Lo strano caso di Michele Emiliano

Emiliano vacilla, si scinde, non si scinde e, infine, da chi? E’ un divorzo al buio quello che il presidente della Regione Puglia regala al popolo del Pd, di quelli che lasciano col fiato sospeso e con qualche dubbio sull’attendibilità di piroette che ricordano il miglior Nureyev.
Se la telenovela targata PD sembra finalmente essere arrivata ad una conclusione per quanto riguarda scissionisti dichiarati come Bersani, D’Alema e Speranza già pronti ad inaugurare il nuovo partito della sinistra, mentre Rossi si appresta a riconsegnare la propria tessera, il magistrato pugliese resta ondivago. 
Un giorno attacca Renzi e si scusa per averlo sostenuto, mentre da un palco romano arringa gli scissionisti, il successivo gli dà il cinque, mentre scende dal palco dell’Assemblea nazionale, in cui ha appena finito di dire che ha fiducia nel segretario. Difficile capire se dietro tutto questo ci sia l’astuzia levantina di un politico scafato o la confusa incertezza di un uomo chiamato a una scelta difficile.
Tirato per la giacca da una parte e dall’altra, con l’ormai ex segretario Matteo Renzi, che ancora richiama all’unità, pronto a confrontarsi con tutti subito, ma senza cedere a ricatti o provocazioni, il presidente della Puglia, Michele Emiliano, sembra ancora alla ricerca di una posizione su cui assestarsi. 
Proprio lui, che si presentava come l’ex renziano pronto a fare guerra al segretario fiorentino a viso aperto, senza mandarle a dire, sembra oggi essersi ingolfato in una posizione criptica. Una posizione che lascia perplessi e sicuramente confusi gli iscritti del PD, che hanno seguito le vicende congressuali negli ultimi mesi.
All’indomani del 4 dicembre, dopo aver sostenuto le ragioni del no al referendum costituzionale, Emiliano è particolarmente pacato: “Questo è il momento in cui ciascuno si assume le proprie responsabilità, e devo dire che questo sta già avvenendo in modo corretto, secondo un’etica della politica che condivido. Poi è anche il momento della riconciliazione”. 
Una pausa di riflessione, ma basta poco perchè si riaccenda la vérve polemica. La minoranza Pd vive con un certo fastidio la nascita del governo Gentiloni e quando, in assemblea nazionale, il segretario Renzi dice no al congresso anticipato e c’è odore di elezioni anticipate, forse già a aprile, la minoranza si scatena. In particolare l’auto candidato segretario Roberto Speranza, ma anche con il deputato Roberto Boccia, lettiano ora molto vicino a Emiliano, che chiede con forza a Renzi di “aprire il congresso, senza isterismi e ipocrisie”. 
Il nome del governatore inizia a circolare fra i papabili segretari e lui quasi si schernisce, liquidando la cosa con una frase rituale: se serve sono a disposizione.
Il mese di gennaio vive un’accelerazione improvvisa, con la minoranza Pd che spinge con forza sul congresso anticipato e “comunque prima di eventuali elezioni” è il mantra, che passa da Roberto Speranza a Enrico Rossi, fino ad arrivare a Emiliano. Lui stesso si fa promotore, insieme al deputato Boccia, di una campagna on line per chiedere il congresso anticipato e, il 22 gennaio, in una dichiarazione riportata da Askanews: “Se qualcuno si prende la briga di aprire il congresso è possibile che io mi candidi. Quello che è sicuro che io non starò a guardare, se dovessi sentire il bisogno di entrare direttamente in campo — ha concluso — non avrei remore a farlo”. 
E’ la discesa in campo ufficiale, tanto che pochi giorni dopo, intervistato da Lucia Annunziata, nel programma “In mezz’ora”, attacca a testa bassa: “Anche le carte bollate per arrivare al congresso. Se non lo fa è lui che apre scissione”. Una dichiarazione di guerra ufficiale a Matteo Renzi, per quello che ormai sembra il candidato ufficiale dell’opposizione al segretario in carica. 
La parola scissione è brandita come una clava dalla minoranza e, nei giorni successivi, si arriva a dire che solo la rinuncia di Renzi a ricandidarsi potrebbe scongiurarla. 
