Fernet e caffè

Entri nella stanza. Ti fai largo tra le persone ammassate, pensi di fermarti e invece esci in terrazza.

Dieci secondi e già sei stanco di questa gente.

Ricordati, perché sei venuto a questa festa? Ah sì, per creare network, farti conoscere dall’establishment cinematografico e qualche altro blabla senza significato.
Ti sei già stufato di questa storia dell’autopromozione. Ma perché non puoi fare quello che sai fare e lasciare che te e la tua recitazione siate giudicati di per sé, e non per come sai venderti?

Fuck.

Torni nella stanza e vai a prenderti un Montenegro doppio, senza ghiaccio. Ti penti immediatamente, lo scoli e ordini un Fernet. Poi inizi a girare per la festa, cercando qualcuno che conosci o di cui almeno tu sappia il nome. Incroci un altro paio di attori come te e scambiate due chiacchiere, poi ritornate a girare, tutti in cerca di qualcuno di più importante con cui parlare. Qualcuno che possa essere interessato al tuo lavoro e voglia provare a farti lavorare nel suo film, magari. Cazzo, anche una fiction, sempre meglio di un calcio sui denti.

Ricerca vana, sembra, ma ci provi. Dopotutto sei qui per questo.

Scoli il Fernet. Ne ordini un altro. La festa inizia a sembrare più interessante. Succhi una mentina e provi a parlare a questo e a quello. Nessuno sembra impressionato da te e questo non dovrebbe stupire, visto che stai affrontando questo compito come fossero lavori forzati e per quanto ti impegni non riesci a tirare fuori un sorriso.
Bel lavoro stai facendo, per essere un attore.
Ti arrendi e ti dirigi di nuovo al bar. Approfitterai dell’invito ottenuto per questa festa in un’altra maniera rispetto a quella prevista: ti sbronzerai a morte a spese del produttore cinematografico proprietario della casa e poi te ne tornerai al tuo appartamento a collassare. E vaffanculo anche all’autopromozione.

Quando la barista ti vede ritornare e chiedere un altro Fernet ti guarda male. La fissi a tua volta finché non ti mette il bicchiere davanti. Lei non dice niente, tu neppure, ma appena si gira tu butti giù d’un fiato l’amaro e poi la richiami.
 — Me ne fai un altro? –
La stanza ha colori più vivaci ora, e sembra muoversi di sua spontanea volontà. Pure la barista sembra più carina, anche se continua a guardarti male. Tu le sorridi, la prima volta questa sera, e lei torna indietro con la bottiglia in mano. Ti riempie il bicchiere e poi se ne va. Scoli di nuovo il bicchiere.
 — Scusa, me ne faresti un altro? –
Le parole iniziano a far fatica ad uscire correttamente, ma tu ti impegni. Lei torna indietro e questa volta ti parla.
 — Almeno cambia drink, cazzo. –
Ridi. La tua risata sembra proprio quella di un ubriaco, ed in effetti non ti senti più molto sobrio.
 — Allora fammi un Brancamenta. –
 — Di sicuro meglio per il tuo alito. — risponde lei.
Ridi di nuovo. Questa ragazza è uno spasso. Fossi un tipo più importante potresti anche offenderti, ma sai bene di essere la persona di ceto sociale più infimo nel raggio di chilometri, per cui te la ridi. Anche perché, a ben vedere, ha ragione sul tuo alito.
Questa volta quando ti porta il Brancamenta le chiedi come si chiama.
 — Ippolita — dice lei, e poi se ne va.
Sorseggi il tuo liquore e ti concentri nel guardare il suo culo fasciato dai pantaloni neri. Sempre meglio di pensare al fallimento che è la tua vita, dopotutto.

