La Battaglia di Novara
La sconfitta del 23 Marzo 1849 e la fine della Prima Guerra di Indipendenza.
Premesse
Per comprendere come si arrivò alla Battaglia del 23 Marzo 1849 è necessario raccontare brevemente ciò che avvenne prima di quel tragico giorno, dalla ripresa delle ostilità contro l’Austria, le scelte politiche sbagliate e gli errori militari commessi. La sconfitta di Novara segnò la fine della Prima Guerra d’Indipendenza.
La ripresa delle ostilità e le operazioni sul Ticino
La fine dell’armistizio di Salasco
La Prima Guerra di Indipendenza iniziata il 23 Marzo del 1848 e portata avanti senza grandi successi dal Regno di Sardegna subì una forte battuta d’arresto dopo la sconfitta di Custoza avvenuta il 27 Luglio del 1848, la battaglia vinta dagli austriaci costrinse l’esercito piemontese ad arretrare fino a Milano e poi abbandonare tutti i territori conquistati durante le fasi iniziali della guerra.
Con l’Armistizio di Salasco (o armistizio Salasco) firmato il 9 Agosto del 1848 a Vigevano, il Regno di Sardegna e l’Impero d’Austria concordarono una temporanea cessazione delle ostilità.

Il governo piemontese pensò di poter correggere l’andamento della guerra sostituendo i responsabili degli errori militari commessi durante la prima campagna militare e procedendo alla riorganizzazione dell’esercito.
La riforma tanto auspicata accese però forti contrasti tra i vertici militari e le autorità politiche, il problema del comando supremo dell’esercito finì per coinvolgere direttamente Re Carlo Alberto.
La riorganizzazione procedette con lentezza e tra molte difficoltà, benché qualche miglioramento fosse stato apportato l’Armata Sarda presentava gravi carenze nella logistica e nei servizi sanitari, senza contare che i quadri ufficiali rimasero numericamente insufficienti e non adeguatamente preparati.
Le interferenze politiche e la carenza di fondi non permise di accresce la consistenza numerica delle truppe, già provate per lo scarso equipaggiamento e le difficili condizioni di vita.
Per risolvere i contrasti interni all’esercito il governo decise di affiancare al comando supremo del sovrano, un capo di stato maggiore con pieni poteri, tra malumori e incertezze la scelta ricadde sul Generale polacco Wojciech Chrzanowski, veterano delle guerre napoleoniche che sulla carta sembrava essere un comandante preparato, tuttavia egli non conosceva quasi nulla della situazione italiana e tanto meno i problemi dell’Armata Sarda.
Più tempo passava prima della ripresa delle ostilità, più le finanze del Regno si degradavano e con esse la disciplina nell’esercito, per questo motivo il 7 Febbraio del 1849 il Consiglio dei Ministri nonostante l’impreparazione dell’armata piemontese decise di sospendere la tregua con l’Austria e riaprire le ostilità, decisione che venne formalmente notificata al Feldmaresciallo Radetzky dal Maggiore Raffaele Cadorna il 9 Marzo del 1848.
Gli austriaci non erano dispiaciuti di riprendere la guerra perché viste le fragilità del Regno di Sardegna avrebbero potuto infliggere una sconfitta definitiva ai piemontesi.
L’armistizio venne denunciato ufficialmente il 12 Marzo del 1849, le operazioni militari sarebbero riprese a partire dal giorno 20.
Il Regno di Sardegna pianificava le proprie operazioni militari scommettendo sui problemi interni dell’Impero Asburgico, in particolare sulle rivolte scoppiate in Ungheria e Boemia che avrebbero dovuto distogliere forze allo scacchiere italiano.
Chrzanowski pensò che la miglior strategia fosse quella di sferrare un attacco nel Lombardo-Veneto oltre il fiume Ticino, non una battaglia decisiva ma una serie di piccoli scontri che avrebbero provocato l’insurrezione della popolazione lombarda, insofferente alla dominazione asburgica.
Se tutto ciò si fosse verificato gli austriaci si sarebbero ritirati dalla linea del Ticino senza opporre un’eccessiva resistenza.
Il Generale polacco dopo numerose indecisioni arrivò a prevedere che le truppe austriache avrebbero potuto attraversare il Ticino, nei pressi di Pavia.
Bisognava coniugare le esigenze difensive alle operazioni d’attacco in territorio lombardo e per questo motivi Chrzanowski optò per una disposizione operativa che scaglionava l’esercito piemontese su un’area molto estesa, questa decisione non sembrava però tenere conto delle carenze logistiche e di scarsa mobilità dell’Armata Sarda che in caso di avanzata nemica non sarebbe riuscita a completare agilmente il raggruppamento pianificato da Chrzanowski, fornendo al nemico l’opportunità di attaccare nel punto più debole del fronte.
Operazioni militari sul Ticino
Il 20 Marzo del 1849 il Generale Wojciech Chrzanowski ordinò alle truppe una missione esplorativa oltre il Ticino, l’attraversamento avvenne fra Trecate e Boffalora, contrariamente alle previsioni la IV divisione del Duca di Genova riuscì ad arrivare senza problemi a Magenta.
La mancata presenza di truppe asburgiche durante l’attraversamento allarmò il Generale Chrzanowski che predispose la sorveglianza dei punti più probabili in cui il nemico avrebbe attraversato il fiume, in direzione opposta all’avanzata piemontese.

