SE IL GRANO NON MUORE di André Gide

IL COLOPHON
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3 min readDec 11, 2017

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[Bompiani]

“I fatti che devo esporre ora, i moti del mio cuore e del mio pensiero, voglio presentarli in quella stessa luce di cui si illuminarono per me sin dal primo istante, e non lasciar trasparire troppo il giudizio che ne diedi più tardi. Tanto più che tale giudizio è mutato più di una volta e guardo alla mia vita volta a volta con occhio indulgente o severo, a seconda che io veda più o meno dentro di me”. Questa è la dichiarazione d’intenti dell’autore. Se il grano non muore, pubblicato per la prima volta nel 1924, racconta i primi ventisei anni di vita dello stesso André Gide: l’infanzia, caratterizzata da un’educazione rigida, ma piuttosto frammentaria; l’adolescenza; la malattia psicosomatica; la giovinezza e i viaggi che l’accompagnano; i primi anni dell’età adulta; la scoperta della propria omosessualità; la morale cattolica che si mescola a quella protestante. Senza cadere nell’autocelebrazione, Gide rende partecipe il lettore sia delle esaltazioni che degli scoramenti, ma in ordine sparso, legati all’inesattezza e alla fallacia della memoria. “Scriverò i miei ricordi come vengono, senza cercare di ordinarli. Posso tutt’al più raggrupparli attorno ai luoghi e alle persone; la mia memoria non si inganna spesso sui luoghi, ma confonde le date; se mi costringo a rispettare la cronologia, sono perduto. A ripercorrere il passato, sono come qualcuno il cui sguardo non valutasse bene le distanze e riportasse talvolta eccessivamente indietro cose che un altro esame riconoscerà assai più vicine. Per esempio, sono rimasto a lungo convinto di aver conservato il ricordo dell’entrata dei prussiani a Rouen. […] Mia madre, a cui più tardi riparlai di questo, mi convinse che prima di tutto a quel tempo ero veramente, troppo piccolo per averne conservato un ricordo qualsiasi; che inoltre, mai un abitante di Rouen — e comunque nessuno della mia famiglia — si sarebbe messo al balcone per veder passare fosse anche Bismarck o lo stesso Re di Prussia, e che se i tedeschi avessero organizzato dei cortei, sarebbero sfilati davanti a delle imposte chiuse”.

In questo ripercorrere le strade della memoria, l’autore mantiene una certa onestà, per cui il lettore si trova spesso insoddisfatto: come vanno a finire certi episodi? A cosa rimandano certe allusioni? Quanto a fondo stiamo scavando? Insoddisfazione legata, probabilmente, anche all’operazione di riscrittura, che nasconde qualcosa di molto complesso: rendere il proprio vissuto qualcosa di letterario, fare della persona André Gide il personaggio André Gide. Così come dei personaggi dei romanzi non ci è dato sapere tutto, solo quello che viene inserito tra le righe, così per il personaggio André Gide non ci è dato sapere tutto, solo ciò che la memoria porta alla luce (e l’autore fa scaturire dalla penna): imparziale? Forse. Scaltro? Sicuramente. Disonesto? No. Gide è severo con se stesso, soprattutto per quanto riguarda la sua infanzia. Non si dipinge migliore di ciò che è stato (i personaggi letterari migliori non sono mai completamente buoni o completamente malvagi), cerca nel lettore una comprensione che — non sempre — è disposto a dare a se stesso come autore del suo passato: “la sola cosa che ricordo è una frase assurda, veramente degna del ragazzo ottuso che ero; arrossisco a riferirla, ma non è un romanzo che sto scrivendo e ho deciso di non adularmi in queste memorie, né esagerando il piacevole, né dissimulando il penoso”.
Attraverso il personaggio Gide, il lettore incontra vari esponenti del mondo letterario (uno su tutti Oscar Wilde), mentre la Storia — quella con la esse maiuscola — sembra non toccare mai la vita della persona Gide. La narrazione, concentrata esclusivamente sul protagonista, nega al lettore qualsiasi aspetto più ampio, come il susseguirsi dei fatti della Storia. L’autore obbliga chi legge a immergersi nella sua vita: molle, ma rigorosa; ambigua, ma definita; densa, ma effimera. Nella lettura, forse, non si sente bisogno di maggiore attinenza storica, ma — proprio perché il personaggio André Gide è il punto focale della narrazione — ci si aspettano più risposte (che lui ha probabilmente — e sapientemente — sparso in altre scritture, in altre parole). Fare della propria vita un’opera letteraria è difficile, ma Gide sicuramente ci riuscì.

Erika Marconato

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RIVISTA DI LETTERATURA DI ANTONIO TOMBOLINI EDITORE