I cento metri dello scrittore indipendente.

Se ti consideri uno scrittore, devi scrivere.

In un precedente articolo mi sono lanciato in una critica che mirava a porre l’accento su quanto sia poco produttivo per uno scrittore indipendente concentrarsi esclusivamente sul marketing, o comunque dedicare ad esso la maggior parte del proprio tempo.

Adesso voglio provare ad approfondire la questione, anche alla luce di alcune riflessioni che sono nate discutendo con alcuni autori in giro per la rete.
Comincio col confessare la mia viscerale passione per gli scrittori d’altri tempi, quelli che non avevano da combattere con Facebook, Twitter o Pinterest, per intenderci — gente fortunata, e non sapranno mai quanto!
Uno dei miei preferiti in assoluto è Stig Dagerman, un autore a cui sono affezionato per diverse ragioni, ma soprattutto per la sua magnifica prosa, lucida ed efficace come poche altre, anche in relazione ai temi che trattava. Dagerman era svedese, giornalista e scrittore dalla parte del popolo e degli oppressi, anarchico militante e contestatore, dotato di una profonda sensibilità. Tutta la sua produzione letteraria è concentrata in un periodo di una decina d’anni e si conclude con la sua morte (aveva 31 anni) nel 1954, quando si toglie la vita, schiacciato dal peso della depressione.
Ciò che mi ha sempre colpito di Dagerman, tra le altre cose, è stata la sua incredibile produzione letteraria. A parte i romanzi e i saggi che ci ha lasciato, egli è stato attivo pure come giornalista, pubblicando su varie testate, affrontando molteplici temi, anche lontani dalle sue abitudini letterarie.
Ecco, quando penso ad uno scrittore, io ho in mente il giovane svedese, chino sulla scrivania e immerso nel silenzio del suo studio, mentre compie l’unico gesto che ti aspetteresti da quelli come lui: scrivere.
E sì, perché, sembrerà banale e scontato, ma oggi molti scrittori self-publisher pare si siano dimenticati che la loro vocazione dovrebbe essere proprio quella.
Dagerman ci mette in guardia, in questo senso, e ci ricorda che:

… la letteratura va difesa giorno per giorno, momento per momento. Non c’è una difesa definitiva, così come gli attaccanti, i sostenitori dell’ordine più o meno stabilito, non ritengono mai che il loro attacco sia l’ultimo. Se lo scrittore se ne dimentica e si accontenta di scrivere una volta all’anno sugli almanacchi letterari fiacchi resoconti delle più recenti polemiche, si è mandato in pensione da solo…

Oggi molti autori indipendenti scrivono solo perché hanno la possibilità di vendere. Non che ci sia niente di male in questo, intendiamoci, ma così c’è il serio rischio di ridurre la scrittura ad una semplice funzione al servizio del marketing.
Il web è pieno di articoli, libri e decaloghi che cercano di indottrinarci su quale sia la pratica migliore per diventare scrittori più prolifici ed organizzati. In questo senso sembra che la quantità giornaliera di parole scritte sia diventata la misura attraverso cui misuriamo la nostra attitudine a diventare buoni scrittori. Non fosse che tutti questi guru 2.0 dei buoni propositi — e non ho ancora capito chi abbia fornito loro le sacre tavole della verità! — puntano solo a farci diventare più produttivi, tipo catena di montaggio, per una produzione che sia funzionale alla nostra possibilità di arricchirci vendendo maggiori copie.
In effetti molti autori indipendenti scrivono esclusivamente sulle pagine dei loro libri. Puoi cercare quanto vuoi, ma in giro non troverai mai nient’altro scritto da queste persone. Nessun articolo, nessuna riflessione, nessun post, nessuna lettera; insomma: niente di niente, elevato al quadrato e moltiplicato per zero.