Chrzanowski già dal 16 Marzo ordinò al Generale Ramorino, comandante della Divisione Lombarda (che contava 6.500 soldati e 16 cannoni) di presidiare le zone vicino al fiume Ticino tra Vigevano e Pavia, in caso di attacco avrebbe dovuto avvertire il comando supremo e in caso di pressione insostenibile da parte del nemico egli avrebbe dovuto ripiegare in direzione di Mortara fino a raggrupparsi con il grosso dell’esercito piemontese, in ogni caso la Divisione Lombarda non avrebbe dovuto superare il fiume Po.

Ramorino aveva il compito di difendere anche il settore della Cava (oggi Cava Manara) che sbarrava la testa di ponte austriaca sul Ticino a Pavia, tuttavia nonostante gli ordini fossero chiari il Generale aveva lasciato a difesa di questa zona solo tre battaglioni di fanteria e il Battaglione bersaglieri di Luciano Manara. Ramorino considerando molto più pericolosa un’offensiva austriaca attraverso il Po nei pressi di Stradella, dal 20 Marzo aveva schierato qui la sua divisione contravvenendo alle disposizioni del comando supremo.
Alle ore 12.00 del 20 Marzo iniziò l’offensiva austriaca, senza l’ausilio dell’ artiglieria per non vanificare l’effetto sorpresa, Radetzky ordinò al II corpo d’armata del Generale Konstantin d’Aspre di attraversare rapidamente il Gravellone, il reparto di testa costituito dalla divisione dell’Arciduca Alberto e composto da battaglioni di fanteria ungherese e boema alla guida del Colonnello Ludwig von Benedek affrontò le truppe di Manara presenti sul posto che nel giro di poche ore vennero sopraffate e costrette a ripiegare a la Cava, dove il Generale Gianotti cercò di opporre resistenza con l’intero battaglione ma le truppe austriache supportate dal IV corpo d’armata del generale Georg von Thurn costrinsero i piemontesi alla ritirata, la divisione lombarda del Generale Ramorino lasciò di fatto la strada libera per Mortara.

