
Jobs Act, storia di un fallimento annunciato
I dati sul crollo dei contratti a tempo indeterminati sono eloquenti. Finiti gli incentivi, il Jobs Act stenta a decollare per usare un eufemismo.
Certo, qualcuno potrebbe dire che è un primo passo. Che finalmente qualcosa è stata fatta.
L’esigenza di scrivere questa riflessione invece parte proprio da questo assunto: può bastare il “fare”? Non sono un grande fan del “fare qualcosa purché si faccia” che è esattamente il mantra del Governo Renzi, il Governo del “Fare” appunto.
La mia generazione non può meritarsi semplicemente questo. C’è una fetta di giovani sconfitti da tutto. Dai loro stessi padri.
La questione non è solo l’analisi del problema ma l’approccio e la soluzione che si vuole proporre. In quanti sono convinti che l’equazione “meno diritti=più occupazione” abbia un fondamento?
E’ così deplorevole esigere le stesse tutele dei nostri genitori sul posto di lavoro? Come sarebbe stata la vita di molti di noi se fossimo nati in una famiglia basata sul precariato e sul voucher?
Forse qualcuno non sarebbe neanche mai nato.
Dirò una cosa forte: l’occupazione e la tutela dei diritti non sono in nessun modo alternativi. Chi prova a convincervi che sia così mente spudoratamente. O forse vuole una scusa perché dopo i disastri dei decenni passati non ci sono più fondi e allora è molto più semplice tagliare sulla sanità, istruzione, scuola, lavoro e ricerca.
Le imprese hanno bisogno di investimenti, di sicurezza e di bassa pressione fiscale. Se permetti alle imprese di lavorare investendo sulle tecnologie, sulla ricerca e su quello che di buono hai il nostro paese, non ci sarà più nessun alibi per non assumere.
Un Governo serio crea un piano industriale sul lungo periodo che oggi, dopo tre anni di Governo Renzi, non è ancora pervenuto.
Non basta andare in California per copiare “i più bravi”. Bisogna avere le idee chiare; avere un’idea di Italia che vada oltre la prossima scadenza elettorale ma che ci dica cosa vogliamo fare “da grandi”.
Chi davvero può fare questo oggi? Noi giovani siamo pronti a metterci in gioco con le nostre proposte sul lavoro. Un lavoro che renda liberi ma che permette anche di vivere, di creare un progetto con la persona che amiamo.
Vivere e lavorare sono due termini bellissimi che possono procedere parallelamente ma solo se accompagnati dalla parola “futuro”.

