli anni ’80. (Francesco Eandi)


Macklemore

Drug Dealer (feat. Ariana DeBoo)

Macklemore e un altro tizio vestito meglio di lui spiegano agli americani la pericolosità della dipendenza da oppioidi

L’anno scorso il rapper di Seattle Macklemore ha fatto una cosa inattesa: ha pubblicato una canzone sull’abuso di farmaci negli Stati Uniti. E pure bella. È una faccenda che gli sta a cuore, data la sua esperienza personale e per via della morte di un amico. Ora porta la sua lotta contro la medicalizzazione della vita degli americani a un nuovo livello col documentario Prescription for Change: Ending America’s Opioid Crisis dove appare al fianco del presidente Obama per parlare di dipendenza da oppioidi, un’emergenza nazionale laggiù, in the land of the free. Dal documentario è tratta Drug Dealer, che è un po’ la figlia di Kevin: un pianoforte e un coro quasi gospel, atmosfera meditativa e tono colloquiale, citazioni delle tante pop star da Michael Jackson a Prince ammazzate da overdose di farmaci prescritti. E poi c’è la voce femminile della giovane Ariana DeBoo che dice tutto in poche parole: «Il mio pusher era un medico, i fili li tirava l’industria farmaceutica, ha cercato di uccidermi per un dollaro». Neanche questa merita il Nobel, però è efficace. (claudio.todesco)


Tutti i Colori del Buio

The Crab’s Failure

La band dalle finestre che ridono

«Sergio Martino è il nostro Elvis», dicono. E magari i Black Flag di My War stanno a fianco del regista romano nel loro pantheon artistico, aggiungiamo. Hardcore punk contaminato dal metal e con un taglio cupo e abrasivo, che si riflette sull’intera estetica del gruppo. Tutti i Colori del Buio rielaborano l’insuperabile lezione americana, dimostrando di conoscere molto bene la materia e concedendosi raffinatezze e sarcasmo a livello lirico (vedi titoli come REM vs NRA, Holiday in Mongolia o More Than Sartre, Less Than Allin). The Crab’s Failure — che cita I canti di Maldoror del Conte di Lautréamont — incarna tante-ma-non-tutte le sfumature del suono del quartetto di Torino (città che nei primi anni ’80 partorì i Nerorgasmo, maestri dell’HC a tinte fosche). Se intrigati, immergetevi nel vortice claustrofobico dell’album d’esordio Initiation into Nothingness. (Angelo Mora)


The Dillinger Escape Plan

Limerent Death

Carini e coccolosi, carini e coccolosi

La natura dei gruppi cattivissimi eppure musicalmente sofisticati implica un duplice livello di instabilità, che quasi sempre porta a fini precoci. Con sommo disappunto dei fan, i Dillinger sono morti: «Non ci prendiamo una pausa, ci sciogliamo proprio», ha dichiarato il cantante Greg Puciato. Il loro testamento musicale è un album intitolato Dissociation, il cui primo singolo è un brano la cui parte iniziale, caratterizzata da un testo enigmatico e dolente, pare una rampa di lancio per il minuto finale: «I gave you everything you wanted, you were everything to me» sono parole molto diffuse nella storia della canzone popolare — ma fidatevi, non le avevate mai sentite espresse con questo slancio. (Paolo Madeddu)


Two Door Cinema Club

Gameshow

Ultimamente c’è molto sole, in Irlanda del Nord

I TDCC hanno una caratteristica quasi unica che li rende interessanti e, lo diciamo con una piccola meschina punta di sadismo, divertenti loro malgrado: sono l’unico gruppo del Regno Unito (per di più indie) che la stampa specializzata locale, di norma allineata alle esigenze dell’industria locale, prenda a pallate in luogo di esaltarli come meravigliosa, irrinunciabile Next Big Thing. Qualsiasi incoerenza e sospetto di ammicco o furberia viene loro rinfacciata con gelida severità rispetto ad altre band di maggior successo (e maggior compromesso) nelle quali sono non solo tollerate, ma persino accolte con febbrile interesse. I loro seguaci, scoraggiati, iniziano a diradarsi, ma in questo brano che dà il titolo al loro terzo album i glamourosi nordirlandesi offrono un saggio ineccepibile di quel rock venato di sintetizzatori 80s che è da tempo una delle strade più testardamente percorse dalle rock band in cerca di appigli per rimanere a galla nell’epoca del pop. Avvertenza: il video è a 360 gradi, se non avete familiarità sappiate che potete portare il mouse sulle freccine in alto a sinistra e guardare i musicisti non inquadrati. Il nostro preferito è quello nell’angolo a sinistra che probabilmente non sta facendo niente. (Paolo Madeddu)


Bonus track 1: The Girls I Could’ve Had degli Who. Più che altro, un demo di Pete Townshend inedito e tratto dalla edizione deluxe dell’album di debutto My Generation. È un pezzo sulla mancanza di successo con l’altro sesso ai tempi in cui il chitarrista viveva a Chesham Place: lui faceva demo in studio, Roger Daltrey portava a letto le ragazze. Poi le cose sono migliorate, Pete?

Bonus track 2: Scherzo del violoncellista Giovanni Sollima con l’autore Giacomo Cuticchio al pianoforte. Eddai, che sentire un grande strumentista non vi fa male… Comunque, il brano è tratta da Sonate di terra e di mare dove il violoncellista incontra alcuni giovani compositori palermitani e le sue esecuzioni sono inframmezzate dalle electronics di Luca Rinaudo a.k.a. Naiupoche.


Queste le canzoni della settimana appena trascorsa. Volete ascoltarle (e leggere il commento) giorno per giorno, appena escono, fresche e fragranti come uno sfilatino appena uscito dal forno? Sintonizzatevi su www.hvsr.net!