Durante la giornata del 20 Marzo, mentre gli austriaci facevano irruzione attraverso il Ticino aprendosi la strada verso Mortara, Chrzanowski non ricevette informazioni fino alle otto e mezza della sera.
Alle ore 21.00 Ramorino fornì un rapporto dettagliato della situazione insistendo che si trattasse di un “falso attacco” per mascherare un’offensiva principale verso Stradella e Alessandria.
Preso atto della situazione Chrzanowski ordinò alla divisione Durando di spostarsi da Vespolate a Mortara, la situazione precipitò definitivamente all’alba del 21 marzo, il Generale Michele Bes comunicò la presenza di almeno 10.000 soldati austriaci nei pressi di Garlasco, il Generale polacco richiamò le sue divisioni per tentare uno sbarramento all’avanzata asburgica ma a causa di errori, ritardi e ordini contraddittori, le divisioni piemontesi non riuscirono a completare in tempo lo schieramento tra Mortara e Vigevano, questo fatto comportò successivamente il disfacimento della linea difensiva.
Alle dieci del mattino del 21 Marzo gli austriaci lanciarono un’ampia offensiva nei pressi di Mortara , la battaglia infuriò fino al tardo pomeriggio quando ormai la città divenne indifendibile e ai piemontesi non restò che ritirarsi rapidamente.
Intorno alle due del mattino del 22 marzo, Chrzanowski e Carlo Alberto vennero informati della tragica situazione e ordinarono un ripiegamento verso Novara dove si sarebbe combattuta la battaglia decisiva.
Radetzky dopo la sconfitta piemontese di Mortara si convinse che il grosso dell’Armata Sarda si sarebbe riunita a Vercelli e ordinò che buona parte delle sue truppe convergessero proprio lì, lasciando a una frazione più esigua il compito dell’occupazione “secondaria” di Novara.
Radetzky capì in fretta di aver commesso un grave errore riguardo alla posizione del nemico permettendo all’armata piemontese di ricongiungersi a Novara.
L’errore di Radetzky rallentò temporaneamente l’avanzata asburgica ma gli errori e l’impreparazione dell’esercito sabaudo portano l’Armata Sarda a combattere lo scontro decisivo a Novara.
La Battaglia di Novara
Lo schieramento
Alle tre del mattino del 22 Marzo dopo aver rintracciato Carlo Alberto il Generale Chrzanowski riunì il consiglio di guerra per stabilire come procedere dopo la disfatta di Mortara.
Alla riunione presero parte oltre al sovrano e al comandante in capo, il Generale Bes e il Duca di Genova, l’atmosfera era tesa, scartata l’ipotesi di una nuova controffensiva e l’eventuale ritirata verso Vercelli, il consiglio di guerra decise di far ripiegare tutto l’esercito su Novara.
Il ripiegamento iniziò verso le quattro del mattino, la 2ª Divisione del Generale Bes e la 3ª del Generale Perrone si mossero verso Trecate dove giunsero verso mezzogiorno, seguite dalla 4ª divisione del Duca di Genova che arrivò nel pomeriggio, successivamente la 2ª e la 3ª Divisione proseguirono verso Novara per unirsi ai resti della Brigata Regina del Generale Trotti e alla Brigata Aosta della 1ª Divisione del Generale Durando, sconfitte nella battaglia di Mortara.
Il Duca di Savoia che precedentemente aveva raggiunto Borgo Vercelli dopo nuove disposizioni si diresse verso Novara dove arrivò all’alba del 23 Marzo, nelle città piemontese arrivarono dal ponte sul Ticino anche la 4ª Divisione e la Brigata Solaroli.
Intorno alle nove del mattino del 23 Marzo 1849 il grosso delle truppe piemontesi aveva completato senza troppi problemi lo schieramento intorno a Novara.
Radetzky convinto di aver affrontato a Mortara solo una retroguardia del nemico e in mancanza di informazioni precise sulla dislocazione di esso, ipotizzò che gran parte dell’esercito piemontese avrebbe ripiegato su Vercelli.
Il Feldmaresciallo sperava di intercettare il nemico avanzando lungo la strada che da Mortara conduceva a Novara, per questo motivo ordinò al II corpo del Generale d’Aspre di marciare su Vespolate seguito dal III corpo del Generale von Appel e dal I corpo di riserva del Generale Wocher con il compito di coprire il fianco destro dell’avanzata, mentre il IV corpo del generale Thurn Valsassina avrebbe coperto il fianco sinistro.
I reparti austriaci pur procedendo su due fianchi separati mantenevano una stretta coesione che permetteva di rispondere a possibili manovre da parte del nemico, senza trovarsi mai isolati.
All’alba del 23 Marzo 1849 la testa della Divisione del Generale d’Aspre si attestò a 8 km da Novara, mentre le retroguardie del I corpo di riserva rimanevano più arretrate.
Il resto delle truppe austriache su ordine di Radetzky convergeva verso Vercelli dove il Feldmaresciallo progettava di arrivare il giorno seguente, fino a questo momento solo il il II corpo avrebbe avanzato verso Novara, per occuparla e successivamente ricongiungersi con il grosso dell’esercito austriaco.
Al mattino del 23 Marzo l’esercito piemontese completò il suo schieramento difensivo a sud della città tra i fiumi Agogna e Terdoppio, la Brigata Solaroli si dispose all’estremo sinistro dello schieramento verso Trecate.
Il settore tra il Terdoppio e il vallone dell’Arbogna venne assegnato alla 3ª Divisione del Generale Perrone.
La Brigata Savona e la Brigata Savoia presero posizione alla Bicocca (quartiere a sud della città).
Il settore centrale e il lato destro compreso tra il vallone dell’Arbogna e il cavo Dossi (canale parallelo all’Agogna) venne occupato dalla 2ª Divisione del Generale Bes e dalla 1ª Divisione del Generale Durando che disponeva della Brigata Aosta e dei resti della Brigata Regina, decimata a Mortara.
Dietro questo schieramento Chrzanowski posizionò in seconda linea la 4ª Divisione del Duca di Genova e la Divisione di riserva del Duca di Savoia che si allineò, dietro la divisione del generale Durando.

La Brigata Guardie, la Brigata Cuneo (che avevano subito forti perdite), i sette battaglioni della Brigata Solaroli e due battaglioni di bersaglieri completavano infine lo schieramento delle forze disponibili.
Nel complesso i piemontesi potevano contare su 65 battaglioni, 39 squadroni e 14 batterie per un totale di 45.000 fanti, 2.500 unità di cavalleria e 109 pezzi di artiglieria.
Il Generale Chrzanowski optò per una formazione serrata con un fronte di tre km, con una brigata schierata in prima linea e una seconda poco dietro. Le forze totali a disposizione degli austriaci del Feldmaresciallo Radetzky potevano contare su 66 battaglioni, 42 squadroni e 205 cannoni, 70.000 fanti e 5.000 cavalieri. [2]
La Battaglia
Alle ore 10.00 di Venerdì 23 Marzo 1849 l’avanguardia del II Corpo del Generale d’Aspre iniziò a muoversi verso Novara, alle ore 11.00 la vedetta posta sul campanile della chiesa della Bicocca avvistò le truppe nemiche in marcia.
La presa di contatto con il nemico avvenne nei pressi di Olengo, dopo una breve schermaglia fra i Bersaglieri e i Cacciatori Tirolesi, le truppe piemontesi si attestarono intorno alle cascine Castellazzo e Cavallotta.
La strada in direzione di Novara era efficacemente difesa da due Battaglioni della Brigata Savona rinforzati in seconda e terza fila dalla Brigata Savoia e dalle due Brigate della 4ª Divisione (Brigata Piemonte e Brigata Pinerolo).

