UNA CITTÀ O L’ALTRA di Bill Bryson

IL COLOPHON
IL COLOPHON
Published in
3 min readApr 17, 2018

--

[Guanda]

Questo libro è il taccuino di un viaggio in Europa. Bryson (e il lettore con lui) parte da Hammerfest “a trenta ore di pullman da Oslo, ma il motivo che spinge qualcuno ad andarci merita una certa considerazione. Si trova in capo al mondo, è la città più a nord d’Europa, dista da Londra quanto Londra da Tunisi, ed è patria di inverni rigidi e cupi dove a novembre il sole si inabissa nell’Oceano Artico per rifarsi vivo dopo dieci settimane. Volevo vedere l’Aurora Boreale. Inoltre, nutrivo da tempo un mezzo desiderio di scoprire come fosse la vita in un luogo tanto remoto e inaccessibile. A casa, in Inghilterra, seduto in compagnia di un bicchiere di whisky e di alcune cartine, mi era sembrata un’idea formidabile. Ora, invece, mentre sul finire di dicembre mi muovevo cauto nel nevischio di Oslo, cominciavo ad avere qualche dubbio”.
Fin dalle prime righe dobbiamo fare i conti con i cambi d’umore repentini dell’autore, che si accompagnano ad un’ironia spinta e spesso rivolta contro se stesso. Infatti, partire per l’estremo nord sembra frutto di un’illuminazione improvvisa: dopo una telefonata, Bryson scopre che la stagione invernale è il periodo migliore per vedere l’Aurora Boreale, quindi fa la valigia e parte (pentendosene poi amaramente). “Decisi fin dall’inizio che sarei partito da Capo Nord, il punto più a settentrione del continente europeo, poi di procedere verso sud fino a Istanbul, coprendo più tappe possibili dei luoghi già visitati con Katz. Avrei effettuato il viaggio a primavera; ma poco prima di Natale feci una telefonata all’Università di Tromsø, la più settentrionale del mondo e fulcro per eccellenza delle ricerche sull’Aurora Boreale, per scoprire quale fosse il periodo migliore per osservare il luminoso spettacolo della volta celeste. La linea era così disturbata che riuscivo a malapena a sentire il gentile professore dall’altro capo del filo — sembrava stesse comunicando con me nel bel mezzo di un potente uragano; immaginai una porta che sbatteva nel vento e mulinelli di neve che turbinavano nella sua precaria capanna sperduta in qualche remoto luogo selvaggio — ma compresi abbastanza per intuire che il periodo migliore per recarsi lassù era adesso, in pieno inverno, prima che il sole sorgesse di nuovo sul finire di gennaio”.
Tutte le destinazioni successive sembrano frutto della stessa leggerezza: Parigi, Bruxelles, Stoccolma, Sofia, Amsterdam, Istanbul e molte altre città vengono visitate per cambiare aria, per cambiare clima, per riscoprire se stessi. Bryson, in parte, vuole ripercorrere i propri passi: più di vent’anni prima aveva girato l’Europa con un amico tedioso (Katz) e gli zaini in spalla. Vorrebbe rinverdire i ricordi, ma, si fa trascinare da contrattempi e altre facezie che gli fanno avere un’esperienza completamente diversa dal viaggio di gioventù. Viaggia in solitaria, deve rendere conto solo a se stesso, quindi passa il tempo ad osservare il mondo che lo circonda. In questo diario di viaggio non si trova quasi mai un’indicazione turistica o storica di cose da vedere o da scoprire. Si trova solo ed esclusivamente l’esperienza dell’autore, il suo viaggio e il suo cacciarsi con leggerezza in situazioni paradossali e potenzialmente pericolose (come, ad esempio, quando nel centro della Jugoslavia si fa ospitare da una gentile vecchina e, dopo una notte di bagordi, cerca di tornare senza sapere il nome della signora, senza ricordare la strada e senza parlare una parola della lingua locale).
L’Europa è vista come un unico paese — Bryson ammette essere un atteggiamento tutto americano -, ma ogni città è unica, ogni ristorante diverso, ogni albergo pure. L’autore usa ogni esperienza per affinare la propria percezione del mondo, per crescere. L’Europa diventa una palestra, una metafora della vita. Il fatto di essere un turista regala allo scrittore uno sguardo distaccato e critico sui posti che visita, ma soprattutto su di sé. Bryson sa cogliere sia l’Europa che se stesso come entità separate, ma interconnesse. Sa cogliere i cambiamenti (di posti, di lingue, di ospitalità). Sa cogliere l’essenza del viaggio: cambiare, sperimentare, in ultima analisi, crescere.

Erika Marconato

--

--

IL COLOPHON
IL COLOPHON

RIVISTA DI LETTERATURA DI ANTONIO TOMBOLINI EDITORE