VIAGGIO AL TERMINE DELLA NOTTE di Louis Ferdinand Céline

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4 min readAug 2, 2016

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[Corbaccio]

Ci sono casi in cui mi dico che non essere un recensore di libri sia una fortuna che posso sfruttare per parlare a mio completo piacimento e senza un ordito precostituito di un testo. Lo faccio molto raramente, con passione, rivolgendomi spesso a libri di esordienti che meriterebbero assolutamente di essere più conosciuti e più letti o a qualche libro che mi ha particolarmente colpito. Qui siamo nella seconda fattispecie, ça va sans dire.
Ho cominciato a leggere una prima volta il romanzo a dicembre 2012, ho lasciato tempo ad altri libri, l’ho ricominciato almeno altre due volte per terminarlo a luglio 2013. L’ho letto lentamente, con attenzione, ne ho riletto dei passi spesso. Arrivato alla fine del viaggio sapevo con assoluta certezza che ne avrei intrapreso nuovamente la lettura, magari per qualche tratto. Sono certo che incontrerò di nuovo il suo protagonista, Ferdinand Bardamu, e la sua storia, le sue storie, il suo cammino.
Ho letto Viaggio al termine della notte grazie alla traduzione di Ernesto Ferrero e a proposito della traduzione (anzi: delle traduzioni!) con sincera ammirazione suggerisco un “viaggio nel viaggio” andando a omaggiare e saccheggiare avidamente un sito su Céline e la sua opera partendo da questo straordinario articolo dove si parla, sapendo parlare, della prima importantissima traduzione italiana del libro.
Nella traduzione di Ferrero il narratore parla in modo molto simile a quello che adoperava mio nonno Totò: anche lui aveva combattuto durante la prima grande guerra e aveva lo stesso modo di articolare pensieri e frasi, solo meno sconcio e meno milanese.
Ma cosa dico, di mio, di questo capolavoro? Che ci potrai sbattere per caso, per combinazione, o per una sgangherata recensione; resterai frastornato e ti farà riflettere; tornerai indietro di un capitolo, sottolineerai una frase o la ricopierai in un quaderno che magari perderai. Quelle parole un bel giorno, improvvisamente e senza quaderno, saranno un sapore in bocca senza sapere da dove è arrivato. Sentirai un lieve stordimento, passeggero. Può darsi che ti lasci un interrogativo e la voglia di trovare una domanda che soddisfi quella risposta che ti ronza dentro. Sarà quel libro o quella frase da quel libro o molte frasi che danno il senso. Tu darai significato a quelle cose scritte e ti sentirai importante per loro e ti sembrerà che ti ringrazino, le cose e il libro, di non avere capito fino in fondo ma della tua voglia di capire perché ti sei fatto una domanda.
Il mondo pullula di gente che ha capito tutto. Le parole de Viaggio al termine della notte torneranno. Ringrazierai il loro tornare e poco importa se Céline scriveva come scriveva e costruiva a modo suo il linguaggio. Dickens c’è sempre ed è un porto sicuro. Amo Dickens, sia chiaro. Ci sono tanti porti meravigliosi, turistici perfino. Il viaggio di Céline invece è un bel cazzotto, più di uno. Salutari schiaffoni a dare scossa, a muovere paludi, a fare domande scomode.
Il senso del viaggio, della vita, della notte, del nostro passaggio. Il senso o il nonsense della vita umana.
Ripenserai a decine di libri che hai letto e amato prima di questo e ti parrà che da questo si siano nutriti e che senza questo libro sarebbero stati altri libri o, forse, non sarebbero stati.
Se coglierai il senso del romanzo non sarà importante la frammentazione dello stesso nei diversi momenti della vita, odissea, del protagonista Bardamu e neanche il suo precipitare, in varie parti ma soprattutto nel lungo finale francese, in momenti di sfasamento e di alienazione dalla realtà.
È solo apparenza che un grandissimo autore ci getta addosso, nero di seppia, mascheramento di una analisi in realtà lucidissima e spietata di una società piramidale, sfruttatrice, classista e guerrafondaia che se ne frega di ciascun Bardamu e dei suoi istinti genuini e politicamente scorretti (molto scorretti) nel nome delle convenzioni, delle patrie, dell’aridità del mondo del profitto e della sopraffazione.
Magari alla fine amerai Bardamu e il suo alter ego e amico Léon Robinson o tutte le donne che ha incrociato e il modo scarno ma, in fondo più onesto di tanti, di come le ha incrociate. Molly, Lola, Musyne.
Non si possono non citare Elio Germano, che del Viaggio ha fatto uno straordinario spettacolo teatrale, e Alessando Baricco che ne parla e ne legge brani con Gabriele Vacis e Stefania Rocca (Totem 1998). Sono cose che è bello trovare nel web.
Infine il libro è una miniera di citazioni, crude, a volte cattive e feroci, spesso apparentemente molto politicamente scorrette ma splendide. In molte di queste si intuisce, meglio che da qualsiasi recensione, la potenza straordinaria de Viaggio al termine della notte: «Viaggiare, è proprio utile, fa lavorare l’immaginazione. Tutto il resto è delusione e fatica. Il viaggio che ci è dato è interamente immaginario. Ecco la sua forza. Va dalla vita alla morte. Uomini, bestie, città e cose, è tutto inventato. È un romanzo, nient’altro che una storia fittizia. Lo dice Littré, lui non sbaglia mai. E poi in ogni caso tutti possono fare altrettanto. Basta chiudere gli occhi. È dall’altra parte della vita».

Marco Valenti

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RIVISTA DI LETTERATURA DI ANTONIO TOMBOLINI EDITORE