Il Generale d’Aspre convinto di trovarsi difronte solo a modeste forze di retroguardia dell’esercito sabaudo in ritirata, ordinò alla Divisione dell’Arciduca Alberto con in testa la Brigata Kollowrat di attaccare le posizioni difensive dei piemontesi. I soldati austriaci attaccando con forza riuscirono a superare la resistenza dell’avanguardia dei Bersaglieri e ingaggiarono lo scontro con il 15º Reggimento Savona.
Le truppe piemontesi risposero al fuoco nemico ma gli scontri divennero fin da subito intensi e gli austriaci guadagnarono terreno, due Battaglioni ungheresi riuscirono a occupare la cascina Cavallotta e più tardi raggiunsero Villa Visconti (una cascina poco più a nord) dove vennero attaccati dal Genova Cavalleria, nonostante la resistenza intorno alle undici e trenta gli austriaci riuscirono a occupare anche la cascina Castellazzo.
Chrzanowski ordinò al Generale Perrone di far intervenire la Brigata Savoia per rinforzare la Brigata Savona sul punto di cedere.
L’intervento congiunto dell’artiglieria piemontese intorno a mezzogiorno costrinse gli austriaci a retrocedere e abbandonare la Cavallotta.
D’Aspre che fino a questo momento impiegò solo la Brigata Kollowrat capì di trovarsi davanti l’intera Armata sarda, ordinò di far avanzare anche la Brigata Stadion e chiamare a sostegno la Divisione Schaaffgotsche in attesa di ulteriori rinforzi.
Lo stesso Radetzky dopo i rapporti sui primi scontri dispose di concentrare tutte le forze su Novara, cercando di recuperare l’errore commesso in fase di schieramento.
A causa della disposizione delle forze e alle caratteristiche del terreno di scontro la battaglia si frantumò in una serie di combattimenti contraddistinti da numerosi attacchi e contrattacchi per assumere il controllo delle cascine o di altre posizioni strategiche.
Se sul versante austriaco si cercava di correggere gli errori commessi, sul versante piemontese nonostante la tenuta dimostrata fino a questo momento cresceva la preoccupazione per l’evolversi della battaglia, il cedimento di alcuni reparti della Brigata Savona nelle ultime ore del mattino dimostrava la debolezza della fanteria temuta sia da Chrzanowski che da Re Carlo Alberto, il Generale polacco vide i suoi piani iniziali vacillare e il suo atteggiamento si tradusse nella certezza che la Battaglia di Novara fosse già persa e che non rimanesse altro da fare che limitare i danni.
Le valutazioni di Chrzanowski in realtà furono eccessive, la situazione per l’esercito piemontese era difficile ma gestibile, alcuni Battaglioni austriaci subirono pesanti perdite che portarono al frazionamento degli stessi, riportando in equilibrio il rapporto fra le forze contrapposte.
Da parte austriaca il comandante del II corpo decise di continuare la battaglia, facendo avanzare la 2ª Brigata della divisione dell’Arciduca Alberto richiamando verso Olengo anche la Divisione Schaffgotsche.
Il Feldmaresciallo Radetzky allarmato dal crescente tuonare dell’artiglieria in direzione di Novara, intorno alle ore dodici ordinò al III corpo del Generale von Appel di intervenire al più presto per sostenere il II corpo e alle altre forze di deviare verso nord per raggrupparsi.
Il IV corpo del Generale Thurn Valsassina solo dopo molte difficoltà riuscì ad aggirare il fianco destro dello schieramento piemontese.
Il complesso rischieramento delle forze austriache fu ostacolato dalla distanza tra i vari corpi.

Poco dopo le ore 12.00, l’Arciduca Alberto fece avanzare le sue truppe, mandando all’attacco la Brigata Stadion che riuscì ad arrivare rapidamente fino a Villa Visconti e a Villa San Giuseppe (poco distante dalla Chiesa della Bicocca) sorprendendo lo stesso Carlo Alberto. La Brigata Kollowrath avanzò verso Cascina Castellazzo.
Alle ore 12.30 il Generale Perrone per contrastare le mosse del nemico chiese l’intervento del 2° Reggimento della Brigata Savoia e il supporto dell’artiglieria, che obbligò gli austriaci a retrocedere.
Dopo ore di intensi combattimenti le truppe di entrambi gli schieramenti cominciarono ad accusare stanchezza ma nel frattempo una colonna di circa 1500 uomini agli ordini del Colonnello Kielmannsegge staccatasi dalla Brigata Stadion nei pressi di Nibbiola, raggiunse il Torrion Quartara (con lo scopo di esplorare le difese piemontesi) e si ritrovò a dover affrontare la Divisione del Generale Durando che grazie ai suoi pezzi di artiglieria riuscì a far arretrare gli austriaci bloccando temporaneamente l’avanzata del nemico.
Il Generale Durando dopo il contrattacco non poté muoversi perché gli ordini ricevuti dal comando supremo lo obbligavano a mantenere la posizione, per non compromettere il dispositivo militare.
Sempre alle 12.30 il Generale D’Aspre con i rinforzi della Divisione Schaffgotsche intrapresero un nuovo attacco alla sinistra e alla destra della strada per Mortara che consentì agli austriaci di riprendere il controllo degli edifici perduti, mettendo in grave difficoltà i piemontesi e insidiando la Brigata Solaroli all’estrema sinistra del fronte.
Alle 13.30 la 4ª Divisione con in testa la Brigata Piemonte agli ordini del Generale Giuseppe Passalacqua iniziò l’attacco a Ovest della Bicocca mentre a Est si muoveva con le sue truppe il Duca di Genova.
Durante gli scontri a Cascina Galvagna perse la vita il Generale Passalaqua impegnato a guidare dalla prima linea i suoi uomini.
Per il Generale D’Aspre la situazione diventò difficile e fu costretto a indietreggiare perdendo il controllo di Villa Visconti.

