Sul confine

Il balcone sul fiume che divide la città


ma anche l’ispirazione che produsse la più squisita e suggestiva arte pittorica e poetica, arte che poteva oscillare tra le vette del sublime e l’umorismo, e anche il sarcasmo, generando così una civiltà elevatissima in ogni arte e mestiere
Jean Campbell Cooper


L’oscillazione è appena percettibile. Potrebbe essere stato il movimento brusco che ho impiegato per raggiungere la posizione attuale o forse chissà, magari invece è questo piacevole infinito sussurro di vento che giunge dal fiume, alito caldo e spesso acre, aspro, a tentare di spingermi con invisibili mani.

Menam è la traduzione in thai della parola “fiume”. Meenaam, meenaam, sembra il sussurro tra le foglie e fiori esotici degli alberi che sorreggono la mia amaca. L’oscillazione è gentile, Bangkok ci coccola parecchio.

Quando sentiamo parlare nella lingua locale la cosa più accentuata — al punto da farci caso subito — è la divisione delle sillabe che compone le parole: è davvero forte, in stile cinese. Le parole quasi si smontano come componenti perfetti per essere ricombinati in ogni modo. Quindi al mio orecchio una intera frase non è che una fantastica raccolta di sillabe ordinate. Immagino tessere in legno di un qualche gioco orientale in un alfabeto sconosciuto, composte con calma e eleganza. Inoltre le vocali raddoppiano, a distaccare le sillabe; mentre per quanto riguarda le consonanti appaiarne vicino di simili non sembra possibile. Affascinante.

Wikipedia stesso spiega la parola Menam come una composizione di Mee (madre) e Naam (acqua). Non conosco il thai ma adesso me lo immagino come un numero corposo ma finito di sillabe dal profondo e antico significato, che declinano in variopinte permutazioni fino a comporre l’intero vocabolario.

L’oscillazione è così lenta e dolce da far socchiudere gli occhi, prossimi a una pennichella. Mi risveglio però al rumore violento di uno dei tipici battello-taxi che solca continuamente le acque. Sono frequenti perché costano poco e sono molto veloci.

Questo fiume si chiama Chao Praya — il nome è in pratica un titolo nobiliare thailandese sullo stile del nostro “Duca” — e taglia la capitale nel pieno del cuore. Scrive una S sinuosa sui contorni dei quartieri, dividendo la parte della città vecchia dalla zona più moderna.

Spostarsi via acqua è una caratteristica della città. Considerando il traffico caotico e la guida folle delle strade interne il fiume sembra di una tranquillità disarmante. Analizzando più da vicino non è esattamente così. Mille tipi di imbarcazioni di ogni dimensione si affrontano continuamente in cambi repentini, gimcane e slalom. Qui addirittura non c’è il senso di marcia, quindi l’unica regola è proprio non avere regole — perché usare cautela per evitare gli scontri non sembra un concetto utile. Ci sono moli a tutti gli alberghi e ai punti turistici vicini alle sponde.

Sotto il nostro hotel c’è addirittura la navetta gratuita per i clienti e un servizio pubblico che per pochi centesimi porta ogni quarto d’ora le persone sulla sponda opposta. Le acque del fiume sono ovviamente inquinate, dal caratteristico colore sul marrone melma. Di giorno non è poi così invitante il giro in barca. La sera invece, con l’oscurità e le luci della città e dei monumenti l’atmosfera cambia bruscamente in meglio.

Motore diesel, nemico numero uno

Purtroppo tutte le barche del Chao Praya sono off-limits per noi. Hanno tutte il motore diesel, nella maggior parte dei casi al centro. Questo assicura vibrazioni forti e costanti in ogni angolo della barca, anche sui sedili e sui corrimano. Risultato è che chi ha la Sclerosi Multipla e ha problemi sensitivi può soffrirne in maniera troppo dolorosa, anche per un solo minuto — come nel caso di cambio sponda.

Le barche taxi sotto questo punto di vista sono le peggiori. Sono addobbate con tutti i colori dell’arcobaleno e hanno un muso caratteristico prolungato, nonché uno strano congegno di propulsione, un tubo lunghissimo che spinto in acqua spinge aria con una forza incredibile, rendendo questa imbarcazione la più agile e veloce. Anche la più rumorosa, tanto da risvegliare viventi e morti a ogni passaggio. E infine più traballante di un idromassaggio.

Per fortuna anche i taxi via terra costano davvero poco. Sono tutti delle macchine Toyota (e di nuovo con motori diesel, ma vuoi mettere la differenza di potenza) ma tutto sommato i viaggi in certe ore strategiche — ad evitare di restare bloccati sui ponti — sono fattibili, questione di un quarto d’ora, massimo venti minuti per la maggior parte delle destinazioni.

Il sole si è nascosto di nuovo dietro le mille nuvole della stagione delle piogge. Vediamo tra quanto passerà il prossimo battello-taxi.

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