E’ la fine della sinistra europea?

Quello che stiamo vivendo non è di certo un buon periodo per la sinistra europea.

La crisi economica che ha investito l’Europa rischia di aggiungere un’altra illustre vittima al suo bollettino di guerra: dopo il welfare e la classe media, adesso cade l’intera sinistra socialdemocratica.

Una visione apocalittica troppo dura? Non proprio se si analizzano i dati dei principali paesi europei:

In Francia, dove i socialisti governano, Hollande fa i conti con un gradimento elettorale ai minimi storici, tanto da costringerlo a rinunciare alle primarie del suo partito in vista delle presidenziali del 2017. Il presidente francese paga a caro prezzo i gravi errori in materia di sicurezza e i tanti attentati di cui la Francia è stata vittima. Ma gli elettori socialisti non perdonano né a lui né all’ex premier Valls, oggi sostituito da Cazeneuve, l’aver approvato la Legge sul Lavoro, il Jobs Act francese, che ha scatenato una vera e propria guerra civile nelle settimane a ridosso della sua discussione e approvazione in Parlamento.

In Germania invece la SPD, partito socialdemocratico tedesco, si è ormai rassegnata al ruolo di gregario della Merkel. I socialisti tedeschi da anni sono “la stampella” delle larghe intese che permettono alla cancelliera di governare ed attuare il suo programma. Una strategia politica che vede anche fermi oppositori all’interno dell’ SPD, che ormai dai tempi di Schroeder non riveste più un ruolo centrale nella politica di Berlino.

In Spagna i socialisti del PSOE sono nel caos più completo: dopo due tornate elettorali in meno di un anno, a Madrid, da un mese circa, si è finalmente insediato un governo. Il primo ministro è il Conservatore Rajoy, leader dei Popolari, che avrà vita molto dura data l’astensione dei Socialisti. Rajoy infatti non può contare su una maggioranza in Parlamento ma il segretario del PSOE Sanchez gli ha negato l’appoggio e per questo è stato costretto alle dimissioni dalla maggioranza del suo partito, favorevole invece ad una alleanza di governo con la destra mentre l’elettorato socialista spinge per un avvicinamento alla nuova sinistra di Podemos.

Poi c’è la Gran Bretagna fresca di Brexit. Nel regno di sua maestà, terra natia dell’industrializzazione e della classe operaia, la sinistra rischia l’estinzione. Tutta colpa del segretario Jeremy Corbyn, secondo molti analisti. Corbyn si considera un socialista del XXI secolo: è un no global, un sostenitore dello statalismo e un grande avversario delle diseguaglianze; tuttavia i britannici non sembra apprezzino molto le sue idee data la batosta elettorale alle recenti amministrative, dove a salvare la faccia dei laburisti britannici ci ha pensato l’elezione a sindaco di Londra di Sadiq Khan.

Infine c’è l’Italia dove il PD di Matteo Renzi esce sconfitto dal referendum Costituzionale del 4 dicembre ma rimane saldamente al governo grazie alla maggioranza parlamentare per merito anche delle larghe intese con il Nuovo Centrodestra del neo ministro degli Esteri Angelino Alfano.

Esistono molti punti in comune tra i vari omologhi dei Paesi europei analizzati fino adesso e uno di questi è sicuramente il netto calo dei consensi ormai costante a favore delle forze cosiddette anti sistema, populiste. L’altro grande punto che accomuna i destini politici dei socialdemocratici europei è la forte crisi identitaria della sinistra che dovrebbero rappresentare e di cui hanno raccolto l’eredità.

Se Dio è morto, certamente Marx non se la passa molto bene.

Dagli anni venti, decennio in cui apparvero e mossero i primi passi le Socialdemocrazie, il mondo è cambiato profondamente.

Ciò che sicuramente emerge, è che a un certo punto la sinistra non è stata più in grado di capire le trasformazioni dell’economia. Adagiandosi sulle sue grandi vittorie del passato, ha smesso di preoccuparsi delle diseguaglianze, della precarizzazione del lavoro, dello strapotere della finanza.

In alcuni Paesi è stata stampella della destra; in altri ha governato identificandosi troppo spesso nell’elite più che nella gente che per anni ha difeso. E’ stata incapace di raccogliere l’urlo di quel ceto medio che da sempre è stato il suo bacino elettorale insieme alla manovalanza delle fabbriche e che oggi fugge verso il M5S, il Front National o Podemos. Il Parlamento Europeo di Bruxelles è forse il teatro più grande di questa crisi identitaria: il PSE è gregario del PPE e l’austerity continua a essere la dottrina maggioritaria europea.

Il grande paradosso è servito: da progressista, la Socialdemocrazia è diventata baluardo del conservatorismo di uno status quo.

Da grande esempio di modernità si è trovata a inseguire la destra che nel frattempo governa e fa le riforme. Rimane una sinistra sempre più schiacciata dagli anti sistema, in particolare le destre estreme che invece scendono in piazza e parlano ai deboli esclusi e perdenti della globalizzazione.

Quelli sedotti e abbandonati da una sinistra che ha perso la memoria.

L’audio completo www.europhonica.eu

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