Tra le 14.00 e le 14.30 con le due Divisioni del II Corpo che ripiegavano rapidamente fino a Olengo, ai piemontesi apparve la possibilità di imprimere una svolta alla battaglia, se Chrzanowski avesse ordinato l’attacco generale, questo avrebbe provocato il disfacimento dei reparti avversarsi, per d’Aspre non ci sarebbe stato scampo e lo scontro si sarebbe risolto positivamente per i piemontesi.
Chrzanowski convinto fin da subito di non essere in grado di vincere la battaglia non cambiò i suoi piani, impressionato dalla forza del nemico e privo di fiducia nel proprio esercito non colse l’opportunità di sferrare una grande controffensiva generale.
Il Generale polacco non comprese la situazione e intimorito dalle possibili reazioni austriache, non colse l’opportunità di sconfiggere il nemico prima dell’arrivo dei rinforzi. L’armata sarda, rimanendo sulla difensiva e su posizioni prive di fortificazioni solide, sarebbe stata alla fine sopraffatta dalla superiorità numerica dell’esercito asburgico che stava progressivamente completando il raggruppamento.
Le truppe piemontesi giunte a Olengo ma non supportate da cavalleria o artiglieria furono costrette a ritirarsi in seguito alla pressione esercitata dagli austriaci e in particolare dal 2° Battaglione Kaiserjäger del Maggiore Hubel.
A ovest della strada di Mortara le truppe al comando dell’Arciduca Alberto non cedettero terreno e affrontarono con decisione le truppe piemontesi che avevano perso gran parte dei loro effettivi come la Brigata Savoia e la Brigata Savona.
Il Generale Chrzanowski ordinò al Duca di Genova e alla sua 4ª Divisione impegnata negli scontri con il II corpo austriaco di arrestare i suoi attacchi e attestarsi sulla linea Torrion Quartara-Cavallotta-Castellazzo, anche il Generale Bes ricevette l’ordine di arretrare, lasciando solo i reparti di Bersaglieri a fronteggiare i cacciatori austriaci di testa, del III Corpo giunti a Olengo.

Alle ore 15.00 gli austriaci ricevettero i primi rinforzi che motivarono le truppe asburgiche nella riconquista delle posizioni perse, i piemontesi persero definitivamente il controllo della Cascina Castellazzo e furono costretti a riorganizzarsi nei pressi della Cascina Farsà, qui venne ferito a morte il Generale Perrone.
Alle 16.00 il Felmaresciallo Radetzky giunto a Olengo con il suo stato maggiore prese direttamente il comando della battaglia e diede ordine di riprendere l’offensiva su tutta la linea del fronte, l’arrivo della Divisione Lichnowsky, aumentò notevolmente la forza da esercitare contro i piemontesi, ormai in numero inferiore.
Alle ore 17.00 nonostante la dura resistenza delle truppe sabaude, continuava il rafforzamento delle truppe austriache e la costante pressione minacciò seriamente di disgregare lo schieramento piemontese fortemente indebolito.
Il Generale Chraznowski nel tentativo di aiutare le truppe nel settore della Bicocca ordinò ai Generali Bes e Durando di muovere i propri uomini e contrattaccare sul fianco sinistro il nemico.
La manovra riuscì ma venne vanificata alle 17.30 dall’avvicinamento da sud dei primi reparti del IV corpo d’armata austriaco del Generale Thurn Valsassina, giunte al ponte sull’ Agogna lungo la strada Vercelli-Novara.
Il Generale Durando ordinò alla Brigata Aosta di avanzare e riconquistò il Torrion Quartara, fronteggiando le truppe del Colonnello Kielmansegge che rimase ucciso negli scontri.

L’avanzata del IV corpo austriaco insidiò immediatamente il fianco destro della Divisione del Generare Durando, per i piemontesi la situazione peggiorò drasticamente quando tre battaglioni della Brigata Maurer conquistarono Cascina Farsà mettendo i Cacciatori Tirolesi nella condizione avanzare alle spalle delle posizioni piemontesi alla Bicocca ponendo in grave pericolo i pezzi di artiglieria.
Vista la situazione il Generale Alessandro La Marmora, prese l’iniziativa e ordinò al generale Bes di arrestare la marcia e retrocedere per proteggere le linee di comunicazione dell’armata; Bes dopo qualche esitazione, iniziò a ripiegare con la 2ª Divisione, coperto dal 12º reggimento della Brigata Casale.
Radetzky ormai convinto di avere i piemontesi in pugno alle 18.00 forte di nuove truppe e numerosi pezzi di artiglieria ordinò l’attacco finale contro la Bicocca.
L’offensiva venne preceduta da un intenso bombardamento che aprì la strada ai Battaglioni del Feldmaresciallo che attaccarono in massa, l’armata austriaca continuò a rafforzarsi e il colpo decisivo venne inferto dalla Divisione Taxis del III corpo d’armata.

