LA MODIFICAZIONE di Michel Butor

IL COLOPHON
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3 min readDec 11, 2017

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[Arnoldo Mondadori Editore]

Marc Augé è un antropologo francese che, nel 1992, ha introdotto nel panorama culturale il termine “nonluogo”. I nonluoghi sono spazi di transito (come mezzi di trasporto, stazioni, aeroporti, centri commerciali, centri per migranti, ascensori, etc.), in cui diversi individui incrociano le loro strade, senza farle toccare veramente.
Seguire Léon Delmont, il protagonista de La modificazione (edito da Mondadori nel 1959 e riproposto da Fandango nel 2006 n.d.r.) nel suo viaggio tra Parigi e Roma senza pensare ai nonluoghi di Augé è quasi impossibile. Pur essendo precedente agli scritti di Augé, questo romanzo descrive perfettamente il concetto di nonluogo: il lettore si trova intrappolato in un treno a lunga percorrenza con il protagonista, intrappolato nel suo spazio mentale costellato di simboli anonimi.
La trama è molto semplice: partendo da Parigi (la città in cui vive), Léon viaggia fino a Roma con un treno notturno. Grazie anche a questo dettaglio, il tempo è sospeso, irrilevante. Il viaggio diventa, quindi, un momento di riflessione: come le stazioni si susseguono senza lasciare traccia, i confini vengono attraversati senza difficoltà e i paesaggi si ripetono uguali a loro stessi; così il protagonista viaggia tra passato e futuro (entrambi irrilevanti), il sogno e la veglia si rincorrono senza soluzione di continuità e le persone abitano il nonluogo (treno e mente di Léon) senza davvero prenderne possesso. Roma diventa un sogno, così come Parigi. L’amante smette di essere idealizzata, così come la moglie. Sospeso tra due tempi che non esistono (passato e futuro), il protagonista non si accorge nemmeno di stare cambiando nel presente: la modificazione avviene, a discapito suo: “sapevi che un giorno o l’altro saresti dovuto arrivare a una decisione, ma non immaginavi ancora che il momento fosse così vicino; senza alcun desiderio di precipitare le cose, aspettavi che le cose si determinassero da sole, che si presentasse un’occasione che l’avventura prendesse da sola la sua nuova direzione”.
Oltre al luogo fisico, il nonluogo è anche il tipo di rapporto che si viene a creare tra le persone e questi posti: se da una parte, i luoghi sono vuoti, di passaggio, dall’altra sono estremamente rassicuranti per le persone che li incrociano. Le persone smettono di essere tali — così come i luoghi — è si trovano ad essere simboli (consumatori, clienti, etc.) — così come i luoghi, la cui comunicazione è delegata a cartelli anonimi. La scrittura di Butor (con l’ottima traduzione del 1959 di Oreste del Buono) ci accompagna e ci descrive perfettamente il processo: Léon Delmont si immerge nella dimensione sospesa del viaggio in treno fino a ricavarne uno spazio di riflessione inaspettato. Léon diventa anonimo a se stesso, approfittando dell’anonimato che lo circonda: nessuno sa chi lui sia, né lui sa nulla degli altri viaggiatori. Per loro inventa nomi e storie personali, come spaventato dall’anonimato stesso. Oppure, come se fosse un passatempo. Perché in un viaggio internazionale il tempo non passa mai, gli orologi mentono, così come le abitudini.
Il protagonista sviluppa se stesso immergendosi nel passato e nell’illusione del futuro. I ricordi sono la comoda carrozza di Prima Classe su cui Léon ha fatto tutti i viaggi precedenti (Roma ospita la sede principale dell’azienda per cui lavora). I progetti futuri sono la carrozza di Terza Classe su cui lettore e protagonista viaggiano: scomoda, sconosciuta e straniante. Come già scritto, Butor elimina completamente il presente di Léon e, con esso, il presente del lettore: ogni scena è un sussulto, rende la lettura un po’ più scomoda (ma non smette di scorrere sui binari delle parole), il protagonista perde credibilità e motivazione ad ogni stazione e il lettore con lui. Fino all’arrivo nella periferia romana: la modificazione è completata, così come il giudizio del lettore su Léon. Lasciamo il treno prendendo atto delle scelte di Léon, ma non fino in fondo: vorremmo tornare a quel nonluogo, riscriverne le regole, ma non è quello che Butor vuole per i suoi lettori e per le sue lettrici.

Erika Marconato

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RIVISTA DI LETTERATURA DI ANTONIO TOMBOLINI EDITORE