TUTTI FANTOZZI TRANNE TE

IL COLOPHON
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7 min readOct 5, 2016

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Il ragionier Ugo Fantozzi e il suo mondo, ovvero gli archetipi di una Italia piccolo borghese in cui chiunque può ritrovare un pezzo, anche sostanziale, di se medesimo di Alberto Schiavone

Siamo nei primi anni Settanta del Novecento. Il protagonista è in evidente stato di agitazione, in preda a una crisi nervosa, prossimo al pianto. Si accoda alla massa di impiegati che silenziosamente varca la soglia di una grossa, anonima, azienda. È l’inizio del lavoro quotidiano, l’ingresso negli uffici. Come ogni giorno, tutti i giorni dell’anno, per tutta la vita.
Il protagonista, a differenza di tutti gli altri e a differenza di come lui stesso vestiva fino a poco tempo prima, anch’egli comune impiegato, indossa un eskimo, e una sciarpa rossa grossolanamente avvolta al collo. I capelli lunghi, disordinati, in sostituzione del precedente banale taglio corto con la riga di lato. Squarcia il silenzio della scena urlando.
«Vigliacchi, ce l’avete tutti con me! Ma che cosa vi ho fatto, io? Vent’anni della mia vita!»
Dalla tasca raccoglie un sasso e lo lancia furiosamente contro la vetrata d’ingresso della ditta.
Il protagonista, contrariamente a quello che si potrebbe pensare, non è Gian Maria Volonté. È Paolo Villaggio, o ancora meglio: Fantozzi. E la ditta è la Megaditta, come chi conosce la saga del ragioniere Ugo Fantozzi sa bene.
La scena sopra citata è la resa cinematografica del primo film di Fantozzi, tratto dall’omonimo libro scritto da Paolo Villaggio, comico genovese nato nel 1932 e fino ad allora non molto conosciuto al grande pubblico. È una scena amara, politica, malinconica, che presto si declina nel grottesco e nel comico, quando il protagonista incontra finalmente il mega direttore galattico, che lo invita nel proprio ufficio. Qui, dopo un dialogo catartico tra il Potere e il Sottoposto, Fantozzi vede il famoso acquario dei dipendenti. E il film termina con questo scambio:
«Vedo, santità, che le manca la triglia. Posso avere l’onore io?»
«Va bene, glielo concedo. Ma mi raccomando, sia sempre rispettoso e fedele».
«Sì, onnipotente».
E così, con questa indulgenza, si ristabilisce l’ordine costituito.
Il libro di Paolo Villaggio, edito da Rizzoli, è pubblicato nel 1971. Il film, il primo di una lunghissima serie (dieci titoli, l’ultimo nel 2000), esce nelle sale nel 1975. Il ragionier Ugo Fantozzi entra nell’immaginario collettivo con prepotenza, e con lui i vari personaggi che lo accompagnano nella sua faticosa epopea. Il goffo ragionier Filini, compagno di sventura del nostro e spesso artefice delle vicende più tremende. Organizzatore di gite, eventi, gare, incontri di tennis all’alba, campeggi notturni. È la spalla di Fantozzi, colui che porge e regge la battuta, presta il fianco, e spesso si mette (unico personaggio) ancora più in ridicolo del protagonista. Nella saga cinematografica viene interpretato da Gigi Reder.
La moglie Pina, nei film interpretata da Liù Bosisio e, dal terzo episodio in avanti, dalla strepitosa Milena Vukotic. È la moglie silenziosa, cui tutto si può fare e da cui aspettarsi comunque un piatto caldo e un massaggio ai piedi. Incarna la frustrazione dell’uomo medio sposato, che ambisce ad altro, nel lavoro e soprattutto dal punto di vista sessuale, pur non facendo nulla per meritarselo.
Il personaggio che raccoglie il ruolo di bomba sexy è la signorina Silvani, anch’essa impiegata nella Megaditta. Anche lei mediocre, pusillanime, sciatta, ma un gradino sopra il resto delle altre donne in quanto a carica sessuale. Fantozzi ne è inesorabilmente invaghito e soggiogato. Negli ultimi episodi della saga questo personaggio sarà quello che più di ogni altro assorbirà la volgarità e il deterioramento sociale degli anni Novanta e Duemila, soprattutto attraverso l’introduzione di un linguaggio sempre più sboccato e cialtrone. Nei film è interpretata da Anna Mazzamauro.
Il geometra Calboni, il preferito di chi scrive. È il collega brillante, di buona presenza, in qualche modo la controparte maschile della signorina Silvani (che infatti sposerà). Anche lui portatore di nefandezze, squallore, e servilismo nei confronti dei superiori. Suo il soprannome puccettone inflitto a Fantozzi. Sue alcune tra le più riuscite e celebri gag («È un bel direttore!»), tra le quali spicca l’intero episodio della gita a tre (lui, Fantozzi, signorina Silvani) a Courmayeur, in cui esprime al meglio la sua caratteristica di cialtrone del bel mondo («Non sono mica un cacciapalle come lui!»).
E poi la figlia di Pina e Ugo, Mariangela, ancora più brutta della madre. La sequela di mega direttori galattici, ognuno con il suo grado di delinquenza, ognuno con i propri inaccettabili tic, tutti accomunati dalla ferocia. Le comparse del mondo dei potenti, come la contessa Serbelloni Mazzanti Vien dal Mare (padrona di casa a Courmayeur), o la madre del conte Catellani (che si innamora proprio di Fantozzi). E i comprimari della miseria, coloro che sono sullo stesso piano di Fantozzi nella piramide alimentare e che non fanno nulla per sembrare diversi, maschere deformate di una rincorsa verso il nulla, una gara al ribasso. Tutti archetipi di una Italia piccolo borghese in cui chiunque può ritrovare un pezzo, anche sostanziale, di se medesimo.