I piemontesi persero il controllo di tutti i punti strategici, la Bicocca divenne indifendibile e abbandonata dagli elementi delle Brigate Piemonte e Pinerolo, che iniziarono a ripiegare disordinatamente.
La battaglia era ormai persa, solo l’estremo sacrificio di alcuni reparti garantì ai resti dell’armata sarda di ritirarsi all’interno delle mura cittadine.
Carlo Alberto fin dalle 18.00 dopo aver consultato il Generale Chrzanowski e Cadorna decise di inviare al quartier generale austriaco Luigi Fecia di Cossato sottocapo di stato maggiore, nella speranza di ottenere una cessazione delle ostilità.
Alle 20.30 il Generale Cossato dopo aver incontrato il capo di stato maggiore austriaco ritornò al campo piemontese con una serie di richieste che prevedevano tra l’altro l’occupazione di parte del territorio piemontese.
Nella notte Carlo Alberto, dopo una riunione congiunta con i vertici militari decise di abdicare a favore del figlio Vittorio Emanuele II e partire direttamente per l’esilio. Le trattative con gli austriaci sarebbero riprese la mattina seguente.
Bilancio delle perdite
La battaglia di Novara non fu certo uno degli scontri più sanguinosi del risorgimento o paragonabile alle grandi battaglie napoleoniche, tuttavia il numero delle perdite fu rilevante, ufficialmente le due armate dichiararono questi numeri [1]:
- Regia Armata Sarda: 578 Morti, 1405 Feriti, 409 dispersi o prigionieri.
- Armata Imperiale Asburgica: 418 Morti, 1850 Feriti, 953 dispersi o prigionieri.
Nella realtà le perdite furono molto superiori e stimabili in oltre 4.000 uomini per parte.
L’ Armistizio di Vignale
Le trattative e l’armistizio
La sera del 23 Marzo Carlo Alberto ricevette da un suo emissario l’elenco delle condizioni poste da Radetzky per avviare gli accordi di pace, le clausole prevedevano l’occupazione di una parte del territorio piemontese tra il Ticino e la Sesia, nonché l’occupazione militare di Alessandria.

Il Feldmaresciallo poco incline a trattare con Carlo Alberto pretese come garanzia per il buon esito degli accordi di prendere come ostaggio il figlio Vittorio Emanuele II, concedendo una tregua di sei ore.
Carlo Alberto giudicando di non poter negoziare migliori condizioni, e vista l’impossibilità di un ripiegamento dell’esercito ad Alessandria, pensò che l’abdicazione a favore del figlio potesse ammorbidire le richieste del Feldmaresciallo austriaco.
Il 24 Marzo del 1849 Vittorio Emanuele II e il Feldmaresciallo Josef Radetzky si incontrarono a Vignale, frazione a nord di Novara per firmare l’armistizio.
L’altra battaglia
Disordini in città
La Battaglia di Novara negli aspetti militari è stata ampiamente studiata, trattata nei libri di storia e nelle pubblicazioni riguardanti il tema, non meno interessante è però la storia dei saccheggi e delle violenze operate dall’ esercito piemontese durante e dopo lo scontro militare del Marzo 1849.
I disordini in città iniziarono tra la notte del 22 e del 23 Marzo 1849, quelli che all’inizio erano semplicemente atti di indisciplina diventarono ben presto atti di violenza verso la popolazione civile.
Alla mattina del 23 Marzo la tensione in città era altissima, il grosso delle truppe era pronto a combattere a sud di Novara contro il nemico austriaco, ma non tutti i militari erano schierati nei campi della Bicocca, alcuni gruppi allo sbando avevano iniziato fin dalle prime ore del giorno a saccheggiare negozi e abitazioni private pronunciando insulti contro il Re, il Papa e più in generale contro i ricchi che avevano voluto la guerra.
Chiunque si fosse opposto alle ruberie o avesse solo messo in discussione il comportamento dei soldati veniva ricoperto di insulti o malmenato.
Per tutta la mattina i carabinieri cercarono di tenere a bada il comportamento degli sbandati costringendoli verso il campo di battaglia, a nulla valsero i numerosi tentativi di ricondurli al proprio dovere, questi continuarono la loro opera di saccheggio, le armi non vennero utilizzate per difendere la città dal nemico ma bensì per metterla a ferro e fuoco.
Mentre la battaglia si avviava verso la sconfitta, numerosi disertori si unirono al comportamento criminale dei ribelli che già avevano devastato palazzi, chiese, botteghe e edifici pubblici.
La situazione degenerò ulteriormente nelle ore immediatamente successive alla sconfitta.
La Guardia Nazionale cercò invano di riportare alla normalità la situazione che si era venuta a creare, ma troppi erano i disertori e i soldati allo sbando che si prodigavano in saccheggi e omicidi, mentre insufficienti erano le forze della Guardia, comandate dal Capitano Luigi Tornielli che rivolse un disperato appello di aiuto al comandante della Brigata Guardie, dal quale però ricevette questa risposta :
“Hanno voluto la guerra, ebbene ne subiscano le conseguenze”
La città era fuori controllo, occupata e distrutta dalle stesse truppe che avrebbero dovuta proteggerla, in quelle ore concitate Carlo Alberto sul procinto di abdicare pronunciò le seguenti parole :
“Tutto,Tutto è perduto anche l’onore”
Alcuni reparti di cavalleria e carabinieri guidati dal Duca di Genova iniziarono un pattugliamento zona per zona cercando di scovare e punire i colpevoli delle violenze, chi era sorpreso a rubare veniva fucilato sul posto, ma neanche la minaccia di una punizione così severa fermò l’azione di questi banditi che non esitarono a puntare le armi contro i loro stessi ufficiali, lo stesso Duca di Genova impegnato nel tenere a bada i disordini rischiò di rimanere ucciso durante uno scontro.
I soldati piemontesi che si comportarono in modo così deprecabile e sbagliato non possono essere giustificati, però bisogna comprendere la loro situazione di sofferenza per una guerra imposta, che non sentivano di dover combattere e che obbligava loro a un servizio militare lunghissimo, lontano dalla famiglia e dagli affetti, equipaggiati spesso in modo scarso.
I luoghi della memoria
L’ossario della Bicocca

