5 affermazioni da smentire quando si parla di scuola e tecnologie

Leggo da anni articoli e interventi che pretendono di prevedere come sarà l’insegnamento del futuro. Mi sono divertito a cercare un po’ a ritroso e non ho potuto trattenere un sorriso: infatti già nel 2011 si parla di “rivoluzione” del mobile learning (quindi l’utilizzo dei cellulari in classe), dell’ormai imminente adozione del modello BYOD (Bring Your Own Device — si era in piena frenesia dopo l’uscita del primo iPad) e di tante altre predizioni che ancora non solo non si sono avverate, ma stentano anche a decollare, per una serie di motivi. La ragione principale, però, consiste nel considerare la tecnologia come un fine e non come un percorso di conoscenza reticolare e non più (non solo) lineare, in cui sono più efficaci la condivisione e la collaborazione piuttosto che la competizione; un procedimento che esalta l’apprendimento come pratica sociale (idea non certo di questo secolo) e che vede l’apprendente come soggetto in grado di operare una sua costruzione di senso e conoscenza.

Ha quindi molto più senso affermare, come fa un articolo apparso sul Guardian nel “lontano” 2013 (Qual è il futuro della tecnologia nell’educazione?) che gli iPad e gli altri dispositivi sono il presente, non il futuro. Forse avranno un ruolo anche negli anni a venire, ma se consideriamo che cinque anni fa il tablet non esisteva, non possiamo assolutamente sapere quale sarà la tecnologia più utilizzata nel 2020 (figuriamoci nel 2025). Non ha senso perciò fare predizioni sul futuro della tecnologia nell’educazione basandosi esclusivamente sugli strumenti che usiamo oggi. E se un articolo, questa volta recente, su Forbes, invita a mettere da parte le nozioni e insegnare piuttosto ad apprendere nel modo più efficace (Forget the Facts, Teach Students How to Learn), mi piace anche imitare — goffamente — alcuni educatori americani che si stanno sfidando scherzosamente a postare le “5 cose che dobbiamo smentire” riguardo all’argomento scuola e tecnologie. Ecco la mia lista:

  1. Dire che la classe è l’unico luogo dove si svolge l’apprendimento. La classe è lo spazio dove avviene l’istruzione, ma l’apprendimento è ubiquo e soprattutto, ora più che mai, continuo e le tecnologie non possono che aiutarci a renderlo meno distante.
  2. Considerare la tecnologia come un qualcosa che i giovani conoscono più degli insegnanti (la favoletta dei “nativi digitali”). Se i ragazzi hanno spesso una forte confidenza tecnologica, raramente possiedono la piena consapevolezza del mezzo. Compito della scuola è — anche — condurli dalla prima alla seconda condizione.
  3. Considerare i dispositivi solo come tecniche e non come logiche. Vedi sopra.
  4. Pensare che il semplice utilizzo di un computer, di un tablet o un uso sporadico delle tecnologie siano sufficienti. Su questo rimando a un mio post precedente: utilizzo vs. integrazione delle tecnologie.
  5. Internet è diventato solo un luogo di false notizie, immagini urticanti e risse virtuali tra utenti. Ma è anche uno spazio in cui sono emerse tante intelligenze che altrimenti non avrebbero potuto avere una visibilità di tale portata. L’educatore dovrebbe poter essere il principale filtro virtuoso e fare nel web ciò che, per usare le parole di Calvino “esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio”.

Se vuoi, scrivi anche tu le affermazioni che secondo te sono da smentire e linka questo articolo, come hanno fatto Scuola e tecnologia, Emanuela Zibordi e Roberto Castaldo. Sarà interessante raccogliere una lista di miti da sfatare su scuola e digitale ricca di voci e opinioni diverse.

Di questi argomenti parlo nei capitoli 3 e 4 del mio saggio Il digitale e la scuola italiana. Se sei interessato, scarica qui un’anteprima del capitolo introduttivo.

L’immagine è tratta da qui.