L’eccezionalità del personaggio di Fantozzi e di coloro che gli ruotano attorno è proprio nell’universalità delle occasioni che propongono. Ridiamo, e di gusto, di ciò su cui siamo passati anche noi. Soprattutto, ridiamo con gusto di ciò che siamo (forse) riusciti a schivare. Sono le leggi del comico, aggirare la morte. Ma la morte esiste e Fantozzi ce la mostra continuamente, ricordandocene la prossimità, ribadendo il nostro goffo incedere verso.
E così che lo sforzo che gran parte dei personaggi della saga compie per aiutare, o sabotare, questo naturale processo di dissoluzione, appare quasi tenero, se visto con lucida filosofia. Ci sono anche loro, nella commedia umana. Come non ridere del Capodanno nel garage, in cui una sgangherata orchestra (capitanata dal maestro Canello) si permette di anticipare il brindisi di mezzanotte per poter andare a suonare ad un’altra festa.
Un episodio truffaldino e straziante, per la sua poca generosità, ma che accompagniamo con risa e applausi, battiamo il ritmo proprio come ci chiede l’orchestra.
Tutti quanti sembrano complottare contro Fantozzi.
È lui solo infatti che prova a correggere la storia minuscola, quella in cui quelli come lui nuotano e affogano. Il solo Fantozzi lancia un sasso contro la Megaditta, abbandona la moglie per cercare fortuna altrove, si permette di definire in pubblico la Corazzata Potemikin una cagata pazzesca.
È lui che si dispera per la bruttezza della figlia e allo stesso tempo regala ai propri superiori, che l’hanno appena umiliata, una lezione di dignità dal basso.
Così pure farà quando il panettiere Cecco concupirà sua moglie Pina. Questi è un becero donnaiolo (nel film Diego Abatantuono), mentre Pina se ne innamora per davvero, pensando addirittura a una vita insieme. Per non riportare alla moglie sedotta e abbandonata i pensieri dell’uomo (“tua moglie è un mostro”) Fantozzi finge con Pina che quello, pur tormentato, l’abbia infine lasciata al marito.
È solo una delle tante scene pregna di malinconia dell’intera saga.
Una saga che costantemente si sposta dalla risata attraverso una caduta in acqua a un pensiero profondo dettato da un gesto, una piccola frase.
Sono ancora lontani i cinepanettoni scoreggioni, e sono differenti le commedie con Lino Banfi e Alvaro Vitali, seppur rigenerate dalla critica contemporanea a corto di materiale.
Quello di Fantozzi è un altro pianeta narrativo, in cui la qualità della scrittura (almeno nei libri, e nei primi episodi dei film) non appartiene al solo reparto dell’intrattenimento leggero.
Così come l’episodio citato in apertura di pezzo, l’intera saga è ricca di spunti in cui ci si dimentica che nella scena precedente Fantozzi si era versato del profumo nelle mutande per far colpo sulla signorina Silvani. L’approccio politico delle azioni di Fantozzi è evidente, immerso come è in anni in cui tutto era politico. Non a caso quando il grande infarto degli anni Ottanta coglie il paese, e inizia ciò che siamo adesso, esce il quarto capitolo, Fantozzi subisce ancora. È il 1983, e Fantozzi dentro la cabina elettorale rimane ore, finendo per tirare lo sciacquone. Cambia la risata, cambia la scrittura, l’atteggiamento. Cambia il potere e la nostra capacità, voglia, desiderio di riderne.
Per questo Fantozzi rimane attuale, perché ha sfumato dei caratteri teofrastici e li ha posizionati dentro gli uffici, le strade, il tram, il mondo che conosciamo meglio e in cui viviamo tuttora.
È Homer Simpson disegnato da Schiele.
Forse nella contemporaneità (italiana) il solo René Ferretti di Boris si è avvicinato alla complessità del personaggio Fantozzi. Ma in Boris il protagonista (che è anche la guida all’interno della scena) ha diverse occasioni di consapevolezza, che in Fantozzi sono invece inesistenti. È il motivo per cui René Ferretti, pur inserito in un contesto esilarante, è più aderente al tragico che al comico. Collocazione che Fantozzi invece non accetta, portandolo intatto fino al presente.
E non si sbaglia troppo intravedendo in alcune dinamiche dei social attuali quelle dei grandi uffici del secolo scorso. Non esiste più il grande luogo fabbrica o azienda. Il contenitore ha altre caratteristiche ma gli scambi tra le persone finiscono per seguire ancora le stesse, infime spesso, regole. Il geometra Calboni è nostro amico su facebook. Mettiamo like alle foto della signorina Silvani. E il direttore è sempre un bel direttore, ma per farglielo sapere ne diventiamo follower.
La Storia maiuscola deprime, macina, mastica e sputa i Fantozzi della terra.
Una risata vi seppellirà, fino a che non si smette di ridere.

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RIVISTA DI LETTERATURA DI ANTONIO TOMBOLINI EDITORE