Non sai dopo quanti drink riesci a strapparle un appuntamento per il suo fine turno, ma di sicuro sai che sei passato ormai per sambuca, vodka e anche gin. Quando la serata finisce sei ancora in grado di intendere e volere, ma appena appena. Nel frattempo l’appartamento si è svuotato e tu esci di tua spontanea volontà, prima di essere buttato fuori dal proprietario. Non sei molto stabile sui piedi, ma fai del tuo meglio e riesci ad arrivare in fondo alle scale sano e salvo. Ti appoggi al muro vicino alla porta e aspetti che la barista finisca di lavorare. Nel frattempo forse riuscirai ad essere un pochino più coerente di adesso.
Quello che succede alla fine, abbastanza prevedibilmente, è che ti siedi perché sei stanco di stare in piedi e prendi sonno lì, sul pavimento freddo. Non sai quanto tempo ci rimani, ma è lei che ti sveglia, quando apre la porta per uscire e una ventata gelida ti strappa al sonno. Deduci che l’appuntamento che avevi ottenuto prima non era veritiero, visto che sta cercando di svignarsela senza farsi sentire. La perdoni però. Come darle torto: eviteresti anche tu di stare con te stesso, se ti fosse possibile.
Ti alzi e la insegui fuori, nel freddo di una notte come tante.
 — Ehi, ma io e te non avevamo un appuntamento? –
Le parole ti escono abbastanza comprensibili e ti senti anche un po’ più sobrio. Un’occhiata all’orologio ti conferma che è passata già un’ora e mezzo da quando sei andato via dalla festa. Lei non sembra molto felice di vederti sveglio, ma non sembra nemmeno aver paura.
 — Sembravi il bell’addormentato nel bosco e non volevo svegliarti. –
 — Grazie per la considerazione, ma ormai sono sveglio. Posso accompagnarti? –
 — Devo solo andare a prendere il tram per tornare a casa. E’ tardi ormai e non ho intenzione di stare fuori. –
 — Vai tranquilla. Devo prendere un taxi anch’io, e lo prenderò alla stazione dei tram con te. Ti faccio compagnia e facciamo due chiacchiere, OK? Non ti porto in vicoli bui e passiamo solo per strade trafficate, promesso. –
Non sembra molto convinta, ma il tuo sorriso fa il miracolo e la vedi annuire. Felice come un bambino la affianchi e inizi a straparlare, chiederle di lei, straparlare un altro po’. Dopo qualche minuto inizia anche lei a lasciarsi andare e raccontarti qualche aneddoto divertente di quando lavora ai ricevimenti di ricconi. I migliori ovviamente sono di quando ha a che fare con gente del cinema. Non è Hollywood questa, ma la quantità di palloni gonfiati e idioti è la stessa. E un idiota pieno di soldi può raggiungere livelli di ridicolaggine che un povero non può nemmeno sognare.

