L’Europa non può attendere

L’Europa è arrivata ad un bivio. Oggi la scelta è quella tra vivere o morire, metaforicamente parlando, perché limitarsi a tirare a campare non è accettabile.
Una situazione di luci ed ombre, paventata in passato da una parte del nostro mondo politico. Ne è un esempio Bettino Craxi: nel 1997, di fronte agli europeisti che presentavano l’Unione come un paradiso terrestre, rispondeva che “nella migliore delle ipotesi l’Europa sarebbe stata un limbo, nella peggiore un inferno”.
Forse è opportuno, anche alla luce di questo vaticinio, rispolverare una citazione di Massimo D’Azeglio, trasponendola sul piano europeo: ”Fatta l’Europa, adesso facciamo gli europei”.

Oggi più che mai ci rendiamo conto che il sogno di Europa rischia di essere un progetto politico-istituzionale nato zoppo, con principi ideali di grande respiro, tarpati da un’attuazione parziale sul piano pratico e incatenati dalla supremazia tecnocratica.
La distanza percepita dai cittadini rispetto alle istituzioni europee è cosa nota. Meno nota è la soluzione per risolvere questo crescente disagio politico, che ha portato, porta e, senza un’inversione di tendenza netta, porterà ad una crescente affermazione delle forze anti-europee e populiste.
La crisi politica e istituzionale in Europa deve essere arginata, per non rischiare che si trasaformi nella valvola di sfogo degli stessi cittadini, che, distanti da una concezione di cittadinanza attiva europea, rischiano di distruggere il sogno di Altiero Spinelli, Ernesto Rossi ed altri, completato oggi soltanto a metà.

Serve un piano d’azione, forse una sorta di nuovo “Che fare?” di leniniana memoria, con modulazioni e prospettive diverse. 
L’Europa può tornare ad essere presentata come un “paradiso terrestre” soltanto se le forze politiche europeiste sapranno mettere al centro del proprio programma una visione rinnovata e ritemprata dell’Unione.

Il 2017 può essere l’anno decisivo per rilanciare un nuovo modo di agire. Italia, Francia e Germania, i tre stati che costituiscono la spina dorsale dell’Europa, affronteranno nel giro di un anno una tornata elettorale che riserva tante incognite.

La speranza è che i tre paesi possano ritrovarsi a condividere una visione comune, in grado di dare nuovo vigore alle istituzioni europee.

Una concezione convintamente progressista, rivolta al futuro e ad uno sviluppo culturale din un comune sentimento europeo.
Immaginate la forza di un vertice europeo tra Emmanuel Macron, Capo di stato francese, Martin Schultz, Cancelliere tedesco, e Matteo Renzi, Presidente del Consiglio italiano. Tre candidati che propongono una politica progressista, volta a rivoluzionare le istituzioni europee e a renderle più vicine ai cittadini europei. Sono tre leadership che propongono una visione diversa dalla solita conservazione istituzionale europea, con una concezione simile tra loro per trovare una svolta.
La svolta che il candidato alla segreteria del Partito Democratico, Matteo Renzi, porta avanti è una concezione pragmatica di Europa, molto diversa dall’attuale. Un:a concezione in cui è fondamentale valorizzare il tema di “Europa sociale”, come primo passo per garantire un futuro che non sia soltanto un insieme di trattati o burocrazie di ogni genere. E’ in questa visione di Europa sociale che deve crescere lo spirito solidale delle istituzioni nei confronti del cittadino, abbandonando quel rapporto freddo e distante che si è creato con il passare degli anni.

Un passo importante in questa direzione è stato il primo G7 della cultura, che si è svolto a Firenze. Occorre avere la capacità di portare la cultura al centro del dibattito politico europeo. Questa sfida non è impossibile: serve che si concepisca un nuovo modo di “fare cultura” come inedito perno per un cambiamento sociale nel panorama internazionale. Di questo obiettivo, l’Italia non può che esserne leader indiscussa, vantando il possesso del 50% di siti Unesco, grazie al patrimonio tramandato da generazioni.
Un percorso complesso, ma non possono certo essere alcune difficoltà a frenare un’evoluzione necessaria e indifferibile.

Occorre che questa ventata di cambiamento inizi ad essere realmente percepita a livello europeo; che una nuova concezione di politiche culturali parta da Bruxelles, con un forte imprinting italiano, e diventi punto fermo per percepire una politica di rinnovamento delle istituzioni europee. 
Senza un netto cambiamento di rotta, l’alternativa potrebbe davverop essere il limbo o, nella peggiore delle ipotesi, l’inferno, consapevoli che, a questo punto, non ce lo possiamo permettere.