Lancio dell’amo #2 — Luglio 2016
INCIPIT: “Finito il turno all’autolavaggio, va dritta dritta a casa. Vuole farsi una doccia. Entra in casa mentre Matt sta stappando una Bud in una cucina straordinariamente simile a quella di Walter White, anche se loro non vivono ad Albuquerque.
— Hey — fa lui.
— Ma vaffanculo — sussurra Lucille dirgendosi verso il bagno.”

- Racconto di Valeria Zangrandi
Finito il turno all’autolavaggio, va dritta dritta a casa. Vuole farsi una doccia. Entra in casa mentre Matt sta stappando una Bud in una cucina straordinariamente simile a quella di Walter White, anche se loro non vivono ad Albuquerque. — Hey — fa lui. — Ma vaffanculo — sussurra Lucille dirgendosi verso il bagno. Lui guarda la schiena di lei sparire dietro la porta che si chiude. Sente aprire l’acqua nella doccia. Per un po’ c’è solo silenzio, silenzio e il suono ovattato dell’acqua che riempie tutto, e lui continua a guardare la porta e immagina l’acqua che esce dal bagno, che inizia a scorrere da sotto la porta e arriva in cucina, immagina che gli tocchi i piedi per poi salire, prima piano e poi sempre più veloce, fino alle ginocchia e poi alle cosce, e poi questa specie di visione, di bolla, esplode, rotta dalla musica che lei ha fatto partire a volume altissimo. “Adesso affanculo ci manderanno i vicini” pensa. Vorrebbe dirle di abbassare, anche solo per darle fastidio. Vorrebbe entrare in bagno e urlare “porca puttana, abbassa questa cazzo di musica”. E invece resta fermo a guardare il finto legno della porta. Beve un sorso di birra e ascolta. Adesso la musica copre tutto. Copre l’acqua che scorre nella doccia, copre il silenzio che c’era prima. Continua a guardare la porta e cerca di capire. “Che cazzo ci sta succedendo” si chiede. Fuori si alza il vento, all’improvviso. Sbatte una porta. La musica continua a suonare, fortissima, non sa se l’acqua della doccia si è fermata o no, non sa se lei è sotto il getto di quell’acqua, se è ferma a guardarsi allo specchio, se è seduta sullo sgabello con la testa appoggiata al muro a fissare il soffitto. “Porca puttana, abbassa questa cazzo di musica”. Lo dice, ma piano. Così piano che quasi non sente la sua voce, ma sente le labbra muoversi, si guarda da fuori, in un certo senso, si vede mimo senza pubblico, inutile. Vuota la birra nel lavandino. Sbatte un’altra porta, fuori c’è odore di temporale. Lancia la bottiglia contro la porta del bagno. Vetro dappertutto. La musica tace. “Riaccendi quella cazzo di musica” vorrebbe dirle. “Ti prego, riaccendi quella cazzo di musica”.
- Racconto di Nicoletta Daldanise
Finito il turno all’autolavaggio, va dritta dritta a casa. Vuole farsi una doccia. Entra in casa mentre Matt sta stappando una Bud in una cucina straordinariamente simile a quella di Walter White, anche se loro non vivono ad Albuquerque. — Hey — fa lui. — Ma vaffanculo — sussurra Lucille dirigendosi verso il bagno. Non avrebbe voluto dirlo, ma ora si sente meglio. Lo teneva serrato sotto i denti. Era incagliato lì da troppo tempo, per il ragazzino che le aveva appiccicato la gomma da masticare addosso, per il signore che non la smetteva mai di fissarle le tette, per l’alternanza sistematica delle spazzole, che tutto il giorno non smettono mai di avvicinarsi e di allontanarsi. Con Matt era lo stesso da tutta una vita, si sbattevano in faccia la porta per andare lontano e all’improvviso si ritrovavano per cena. Sempre la stessa ora, con la stessa trasmissione alla radio, con la solita voce stanca dello speaker e il peso di un altro giorno d’indolenza. Non era stato sempre così… Quando c’era ancora la mamma l’odore delle verdure scongelate e saltate in padella era diverso, avevano un gusto autentico, ti facevano sperare che, con qualche accorgimento, la vita potevi insaporirla… Allora sì che tutto sembrava possibile, scappare via da quell’aria stepposa, imbarcarsi con la compagnia per sentire l’odore della polvere dei teatri in ogni porto, ogni volta la stessa eppure con una nota diversa. Proprio come le verdure quando si provava una nuova spezia. — Ti sei ricordata di giocarmi la schedina? Oggi si vince, lo so! Di tanto in tanto Lucille faceva finta di giocare per il padre e invece i soldi li conservava dentro un paio di calzini. Era il suo fondo d’emergenza e prima o poi serviva sempre… La lavatrice che perde, gli antidepressivi per Matt e poi sì, il vestito rosso con i fiori bianchi. Non si sentiva in colpa, se lo era meritato cazzo! Aveva dovuto lavorare duro negli ultimi tre anni per mantenere la casa, far quadrare i conti, essere più forte di tutti, essere forte per tutti. Quasi se ne era convinta sul serio, di non aver bisogno di niente, ma poi era venuto giù un diluvio due giorni fa e, infilatasi in un portone, ci aveva ritrovato Ben. Non si vedevano da quell’ultima volta alle prove, dopo lei era sparita, non aveva avuto la forza di dire addio alla sua vita precedente. Ancora adesso preferiva immaginarla come se tutto fosse avvenuto nel tempo di una notte d’estate, quando l’aria soffia fresca all’improvviso e ci si immerge in un sogno che sembra reale.