Parlate e parlate. Tu le racconti di quello che succede ai provini, dei raccomandati, delle voci su chi l’ha data a chi e su chi l’ha dato a chi, pur di arrivare a certi lavori. Riesci perfino a convincerla a fermarsi con te da un paninaro a bordo strada. Le offri anche una bibita, fingendo nonchalance e invece valutando attentamente gli ingredienti del panino per non trovarti senza soldi.
Mentre lei beve la sua Coca e tu mangi il paninazzo con salsiccia e porchetta e funghi e formaggio e ketchup (per fortuna hai dovuto rinunciare a qualcosa), continuate a parlare. Quando ti sveglierai, la mattina dopo, non ricorderai precisamente cosa vi siete detti, ma quel che è certo è che ti diverti e, per non si sa quale motivo, anche lei sembra divertirsi. L’arrivo alla stazione dei tram è perciò quanto di peggiore possa avvenire, questa sera. Quando vedi le luci in lontananza rallenti anche il ritmo della camminata, ma non serve. Poco dopo siete davanti al tram 96, in partenza entro cinque minuti. Lì si gioca il tutto per tutto.
Le allunghi un biglietto da visita e le dici che non le chiedi il numero perché non vuoi metterla nell’imbarazzo di doversene inventare uno finto, ma che se vuole chiamarti tu sei molto più che ben disposto nei suoi confronti.
 — “Spike, vampiro ammazza-vampiri”? — legge guardandoti con aria interrogativa.
 — Sì, lo so. Quei bigliettini hanno una certa età e li avevo creati durante un momento triste della mia vita. Però il numero è ancora quello e, quando non sto dormendo o andando a caccia di vampiri, mi trovi sempre. Se vuoi. –
Non le strizzi l’occhio e non fai il marpione. Non fai nemmeno il cane bastonato però. Ti piace, ma sei ancora abbastanza ubriaco e sai che le tue possibilità con lei sono vicine allo zero, per cui tanto vale. Ad ogni modo tentar non nuoce e alla fine chi rompe paga e i cocci sono suoi e quel che è fatto è fatto e quel che è detto è detto e di notte tutti i gatti sono bigi, però quello che hai preso sotto l’altra sera era nero.
Lei prende il biglietto, ti guarda strano, poi ti dice:
 — Mi sa che ti chiamo. –
Poi si volta e sale sul tram che, come nei film, chiude subito le porte e si avvia. Lei non si gira indietro a salutarti, ma non importa: sei già in cerca dell’86 per tornare a casa anche tu. Altro che taxi, dovrai prendere un paio di tram e sperare di non beccare i controllori, visto che non hai i soldi per un biglietto. Che schifo di vita, quella dell’attore quasi disoccupato.
Basta, da domani metti la testa a posto, smetti di cercare di sfondare nello spettacolo e inizi invece a cercare un’occupazione stabile. Peccato che te lo sia già ripetuto mille volte e mille volte hai poi mollato tutti i lavori che hai trovato, per dedicarti invece a quella che è la tua arte. Ma domani sarà diverso, giusto?
Te ne vai a casa, quasi convinto delle tue parole, ma pensando già a dove hai messo il Macbeth, per ripassare per un provino che avresti a breve. Continuerai a ripeterti le stesse balle, giorno dopo giorno, ma continuerai a tentare e tentare e tentare. Non sei ancora pronto a mollare il tuo sogno, e forse, solo forse, non è poi una cosa così sbagliata.
Arrivi al tuo appartamento e collassi vestito sul divano. Ti concedi dieci minuti di riposino, poi vai a farti una doccia e a lavarti i denti. Ingoi un’aspirina per prevenire il mal di testa e ti vai a buttare a letto. Domani, oggi ormai, è un altro giorno, e dovrai cercare di recuperare due soldi per affitto e cibo. Va bene il look atletico, ma qui stai andando verso l’emaciato. Cadi preda del sonno mentre ancora stai pensando al culo di Ippolita, e questo è di sicuro meglio che riflettere sulle tue finanze e su come rimpinguarle.

Ti svegli la mattina dopo. L’aspirina preventiva non ha funzionato e ne devi prendere un’altra, insieme ad una merendina e al caffè avanzato dalla mattina precedente. Dovresti iniziare anche a curare un po’ di più l’alimentazione, pensi. Poi fai il bis con un’altra merendina e un altro caffè e rifletti che infine le diete si iniziano sempre domani, mai oggi.
Ti prepari, esci e vai alla ricerca di una maniera di prendere quei due soldi a cui stavi pensando prima di addormentarti. Poi ti arriva un messaggio sul cellulare.
Ciao, sono Ippolita. Domani vado a fare un provino per il Macbeth. Tu ci sei? Se vuoi dopo andiamo a berci un caffè insieme. Fammi sapere.
Lo rileggi tre volte prima di rispondere che ovvio che ci sei e che non vedi l’ora. Forse dovresti tirartela un po’, ma sono le undici di mattina, il sole splende, la testa inizia a stare meglio e tu sei felice. Perché fingere di non esserlo pur di fare il figo?

Oggi niente ricerca lavoro. Oggi si va dalla nonna e si chiede la mancia per il compleanno, anche se mancano ancora tre mesi.

Domani hai una ragazza a cui offrire un caffè, dopotutto.

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Originally published at oz-tales.com on August 26, 2016.