Nel Marzo 1879 una pubblica sottoscrizione diede modo alla città di Novara di ricordare i suoi caduti durante la Battaglia di Novara del 23 Marzo 1849 tramite la costruzione di un sacrario.
Nel 1910 all’ interno vennero poste le effigi in bronzo di Carlo Alberto e dei Generali Perrone e Passalacqua.
L’Ossario di forma piramidale è situato nella zona sud-est della città lungo il Corso XXIII Marzo 1849 , fu progettato dall’architetto milanese Luigi Broggi, al suo interno sono conservati senza distinzione i resti dei caduti dell’esercito Piemontese e Austro-Ungarico.
Palazzo Tornielli Bellini
Palazzo Tornielli Bellini (oggi sede storica della Banca Popolare di Novara) situato in pieno centro storico a Novara, la sera del 23 Marzo 1849 ospitò l’abdicazione di Carlo Alberto. L’edificio venne costruito dalla famiglia Tornielli e nel 1751 divenne proprietà dei conti Bellini che ne ristrutturarono gli ambienti interni facendone una delle residenze più eleganti della città. Oltre a Carlo Alberto in questo palazzo soggiornò nel Maggio del 1800 anche Napoleone I, mentre nel Giugno del 1859, prima della Battaglia di Magenta avvenne l’incontro tra Vittorio Emanuele II e Napoleone III. [3]
- Video da LaStampa.it — Tour nelle sale di Palazzo Bellini.
- Storia del Palazzo sul sito del Comune di Novara.
Le cascine
Gran parte degli scontri del 23 Marzo 1849 vennero combattuti tra le cascine a sud della città, per citarne solo alcune: cascina Galvagna, Farsà, Cavallotta, Castellazzo, Bertona e Boriola che videro infuriare la battaglia. Il controllo di questi edifici durante i combattimenti divenne di estrema importanza per consolidare la difesa o l’avanzata delle proprie truppe. Ancora oggi, su alcune di queste cascine è possibile osservare le tracce di quell’evento bellico nonché le lapidi di alcuni caduti eccellenti.
Approfondimenti
Wojciech Chrzanowski, il Generale polacco al servizio dell’ Armata Sarda.

Nel 1810 iniziò la carriera militare nel reparto d’artiglieria dell’esercito del Ducato di Varsavia, nel 1812 prese parte alla campagna napoleonica in Russia distinguendosi nella Battaglia di Smolensk, partecipò anche alle battaglie Lipsia e Waterloo. Dopo la sconfitta di Napoleone Bonaparte prestò servizio nell’ esercito Polacco dove nel 1817 venne promosso Tenente.
Nel 1828 partecipò alla Guerra Russo-Turca agli ordini di Hans Karl von Diebitsch, successivamente nel 1830 venne promosso Tenente Colonnello.
Dopo il cambio ai vertici dell’esercito polacco Wojciech Chrzanowski venne nominato colonnello e con questo grado combatté nelle battaglie di Wawer e Dabwielki, le capacità dimostrate nelle successive operazioni militari a Kock, Lubartow e Zamosc portarono Chrzanowski a diventare Generale di divisione.
Il 18 agosto del 1831 Chrzanowski per iniziativa del Generale J. Krukowiecki venne nominato governatore di Varsavia, incarico che ricoprì fino alla capitolazione della città avvenuta in seguito all’attacco delle truppe dello Zar Nicola I di Russia, nel settembre dello stesso anno.
Alla fine del 1831 lasciò la Polonia per trasferirsi in Francia, nel 1836 divenne consigliere del governo britannico in Turchia, qui rimase fino al 1841 con l’incarico di modernizzare l’esercito locale.
Nel settembre del 1848, Wojciech Chrzanowski arrivò in Piemonte su richiesta di Carlo Alberto di Savoia che gli affidò il comando dell’ Armata Sarda nel tentativo di riorganizzare l’esercito in prospettiva di una guerra contro l’Austria.
Alla fine della Prima Guerra di Indipendenza italiana e dopo i fallimenti militari riportati, Chrzanowski lasciò il Piemonte.
Dopo diversi spostamenti si stabilì definitivamente a Parigi fino alla sua morte avvenuta il 26 febbraio del 1861.
La morte del Generale Ettore Perrone

