BREVE ANTOLOGIA POLITICA DEI GIORNI NOSTRI

Che sembri ieri o mille anni fa, a seconda della propria percezione, il 4 Dicembre è ormai passato, e quella grande mobilitazione popolare (come qualcuno ha voluto definirla), quel dibattito politico ritornato finalmente nelle case degli italiani, sembrano almeno in apparenza essersi sgonfiati.
Matteo Renzi come aveva promesso si è dimesso, dimostrando coerenza e responsabilità. Lo ha fatto nonostante intorno a lui moltissimi gli avessero chiesto di rivedere questa scelta, compresi quelli del “votiamo no, per mandare a casa Renzi”. 
Ciò che rende tutto questo più amaro, è però la conseguente assenza di dibattito sulle riforme che oggi stiamo vivendo e a cui non eravamo più abituati. Jobs act, unioni civili, legge di stabilità, riforme isitituzionali, giusto per citarne alcune, che fossero o meno condivise da tutti (d’altronde democrazia è confronto), erano i punti chiave di un agenda politica sempre in fermento. Oggi di nuovo si parla invece solo di indagini giudiziarie, scissioni, rese dei conti, argomenti squisitamente da diretti interessati, dimenticando temi come lavoro, futuro, cambiamento.

Ma cosa sta succedendo alle forze politiche? Come si presentano oggi agli occhi dei cittadini?

Il Movimento 5 Stelle sembra ormai essere solo il fantasma di quel civismo intransigente e ortodosso, di quel purismo incorruttibile che lo caratterizzava. Oscurato dalle vicende di Roma e da quell’atteggiamento tutto all’italiana — verso cui si dichiaravano ostili — dell’autodifesa sempre e comunque. A questo si aggiunge il nuovo approccio garantista nei confronti degli indagati in casa che tanto criticavano alle altre forze politiche e che oggi è divenuto la principale arma di difesa dei pentastellati. Persi nei loro pensieri.

Destra e Lega nord non ci stanno a rimanere indietro sui grandi temi populisti, su cui si costruiscono muri fuori dall’Italia, e condiscono di xenofobia e protezionismo quel ricordo antigovernativo (a priori) ereditato dagli anni del governo Renzi. 
Le parole d’ordine del loro lessico banalmente all’insegna del “prima gli italiani” o del “mandiamoli a casa tutti”. Trumpismo vuoto tricolore.

Centrodestra in cerca di autore si potrebbe dire. Chi sia il leader non è dato saperlo, con il Cavaliere che non ci sta a mollare e intorno a lui una pletora confusa e disallineata di aspiranti successori.
Nel frattempo i divorziati in casa si rifugiano con Alfano in un’identità ormai totalmente governativa (come se bastasse esserci). Incursori e mediani.

Veniamo al Centrosinistra. Archiviamo velocemente la pratica Sinistra Italiana, con un poco o niente pervenuto, se non qualche scissione e divisione che in meno di un anno ha il sapore del ritorno al peggio della tradizione.

Passiamo invece al Partito Democratico, fra reduci , scissionisti e arditi.

Si sà, nessuno è obbligato ad appartenere a vita ad un partito, ma la mossa della brigata D’Alema, Rossi, Bersani, sà poco di motivazioni politiche legate alle sorti di un paese quanto, piuttosto, all’incapacità di accettare una possibile riconferma dell’ex premier come guida PD da parte del popolo del centrosinistra. L’inizio della Fine?

Il governatore della Puglia Emiliano, il candidato con lo stile sicuramente più vicino al lessico, all’atteggiamento e al posizionamento di un leader populista, dopo vari ripensamenti, girotondi e sfuriate ha deciso di restare dentro e candidarsi a segretario del Partito Democratico, presentandosi alla stregua di una vittima che si immola per un bene superiore. Ma si sa, di vittime in politica ce ne sono poche, soprattutto se la candidatura arriva dopo lunghe telefonate con i vari leader, compreso quello che dichiari di voler mandare a casa. Biscotto o Peperoncino?

É invece freschissima, o quasi, la candidatura del ministro della giustizia Orlando. Una figura di cui almeno per ora si può dire poco o niente, sempre pulito, sempre “politically correct”. Linguaggio strettamente da addetto ai lavori, siamo stati abituati fin’ora a vederlo in vesti istituzionali nel governo Renzi, vedremo se sarà una candidatura di area o piuttosto una vera sorpresa. Da annotare il tentativo negli ultimi giorni di porsi come grande mediatore fra le anime in via di scissione, evidentemente non andato proprio a buon fine. Tattica o sorpresa.

Infine Matteo Renzi, l’unico candidato alla guida del Partito Democratico che attualmente non ricopre alcun incarico politico. Sembra voler riconquistare quella permeabilità agli umori dei cittadini che lo ha distinto negli anni del rottamatore. Destino vuole che questa rottamazione sembri delinearsi proprio in questi giorni e non per sua volontà, visto l’appello all’unità verso quegli storici rivali figli della prima repubblica, come sono D’Alema e Bersani.
“In cammino” è il concetto con cui vuole rappresentare questa nuova fase, e lui in viaggio ci si mette davvero, come farebbe ogni uomo alla ricerca di nuove energie. Va in America, alla scoperta di modelli ed idee innovative, a cui ispirarsi. É il ritorno del leader che tanto era piaciuto agli italiani? Ancora non possiamo dirlo, ma lui sembra proprio voler riscoprire quella dimensione di cittadino che si mette in gioco che forse gli anni della responsabilità di governo lo avevano costretto a mettere da parte. In mezzo a Orlando, l’uomo della politica alla vecchia maniera, e a Emiliano il magistrato in aspettativa e presidente di regione in cerca di ribalta, chissà che non diventi davvero Renzi l’outsider, il cittadino intraprendente, sempre in movimento, pronto a reagire e mettersi in gioco. Nuovi stimoli.