L’ex premier è l’unica voce europeista contro la Brexit. Gli attacchi feroci dei conservatori forse nascondono qualche preoccupazione

Gabriele Carrer
Feb 20, 2017 · 6 min read

Tony Blair, primo ministro britannico dal 1997 al 2007, ha lanciato venerdì la sua crociata contro la Brexit, invitando chi ha votato per la permanenza del Regno Unito nell’Unione Europea lo scorso 23 giugno a «sollevarsi in difesa di ciò in cui crediamo», ossia gli ideali europeisti, e bloccare l’uscita. Ospite di un evento nella City di Londra organizzato dal gruppo eurofilo Open Britain (qui il video completo dell’intervento), Blair ha tenuto il suo primo discorso dopo il referendum con la volontà di «costruire un consenso per la ricerca di una via d’uscita dall’attuale corsa verso il precipizio» della Hard Brexit, ossia l’addio al mercato unico pur di riacquistare il controllo sulle frontiere ed i flussi migratori. L’ex premier laburista ha detto di rispettare il voto del popolo britannico «ma la gente ha votato senza conoscere i veri termini di Brexit», ha continuato. «Dal momento che questi termini diventano chiari, è loro diritto cambiare idea. La nostra missione è quella di convincerli a farlo».

Blair ha accusato i sostenitori del Leave di aver convinto gli elettori facendo leva sulla loro «conoscenza imperfetta» degli scenari dell’uscita e ha promesso l’impegno di dare una nuova «conoscenza informata» che offra ai cittadini modi «facile da comprendere» per realizzare quello che lui reputa il precipizio della clean Brexit promessa dal primo ministro conservatore Theresa May. Downing Street ha negato ogni ipotesi di un secondo referendum ribadendo l’impegno ad avviare l’iter di uscita entro fine marzo. L’intervento di Blair ha irritato i conservatori che non hanno risparmiato affondi all’ex premier. Iain Duncan Smith, ex ministro e storico euroscettico, ha definito il discorso «arrogante e totalmente antidemocratico».

«Non so se avremo successo. Ma se non ci proviamo le generazioni future proveranno rancore verso di noi», ha detto Blair che ha cercato di lasciare aperte le porte di un nuovo voto o di un qualche tipo di rientro nell’Unione Europea. L’ex premier ha anche attaccato il governo May, ossessionato secondo Blair dalla Brexit e per questo incapace di offrire risposte ai problemi del paese, dalla crisi del sistema sanitario fino alle rivoluzioni tecnologiche e le sfide della globalizzazione. Non è più Hard Brexit bensì Brexit «a tutti i costi». «Nove mesi fa sia lei e il cancelliere [Philip Hammond], ci dicevano che uscire sarebbe un male per il paese, l’economia, la sicurezza ed il suo posto nel mondo. Oggi è apparentemente «un’occasione che si presenta una volta ogni generazione per tornare grandi». Blair non ha fatto mancare attacchi al leader laburista Jeremy Corbyn, sostenendo che la debolezza del partito nei sondaggi ha «facilitato» la vittoria del Leave, e ai media di destra che hanno alimentato il clima antieuropeista.

Nigel Farage, ex leader dell’Ukip e uomo forte della campagna per l’uscita, ha dipinto forse il miglior ritratto dell’ex premier definendolo «l’uomo di ieri». Come ha scritto sul suo taccuino Mario Sechi,

Secondo Blair la May deve essere contrastata e la cosa ha perfino qualche quarto di nobiltà politica, il problema è che il pulpito di Blair è il meno indicato per farlo: Tony insieme a Clinton è il protagonista della seconda ondata di globalizzazione che in questo momento è accusata dal tribunale della storia di aver messo nei guai la middle class. Ah, ma sono cresciuti i paesi poveri! Certamente, il problema è che a forza di dividere la torta sul tavolo dei paesi a economia avanzata non è rimasta la porzione che consente di mantenere uno standard di vita adeguato. Per questo ha vinto la Brexit. Per questo tutta la sinistra europea è in una crisi di identità che rischia di marginalizzarla o riportarla indietro nel tempo. Corbyn è un disastro, ma non è che viaggiare sulla macchina del tempo riporti all’età dell’oro, di solito si finisce in una distopia. Blair? Ai suoi tempi fu grande. Fu. Oggi è un’altra storia.

