I nuovi percorsi del digitale a scuola

Il 6 maggio scorso a Roma si è parlato di Innovazione in classe, evento trasmesso in diretta streaming e coperto da un ottimo live tweeting (se ti interessa, leggi lo storify). Una delle riflessioni che personalmente ho trovato più interessanti e affini al mio modo di pensare è stata quella di vedere la tecnologia in classe come il superamento del pensiero e del metodo lineare e trasmissivo per una didattica più basata sul lavoro collaborativo e di impronta costruttivista.

Anche un recente articolo sul Guardian sottolinea la necessità di un tale approccio: se da una parte infatti è vero che dal 2012 il ministero dell’istruzione britannico ha lanciato lezioni di coding per le scuole primarie, solo il 40% delle scuole possono attivare i corsi. Ma anche se fossero di più, si chiede l’articolo, il coding sarebbe abbastanza? Ci si chiede infatti se per bambini che cresceranno in un mondo dove l’internet entrerà negli oggetti (Internet of Things), più che conoscere il codice sarà importante acquisire conoscenze sui principi e i processi di ricerca, condivisione e costruzione della conoscenza su cui si basa la tecnologia digitale.

Comprendere la tecnologia prima di utilizzarla: sembra che anche in Gran Bretagna si rifletta sempre più in questo senso, in un panorama che si rivela non troppo dissimile da quello italiano (“scarsità di dispositivi, carenza di banda, apatia da parte di molti insegnanti, politica poco sensibile a una vera riforma metodologica”).

Un approccio tanto più necessario, scrive il Guardian, quanto più le nuove generazioni si troveranno ad avere a che fare con tecnologie e sistemi talmente complessi che una semplice conoscenza tecnica può risultare insufficiente e incompleta.

Non dissimili sono i concetti che emergono da questa intervista a Mitchel Resnick, educatore e professore al MIT, che parlando di come le tecnologie possono coinvolgere gli studenti in “esperienze di apprendimento creativo” sottolinea l’importanza di alcuni fattori che menziono anche nel mio saggio:

  • la scuola si trova a formare ragazzi che vivranno in un futuro che nessuno conosce, ma che sarà sicuramente immerso nelle tecnologie;
  • le tecnologie sono efficaci sono se inserite in obiettivi didattici e pedagogici ben definiti;
  • le nuove tecnologie non possono rivoluzionare la didattica, quanto piuttosto rinvigorire approcci educativi già noti;
  • le relazioni e le interazioni umane saranno sempre il nucleo essenziale del processo di apprendimento;
  • sarà interessante capire come la cultura dei “maker” potrà inserirsi nel contesto didattico all’insegna di quel learning by doing già da tempo preconizzato da molti.

Inoltre, la frontiera dei maker si innesta anche in un discorso di come la tradizione artigianale può essere rivisitata in chiave tecnologica, per l’apprendimento di mestieri declinati in nuove modalità che la scuola potrebbe introdurre.

In tutto questo l’editoria scolastica potrebbe giocare un ruolo determinante, guidando in qualche modo le tendenze sopra descritte e fornendo ai docenti strumenti e risorse di formazione da una parte, dall’altra pensando a come creare contenuti scalabili da distribuire su diverse piattaforme e diverse modalità di fruizione.

Più che a “libri digitali” penso piuttosto a dei percorsi in cui cartaceo e digitale si intersechino e si completino a vicenda, magari integrabili e modificabili con interventi da parte dell’utilizzatore, studente e/o insegnante.

Sinceramente, auspicare la “morte del libro di testo” tout court suona già come una battaglia di retroguardia, soprattutto quando viene combattuta da chi pensa di essere più proteso alle magnifiche sorti e progressive del digitale.

Se ti interessa, puoi scaricare un’anteprima del saggio Il digitale e la scuola italiana qui o anche su Amazon.

Show your support

Clapping shows how much you appreciated marco’s story.