Ettore Perrone nacque a Torino il 12 Gennaio del 1789 , discendente di un’importante famiglia Canavese, all’ età di sedici anni si arruolò come soldato di fanteria dell’ esercito francese nella “Lègion du Midì” composta essenzialmente da soldati piemontesi, nel 1806 venne ammesso alla scuola militare di Saint-Cyr uscendone con il grado di sottotenente di fanteria.
A Wagram venne insignito della Legion d’onore.
Dal 1810 al 1811 fu in Spagna come tenente della Giovane Guardia.
Il 24 giugno 1811 entrò nel I Granatieri della Vecchia Guardia. Con la definitiva caduta di Napoleone Bonaparte a Waterloo si mise in aspettativa. Partecipò ai moti del 1821; condannato a morte, trovò rifugio in Francia, dove fu accolto nell’esercito, raggiungendo il grado di generale.
Una volta rientrato in Italia partecipò per un periodo molto breve alla vita politica del nascente Parlamento Subalpino , l’esperienza di governo si concluse molto rapidamente, tanto da convincerlo a riprendere la carriera militare, Carlo Alberto di Savoia lo nominò comandante della 3ª Divisione di Fanteria del Regno di Sardegna con 12.027 uomini e 16 pezzi d’artiglieria.
Sul campo di battaglia, Ettore Perrone portò personalmente alla carica il 15° Fanteria a Vigevano conquistando le posizioni Austriache.
A Novara si scontrò con le truppe Austriache perdendo la vita nella tragica battaglia del 23 Marzo 1849.
Il Generale Gerolamo Ramorino
Gerolamo Ramorino nacque a Genova l’8 Aprile del 1792, avviato immediatamente alla carriera militare combatté sotto Napoleone, il quale lo ricompensò nominandolo ufficiale di ordinanza.
Tornato in Piemonte, prese parte ai moti rivoluzionari del 1821, dopo di questi si rifugiò prima in Francia e poi in Polonia, dove nel 1830 partecipò attivamente alla Grande Rivolta Polacca.
Nel 1834 sotto la spinta degli ideali mazziniani prese parte all’invasione della Savoia che si ci concluse in modo fallimentare. Lasciò nuovamente il Piemonte per Parigi dove soggiornò fino a dopo l’Armistizio di Salasco quando Ramorino offrì la propria collaborazione all’esercito sabaudo.
Nel Marzo del 1849 al comando della Divisione Lombarda, gli venne assegnato il compito di bloccare l’avanzata austriaca sul fiume Ticino, Ramorino considerando molto più pericolosa un’offensiva austriaca attraverso il Po disattese gli ordini di Chrzanowski consentendo al nemico di aprirsi la strada verso Mortara, mettendo in seria difficoltà l’Armata Sarda.
Dopo la sconfitta di Novara il 23 Marzo 1849 insieme a Chrzanowski venne considerato tra i maggiori responsabili della disfatta, condannato a morte dalla corte marziale(in base all’art. 259 n.5 del codice penale militare per aver impedito il buon esito di un’operazione militare), venne fucilato nella Piazza d’Armi di Torino il 22 maggio 1849.
Si dice che fu lo stesso Ramorino a comandare il plotone di esecuzione. Di lui rimangono le parole:
“La storia mi giustificherà”
Riferimenti
[1] Bilancio delle Perdite, L’Italia ricorda il 23 Marzo 1849. (Pag.14)
[2] I numeri relativi alle forze in campo considerano i dati riportati su Wikipedia.
[3] La Battaglia di Novara del 23 Marzo 1849 |La Storia e i luoghi - Paolo Cirri. Ed. Interlinea Pag. (42–43)
Bibliografia e fonti
- L’Italia ricorda il 23 Marzo 1849. Biblioteca dell’ Unità d’Italia. Ed. Interlinea.
- La Battaglia di Novara del 23 Marzo 1849. Paolo Cirri. Ed. Interlinea
- Hanno voluto la guerra, ne subiscano le conseguenze. Glauco Oioli. Ed.Interlinea.
- La Battaglia di Novara(1849) da Wikipedia.
- Il Generale Polacco Wojciech Chrzanowski da Wikipedia.
- Il Generale Ettore Perrone da Wikipedia.
- Il Generale Gerolamo Ramorino da Wikipedia.
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