Perché buttarsi in quest’avventura, addirittura con il Tony Blair Institute, la «policy unit», come l’ha definita l’ex premier, creata a dicembre mettendoci 8 milioni di sterline di tasca propria? Forse perché nessun altro sta facendo la voce grossa in quel campo: la resistenza anti-Brexit non ha un leader. Ci ha provato il conservatore Ken Clarke che alla Camera dei Comuni ha attaccato l’euroscetticismo dei colleghi di partito ed il piano-Brexit «da Alice nel paese delle meraviglie» promesso dal premier May. Ci hanno provato i liberal-democratici in cerca di nuova linfa vitale dopo la debacle elettorale del 2015; almeno per ora, però, appaiono troppo deboli per rappresentare il 48% dei britannici che ha votato Remain. I conservatori sono uniti nella Brexit nonostante qualche contrasto interno, l’Ukip cerca di rinnovarsi guardando ai lavoratori traditi dai laburisti mentre questi ultimi appaiono sempre più spaccati dalla Brexit e da un leader in parabola discendente nei sondaggi che viene tenuto alla larga da Copeland e Stoke, seggi in cui si vota il 23 febbraio.

Come spesso capita è il settimanale conservatore Spectator ad offrire le letture più interessanti sul tema. Brendan O’Neill accusa Blair di paternalismo, di far parte di quella ristretta cerchia che è in possesso di informazioni che «mancano a noi, la plebe imperfetta». Noi, scrive O’Neill, che «come lemming stiamo saltando giù dalla scogliera, e questo buon uomo ci deve salvare». L’ex premier parla «il linguaggio della rivoluzione», continua il commentatore citando gli inviti a sollevarsi contro il voto per l’uscita. Ma ciò che Blair pare non comprendere è che quel voto, la Brexit, è una rivolta, e proprio «contro gli snob come Tony Blair». Ma sempre su Coffee House, la casa dei blog dello Spectator, Alex Massie evidenzia come le dure reazioni al discorso di Blair suggeriscano che l’ex premier potrebbe avere ragione su almeno qualche punto. «Se Blair fosse davvero nocivo ed irrilevante come i suoi critici sostengono, non ci sarebbe alcun bisogno di tutto questo accanimento». Perché un sostenitore dell’intervento in Iraq come l’attuale ministro degli Esteri Boris Johnson avrebbe dovuto invitare l’ex premier a tacere solo per il fatto di aver portare gli stivali britannici in Iraq? Dice Massie che si tratta della «paura di essere scoperti», perché non esiste solo la Brexit nel paese, proprio come ha fatto detto Blair. Con lo slogan «Brexit significa Brexit» il governo attacca i cosiddetti Remonaers (Remainers + moan, lamentarsi): smettetela di lamentarvi e accettate il verdetto. E perché, continua Massie, continuare ad attaccare chi non si arrende, dopo che Nigel Farage ha avuto la faccia tosta di dire in campagna elettorale che una sconfitta di pochi punti non avrebbe chiuso la questione ma avrebbe solamente rappresentato una tappa sul percorso di un altro referendum? Non era l’unico a pensarlo nel fronte Leave ma ora sembra che il 51,89% sia sufficiente ad inneggiare al patriottismo e bollare il restante 48,11% di infedeltà alla Corona. «Ci sono molte versioni della Brexit» conclude Massie, e quella che il paese sta imboccando è quella «condannata dal primo ministro ed il suo cancelliere meno di un anno fa»: «Ciò che era considerata una follia, è ora diventata saggezza e ferma volontà del popolo britannico».

Blair è, a differenza ad esempio dell’attuale leader laburista Corbyn, convinto e fermo nelle sue idee. È convinto che sia necessario per il suo paese mantenere forti legami con l’UE, che sia con un nuovo referendum o tentando di ammorbidire la Brexit dura. Ma se nonostante tutti i difetti che gli vengono appuntati (dalla guerra in Iraq ad un’idea — dicono — superata di sinistra) rimane l’unica voce forte riconosciuta dal 48% del Remain c’è qualche problema tra gli europeisti britannici. Perché una domanda è senza risposta: se non lui, chi?


Questo articolo è stato pubblicato per l’edizione della newsletter “Fumo di Londra” di sabato 18 febbraio 2017. Ci si può iscrivere qui.

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    Gabriele Carrer

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    ✍🏻 Giornalista 🗺 Esteri su «La Verità», «Il Foglio», «IL» 📘 Ho scritto «Lady Brexit» 📨 Qui c’è la mia newsletter sulla Brexit: www.fumodilondra.com

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