Scrivere di Medium su Medium è diventato un luogo comune.
Probabilmente rappresenta un modo per mettere in evidenza un bisogno di spazi di espressione meno banali di quelli più diffusi e, seppure di nicchia, con le caratteristiche di sintesi e di riflessione che si fatica a trovare altrove, almeno tutti quanti insieme.
Niente da dire, Ev Williams ha ancora una volta centrato l’obiettivo, ma la strada è ancora lunga e irta di difficoltà.
Questa volta, almeno rispetto a Blogger, di tempo @Ev se n’è dato.
Prima ha presentato Medium; poi l’ha aperto a pochi intimi e poi solo alla scena statunitense.
Quando l’ha allargato al resto del mondo, tuttavia, i più se n’erano già dimenticati.
Inoltre si è accorto che scrivere senza un brand, un magazine, un contenitore era ancora troppo lontano dai modi diffusi di comunicare. Quindi ha offerto a tutti la possibilità di creare quelle che chiama Collection.
Il più delle volte si è trattato di autentiche cattedrali nel deserto che solo la possibilità di chiedere ospitalità per il proprio pezzo a dei curatori che a loro volta potevano prendere in prestito i pezzi di altri ha permesso di fare superare. Nello stesso tempo si è arginato il bisogno esibizionistico limitando ad un numero comunque non esiguo il numero di collection che un utente poteva creare.
È possibile però che soprattutto la seconda scelta non sia piaciuta a molti per i quali la condivisione portava troppa acqua al multino del curatore e questo ha fatto sì che venisse esclusa per prima la possibilità di prendere l’iniziativa di condividere nelle proprie collection i brani che piacevano che si scovava in giro.
Un’altra cosa non doveva piacere troppo al team di Medium: la tendenza a diventare come il prezzemolo per tutte le collection magari allo scopo di inflazionare il ranking narcisistico.
Da una considerazione simile si è originata la possibilità di inserire le proprie Story esclusivamente in una delle collection proprie.
«Perché?», si sono domandati in molti.
Per come la vedo io, a tendere si potrebbero addirittura voler far sparire del tutto le collection per lasciare un unico tag: quello dell’autore.
Proprio come è stato fin da subito impossibile entrare in Medium se non si usava uno strumento diverso per autenticarsi (all’inizio solo Twitter di cui Evans era conproprietario), nello stesso modo, fra motori di ricerca, siti, flipboard, scoop.it,blog e ancor di più Social Network (per gli italiani ad esempio esiste il gruppo Medium Italia su Facebook https://www.facebook.com/groups/721282734556537/), la possibilità di condividere e aggregare i propri materiali non mancava di certo: Medium doveva fare bene quello che era nato per fare, ma anche solo quello.
Ci ho messo una certa fatica ad accettarlo e soprattutto a farlo accettare al gruppo che seguiva le collection condivise che avevo creato, ma ora devo dirmene soddisfatto.
Dopo uno stile pulito e sobrio, l’inmpossibilità di fare pasticci con i formati delle pagine e soprattutto l’ineluttabilità del principio che
Ora queste ulteriori scelte di sottrazione — di stampo molto vicino allo stile dell’Apple di quando c’era Steve Jobs — hanno reso Medium ancora più Zen di prima: che cosa potevo desiderare di più da un sito che ospita i miei contenuti.
In vent’anni giusti con questo 2014, ho sparso materiali a tonnellate o a kilometri per tutti il web: oggi ho deciso che — almeno fino a che durerà ed @Ev rimarrà di questo avviso —
Le mie Story, o i miei Post che dir si voglia, non avranno altro sito all’infuori di Medium
Email me when il segno chiaro publishes stories