Io ritengo che essere uno scrittore in questo modo equivalga a non esserlo affatto. Uno scrittore deve scrivere, e avere, possibilmente, delle opinioni; deve guidare i propri lettori e mostrare loro una direzione, che sia anche, se è il caso, una via di fuga o di salvezza. Lo scrittore deve spianare la strada del pensiero a chi la percorrerà, claudicante, dopo di lui; deve essere critico e giudice; deve osservare e codificare. Non può limitarsi a riempire pagine, mentre pensa a come far lievitare il prezzo di copertina raccontando le sue storie e basta, per belle e appassionanti che possano essere.
Lo scrittore dovrebbe mettersi sempre al servizio dei lettori; e gli scrittori indipendenti, che scrivono dal basso, anzi dai bassifondi di qualcosa che si fatica anche solo a chiamare editoria, dovrebbero essere maggiormente sensibili a questa responsabilità.
Ovviamente, non sto dicendo che dobbiamo trasformarci tutti in piccoli Dagerman serializzati, ma non possiamo neanche fare finta di niente e continuare a nasconderci dietro un quarto di copertina ammiccante o una recensione accondiscendente.
Se provo a pescare qualche nome a caso tra i miei autori preferiti ancora in attività, non mi viene in mente nessuno che sia attento solo alle royalties e prosegua col paraocchi nel suo unidirezionale percorso narrativo senza condividere con i lettori un pizzico della propria esperienza.
Va bene scrivere per appagare la voglia di raccontare, anche in maniera leggera e disimpegnata, ma prima o poi si dovrà pure passare alla fase successiva, quella cioè in cui si prende atto del proprio ruolo e si prova a calarsi nella parte.


Per concludere, la scrittura diviene ancora più efficace se la rivolgiamo, migliorandola, ad argomenti differenti, anziché condannarla al destino dei trilobiti, fossilizzati per l’eternità e senza speranza di evoluzione, a futura memoria dei posteri.
Per molti autori auto-pubblicati la scoperta della vocazione letteraria avviene in tarda età. Magari si svegliano una mattina a trenta anni e decidono di mettere nero su bianco quel polpettone fantasy che gli frulla per la testa già da qualche tempo. Così buttano giù le loro ottocento pagine, popolate da elfi, draghi e oggetti misteriosi a cui dare la caccia, e aspettano che arrivi il consenso del pubblico. Mentre lo fanno, lavorano ad un nuovo capitolo della loro saga, e via con disinvoltura altre seicento pagine.
Il problema è che in questo modo lo scrittore non si esercita nella scrittura, ma la mette in pratica solo per soddisfare un bisogno personale — spesso legato ad un sentimento di vanità e di riscatto — o in risposta ad una possibilità di opportunità economica.
È un po’ come un velocista che corre sempre e solo la stessa gara, senza curarsi di migliorare il fiato, la resistenza o l’elasticità muscolare, che sono tutti aspetti importanti per un buon runner della corta distanza.
Allo stesso modo il nostro autore si cimenta unicamente su quella pista, e lo fa solo durante le gare ufficiali, quelle che gli porteranno riconoscimenti e onori: per lui niente palestra, niente allenamenti stressanti, niente esercizi di respirazione, niente ginnastica, niente prove di tempi.
Lo scrittore indipendente, in questo senso, scrive solo perché può vendere, e partecipa ovviamente solo alla gara ufficiale. Fuori da quel contesto, non pratica alcun esercizio.
Credo che essere scrittori un pochino più impegnati possa contribuire ad avvicinarsi a quel tipo di allenamento che è fondamentale se nutriamo l’ambizione di migliorarci.
Proviamo allora ad essere scrittori fino in fondo, senza paura di caricarci sulle spalle una responsabilità che, non lo metto in dubbio, pesa più del fardello di Atlante. Pensiamo a scrivere anche senza la possibilità di un guadagno. Liberiamoci da questa trappola della produzione alla Henry Ford e iniziamo a misurare i nostri tempi, pratichiamo gli esercizi per il fiato e quelli per la resistenza muscolare. Saltiamo anche qualche gara, non importa. Lavoriamo su noi stessi, e non sulla competizione.
Mettiamoci un pizzico di impegno in più, scriviamo tutti i giorni, come ci consigliano i guru 2.0 di internet, ma facciamolo per noi e per gli altri, al di fuori delle nostre storie.
C’è sempre tempo per finire il terzo capitolo della nostra saga fantasy, quello che sicuramente ci proietterà in testa alle classifiche mondiali. Adesso è arrivato il tempo di allenarsi. Ci preoccuperemo poi della gara importante, se ne avremo voglia.
Siamo scrittori, e allora scriviamo, ché la strada è lunga!