Un’italia che guarda al futuro

«Improvvisamente è scomparso il futuro dalla narrazione politica italiana, l’Italia sembra rannicchiata nella quotidianità».

In queste parole, pronunciate da Matteo Renzi nella Direzione Pd di lunedì scorso, c’è tutta la preoccupazione per un Paese che sembra aver perso la capacità di guardare oltre il ristretto orizzonte della contingenza e che, giorno dopo giorno, si trova sempre più lontano da quel ruolo di elemento centrale del contesto europeo che stava faticosamente riconquistando. 
Oggi più che mai si percepisce quello che è il reale peso dello stop imposto alla riforma costituzionale e la mancanza di un governo di legislatura, capace di dare sostanza e peso internazionale all’Italia. 
Nulla da imputare al governo in carica, sia ben chiaro. Il premier Gentiloni sta svolgendo il suo lavoro con diligenza ed estrema coerenza istituzionale, ma è indubbio che si trova a scontare la debolezza intrinseca di un esecutivo di “servizio”, la mancanza di un orizzonte temporale di lunga durata e le fibrillazioni che minano la solidità del partito di maggioranza. 
Archiviata l’arroganza incosciente di chi aveva liquidato il tempo delle riforme con un “sei mesi per cambiare in meglio la Costituzione”, oggi più che mai al nostro Paese serve un governo stabile e una leadership affidabile per traghettarlo al di fuori delle secche di una crisi profonda, riagganciandolo al treno della ripresa continentale. 
Il dibattito interno si aggroviglia sempre più su temi come legge elettorale, election day e un quotidiano impegno di delegittimazione dell’avversario. Manca una visione di prospettiva, un sogno per il futuro in grado di riproporci come partner affidabili di un’Europa che deve uscire da una visione “contabilistica” per scommettere su sviluppo e crescita. Tertium non datur, se vogliamo mantenere in vita il grande progetto di un’Unione Europea che festeggia 60 anni di vita, senza sacrificarla alla rinascita dei populismi e di rigurgiti nazionalistico-protezionisti. 
I grandi sconvolgimenti della Brexit o dell’elezione di Trump negli Usa, rischiano di esser seguiti dall’affermazione di figure come Marine Le Pen in Francia o movimenti antieuropeisti in altri paesi. 
Oggi più che mai il Pd può avere un ruolo centrale per dare stabilità all’Italia e all’Europa, ma solo se saprà ritrovare la sua connessione con la società civile. Il primo passo dovrà necessariamente essere quello di guardare al proprio interno, di confrontarsi, dialogare anche aspramente e ritrovare quella unità di intenti politici e programmatici che solo un congresso può dare.
Un congresso sui temi, che non guardi solo alla leadership, ma che sappia proporsi con parole d’ordine nuove e riprendere il percorso delle riforme iniziato da Matteo Renzi. Il tempo è tiranno, attendere non è più concepibile, sempre che non si voglia consegnare il Paese al populismo e a chi parla alla pancia delle persone, speculando sulla demagogia. Una casa comune in cui maggioranza e minoranza sappiano rispettarsi reciprocamente, con la consapevolezza che la democrazia comporta scelte e chi perde non può far saltare il tavolo.
Una necessità compresa bene dal segretario Pd, Matteo Renzi, quando ha deciso di accelerare i tempi, ben consapevole che le lunghe attese sono finite e che le fibrillazioni del sistema politico, le incertezze e l’instabilità del quadro internazionale sfibrano il Paese. Ci sono temi come lavoro, sviluppo economico, giovani, nuove povertà, inclusione sociale e integrazione, solo per citarne alcuni, che hanno bisogno di scelte coraggiose e di politiche che non guardino con preoccupazione agli appuntamenti elettorali, ma al bene comune. 
E’ una sfida difficile quella che ci attende, ma l’immobilismo sarebbe la peggiore delle malattie. In cammino.