LA TIGRE BIANCA di Aravind Adiga

IL COLOPHON
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3 min readJun 9, 2018

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[EINAUDI]

L’appellativo “Tigre Bianca” è solo uno dei molti identificativi di Balram Halwai, imprenditore autodidatta di Bangalore. “– Tu, giovanotto, sei l’unica persona intelligente, onesta e vivace in questo branco di idioti e delinquenti. Nella giungla, qual è l’animale piú raro… la creatura che appare in un unico esemplare per ogni generazione?
Ci pensai su e dissi:
– La tigre bianca.
– Ecco cosa sei tu, in questa giungla.
[…] Mi lasciò un dono di commiato, un libro. Ricordo molto bene il titolo: Insegnamenti per bambini dalla vita del Mahatma Gandhi. Ecco come sono diventato la Tigre Bianca. Ci saranno anche un quarto e un quinto nome, ma sarà verso la fine della storia”. Balram Halwai, in effetti, è estremamente intelligente e furbo. Avendo saputo della visita del Primo Ministro cinese Wen Jiabao in India, decide di scrivergli una lunga lettera per raccontargli di come lui, figlio di un carrettiere, sia diventato imprenditore. La lettera viene scritta in sette notti successive, in cui il protagonista parte dal suo mandato di cattura fino a raccontare gli eventi che hanno portato al mandato stesso (e a come Balram sfugga alla giustizia). “Come tutte le migliori storie di Bangalore, anche la mia ha inizio molto lontano da Bangalore. Vede, adesso sono nella Luce, ma sono nato e cresciuto nelle Tenebre.
E non mi riferisco a una qualche ora del giorno, signor primo ministro!
Mi riferisco a un luogo dell’India, almeno un terzo del paese, un luogo fertile, pieno di risaie e campi di grano e stagni nel mezzo dei campi, stagni soffocati da fiori di loto e ninfee in cui sguazzano bufali d’acqua che mangiano i fiori di loto e le ninfee. Coloro che ci vivono chiamano questo luogo le Tenebre. La prego di comprendere, Eccellenza, che l’India è due paesi in uno: un’India di Luce e un’India di Tenebre”.
Nonostante la mole piuttosto contenuta (meno di duecento pagine), il romanzo affronta temi molto complessi. Balram nella sua lunga lettera riflette sulla globalizzazione, sulla libertà, sull’autodeterminazione, sulle aspettative familiari e sull’India contemporanea (comprese le disparità salariali e le caste). In un’intervista per il Man Booker Prize (premio che il libro ha vinto nel 2008), Adiga ha dichiarato che questo è un libro che riguarda “la ricerca di libertà di un uomo, senza alcun aiuto dal suo passato”: Balram è l’unico protagonista di questo libro. Solo, ma non isolato, decide per sé, incurante delle conseguenze delle sue azioni, ma non inconsapevole (la lettera è una lunga razionalizzazione delle scelte fatte). “Cos’ha detto, Mr Jiabao? Mi ha definito un mostro di insensibilità? C’è una storia che devo aver orecchiato alla stazione, signore, o forse l’ho letta sulla pagina strappata che avvolgeva una pannocchia di mais comprata al mercato… non ricordo. Era una storia del Buddha. Un giorno, un astuto brahmino che voleva incastrare il Buddha gli domandò: «Maestro, ti consideri un uomo o un dio?»
Il Buddha sorrise e disse: «Nessuno dei due. Sono uno che si è risvegliato mentre voi dormite ancora».
Darò la stessa risposta alla sua domanda, Mr Jiabao. Lei vuol sapere se sono un uomo o un demone?
Né l’uno né l’altro. Io mi sono svegliato, mentre voi dormite ancora, questa è l’unica differenza fra noi.
Meglio non pensarci, alla mia famiglia”.
La traduzione di Norman Gobetti ci aiuta a comprendere Balram: autodidatta, ma molto dotato, ignorante, ma molto furbo. Un uomo le cui parole non sono casuali: il destinatario della missiva è un ministro importante, Balram non lo è. Il lettore (sia della lettera, che del romanzo) ha già fatto quel percorso verso la libertà che sta angosciando il protagonista, ha già tratto le proprie conclusioni sull’imprenditore di Bangalore. Ma… Adiga ha dato vita ad una trappola ben orchestrata per i lettori che si accostano a questo romanzo: pagine ricche di humour nero che si svela solo con il procedere degli eventi. Il lettore viene accompagnato nella profondità delle coscienza del protagonista, senza sentirsi gabbato o ingannato: leggiamo una pagina, togliamo una maschera, fino ad arrivare all’essenza-specchio del libro e del protagonista, ossia il bisogno di capire se stessi e le proprie azioni, per quanto lontane dall’immagine mentale che abbiamo di noi stessi.

Erika Marconato

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RIVISTA DI LETTERATURA DI ANTONIO TOMBOLINI EDITORE