L’ALBERO SULLA COLLINA

IL COLOPHON
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4 min readOct 5, 2016

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racconto di Giovanna Piazza

Arturo dormiva ancora quando la corriera si fermò. Scese e subito lo sorprese la valle.
Allorché fu dentro il bosco, smise di incontrare se stesso in ogni forma.
Camminò a lungo; prima di mezzodì raggiunse la casa al di là del pendio.
Le persiane verdi s’aprivano sui limoni e sugli ulivi che cingevano i muri rossi. La porta era malchiusa.
Nell’entrare vide Dora seduta alla finestra che guardava il mare, più in basso.
Lei disse qualcosa.
Lo scrutò con occhi fermi e pieni. Diede i piatti in tavola e portò da mangiare, mentre Arturo si lavava la faccia nel tinello con l’acqua un poco fredda di fine estate.
«Verrà a piovere» disse lui. L’odore del vento era entrato nella cucina, smuovendo le carte sulla credenza.
La porta che separava le stanze del sonno da quelle delle faccende cigolò e poi sbattè.
Mentre mangiava pane e minestra, lo osservò di nascosto, curando di non lasciarsi scoprire. Lui fissava il bicchiere vuoto, come cercasse di trovare un fondo alle cose.
Lei parlò ancora, poco e lentamente, e senza chiedere.
Arturo annuì, accennando un sorriso.
Mentre mangiavano, d’un tratto lui le prese la mano e gliela strinse. Dora sentiva che lui le cercava gli occhi, quasi potesse con il suo solo sguardo alzarli, quindi cedette.
Fu un attimo, poi il volto di lei si richiuse.
Arturo osservò che il sentiero gli era parso più dolce di sempre, così per parlar d’altro e non farla prigioniera di un suo desiderio.
Dora raccontò del raccolto e della terra che era ostile e bassa da spaccarsi la schiena, ma non lasciò trasparire lamento.
«Ho ricevuto le tue lettere» aggiunse poi.
Dora avrebbe voluto portargli il ricordo delle stagioni, ma le mancarono le parole.
Arturo si alzò per chiudere la finestra e osservò le poche cose di quella casa. Senza parlare, lodò il profumo dell’acqua nella terra che veniva da fuori, mentre prendeva in mano a uno a uno i libri dalla mensola, come se cercasse qualcosa.
Lei lo guardava e lui tentava di dimenarsi dal vincolo di quel suo sguardo che teneva il giogo. Accese la radio e nascose così i pensieri che il corpo gli ricordava, le mani accettarono per un poco l’immobilità.
La radio mandava una musica uguale ad altre. La spense.
Guardò Dora e d’un tratto gli parve portasse in volto un’espressione sciupata, il segno di un’immediata aggressione e, al contempo, di un’assenza definitiva, dolorosa.
Lei disse, spiegò. E a lui sembrò di essere buono a contenere le cure e le nostalgie di quel viso. Si distrasse nel seguirne i moti, perse qualche parola, ascoltò soltanto quel che era pronto a sentire.
Quando ebbe finito, Dora si spogliò delle attenzioni di Arturo. E quel che aveva detto mise qualcosa di nuovo tra loro, che li faceva distanti. Ciascuno teneva dietro come a un’offesa. Lui prese tra le mani un libro, lo sfogliò malamente. Dora taceva in disparte aggiustando il pane nella carta.
Si erano sempre fatti compagnia così, mettendo in mezzo le cose.
Arturo non parlò di quel che gli dava più di tutto pensiero. Lei non cercò di immaginare. Una nuvola coprì il sole e la luce si ritrasse dalla stanza. Arturo provò a raccogliere il discorso lì dov’era finito, ma lei nella cucina rimestava le posate da lavare. E quel fare sommesso e definito sovrastava la debolezza di ogni possibile dire.
Sapeva che nel silenzio di Dora non potevano entrare le schiavitù del mondo.
Pensò che ognuno le cose è condannato a capirle da solo. Prese a nascondersi in altri discorsi, in similitudini vaghe e malcerte che non facevano torto a nessuno.
Ma poi premette gli occhi sui suoi, domi e pazienti, e fu certo che solo davanti a lei poteva dire di sé verità, persino pensare a sé, rari com’erano gli esseri umani a cui assomigliare, davanti a cui deporre la forza. Tuttavia comprese anche che chiunque nelle parole degli altri ascolta solo se stesso. E per un momento sentì che dei due lui era quello che si era preso tutto il male.
Tornò sui fatti, come se potesse consumarli piano piano, trovarne la parte migliore. Le andò vicino. C’era qualcosa in lei che gli chiudeva il cuore. Ora si doleva un poco di mostrarsi senza segreti. Chiese ancora, pretese i dettagli, i modi, le abitudini.
«È successo» disse lei soltanto.
A far la guerra, pensava lui, si diventa come cose. Si mise a trovare le differenze, a costruire paragoni, scacciando il pensiero impossibile della fine.
Ogni discorso ne chiamava un altro, presero a discutere se il mondo fosse fatto dai molti o da ciascuno, se le persone potessero mai cambiare, farsi migliori o se, in fondo, rimanessero uguali, se in ultimo si dovesse obbedire od offendere oppure difendersi, se davvero gli uomini agli uomini possono fare soltanto del male.
Lui appoggiò una mano sulla sua. Lei con lo sguardo lo mise dentro a cose segrete.
Al di là dei vetri, Arturo vide una luce gloriosa su un albero in fiore, che impediva altro parlare. Si coprì il volto, e scacciò il corpo di Dora che voleva raggiungerlo con un movimento smisurato ma senza bassezza. E tentò allora di attaccarsi con tutte le forze all’immagine di quell’albero sulla collina, lasciato tra i campi trebbiati, per non vedersi dovunque. Cercò lì consolazione.
Lei raccolse da sopra il letto la valigia di cartone e uscì, prendendo poi la strada alta che portava al paese. Dopo pochi passi, sollevò il braccio come a fare un cenno a qualcuno che poco lontano la stava aspettando.

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IL COLOPHON
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RIVISTA DI LETTERATURA DI ANTONIO TOMBOLINI EDITORE