Il 5 gennaio, intervistato da Maria Latella per SkyTg24, Emiliano modula bastone e carota, con sapienza levantina. “Io considero scissione la più grande sconfitta da evitare con ogni mezzo — spiega -, e il congresso è l’unico modo perché così chi vince sarà sostenuto da chi perde come farei io se Renzi dovesse vincere” e prosegue “le primarie non sono previste dallo statuto del Pd, sarebbero una frettolosa invenzione di marca renziana per dare l’impressione di una specie di congresso che invece non si celebra”. Non contento, rincara la dose: “Il congresso ha le sue regole parte dai circoli, coinvolge i militanti, c’è una discussione, votano i tesserati e poi coloro che hanno più voti tra i tesserati partecipano alle primarie aperte a tutti”… “E’ il processo che ha incoronato Matteo Renzi segretario del partito — spiega — non c’è motivo di cambiare queste regole”.Poi l’attacco finale. “Il segretario non si dimette perchè ha un sacco di soldati e salmerie da collocare, ha da salvaguardare un sacco di persone, e se dovesse perdere la possibilità di fare le liste non so se quei sondaggi sarebbero uguali, perchè questi sondaggi sono così adesso che il segretario ha il potere di fare le liste e quindi tiene insieme tutte le infinite correnti del Pd”.
Un tira e molla che passa dal Congresso anticipato al rispetto dei tempi di scadenza naturale, mentre gli attacchi si susseguono. Il 13 aprile, la direzione del Pd è la platea da cui parte ufficialmente la sfida alla segreteria, ma Emiliano detta anche le sue regole. “Quella di candidarmi alla segreteria è una cosa che sento di fare, necessaria”, spiega il governatore, ma di fronte all’accelerazione di Renzi, chiosa: “Non so come si fa a fare il congresso senza sapere quale è la legge elettorale. Escludo che si possa andare al congresso ad aprile: un congresso ad aprile senza conoscere la legge elettorale, che roba è?”.
Il confronto si aggroviglia con la legge elettorale, mentre c’è chi soffia con sempre maggior forza sul fuoco della scissione. Il dubbio è che il proporzionale potrebbe ridare fiato agli aspiranti scissionisti, mentre un maggioritario come il “mattarellum” sarebbe deleterio per le pulsioni separatiste. Calcoli bizantini, dove la politica s’intreccia con le poltrone. 
L’esclation è la riunione romana al Teatro Vittoria con Speranza, Bersani e Rossi, il giorno prima dell’assemblea nazionale di domenica 18 febbraio. Qui Emiliano dà il meglio di sé, giungendo a scusarsi con i presenti per aver sostenuto Renzi. Ormai sembra tutto finito, la scissione appare compiuta ma, a sorpresa, passano 24 ore e al Parco dei Principi, il Presidente della regione Puglia sorprende l’assemblea. Smentisce di aver mai chiesto a Renzi di non candidarsi, rinnova la sua fiducia nell’ex segretario come garante di tutti, afferma che per scongiurare l’addio ormai basta pochissimo. I volti dei presenti tradiscono sorpresa, se non sconcerto. I compagni di scissione masticano amaro, cercano di minimizzare. Lui, Emiliano, serafico scende dal palco dando il cinque all’ex premier, seguito dallo sguardo infuocato di Orfini. E’ l’ennesima puntata della telenovela Emiliano che ora si accontenta di chiedere che il Congresso e le primarie siano dopo le amministrative, magari settembre o ottobre, giusto il tempo per farsi conoscere. 
Un giro di valzer che fa sorridere, che lascia aperta una porta, ma con la sensazione che la stessa potrebbe essere chiusa dopo un attimo, con un semplice refolo di vento. A confermare le contorsioni dell’aspirante candidato segretario bastano poche ore e, infatti, arriva un comunicato congiunto con Rossi e Speranza che addossa a Renzi la scissione, porte chiuse, anzi sprangate. Tutto finito? Niente affatto. Emiliano non smentisce, ma nemmeno conferma, resta vago e sfugge ai cronisti come un amante tradito. Le sue intenzioni ad oggi sfuggono ancora al rilevamento dei radar e, mentre il balletto prosegue, si ha l’impressione che la telenovela sia ormai finita fuori tempo massimo. Il popolo del Pd non capisce più, figuriamoci il Paese alle prese con una crisi che ancora fatica a superare e sempre più attratto dalle sirene del populismo di giornata. 
L’ultimora annuncia che il governatore pugliese resta nel Pd e sfiderà Renzi per la segreteria. La telenovela si trascina, ma ormai scorrono i titoli di coda.