La sassaiola del self-publishing

Iniziamo a ragionare come un gruppo.

Oggi ero su Amazon Books, alla ricerca di qualcosa di interessante da inviare al mio Kindle. Mentre sfogliavo i titoli dei miei generi preferiti, mi è saltato all’occhio un eBook pubblicato attraverso il KDP — Kindle Direct Publishing, il servizio di self-publishing di casa Amazon.
L’autore del libro era italiano e il romanzo poteva contare su centinaia di recensioni. Erano davvero tante, e andavano da 1 a 5 stelline, con una media di 4.
Mi sono incuriosito e ho approfittato della funzione di anteprima che lo store mette a disposizione. Dopo aver letto le prime tre pagine, ho abbandonato l’idea di proseguire.
Il romanzo era scritto in un italiano corretto, ma la narrazione mancava di stile ed era paurosamente monotona, anche nelle scene d’azione, i dialoghi a dir poco imbarazzanti e le descrizioni dei luoghi totalmente assenti, tanto da rendere complicato seguire gli eventi descritti.
Dopo aver chiuso l’anteprima, ho dato un’occhiata alle recensioni con una stellina: tutte lamentavano le medesime criticità. Quelli che il libro lo avevano letto tutto sostenevano inoltre — questa era un’opinione largamente condivisa — che la trama fosse ridicola e approssimativa, priva di un filo logico e di un finale.
Il libro era tra i primi dieci nella classifica di Amazon, e questo mi ha fatto riflettere. Così ho fatto una veloce ricerca online e ho contattato l’autore attraverso i miei canali social. Non gli ho dato troppa corda, ma quel poco che gli ho concesso è stato sufficiente. Mi sono ritrovato subito braccato dai suoi cordiali messaggi promozionali (in verità molto astuti e dal forte potere persuasivo), con inviti all’acquisto, offerte di copie gratuite, ecc…
Mi ero imbattuto in uno di quelli più bravi a vendere che a scrivere, succede spesso. Perché il self-publishing è anche questo, non va dimenticato mai, anche se mi piacerebbe provarci e riuscirci qualche volta.
Qui torniamo ai soliti discorsi e alle già dibattute critiche nei confronti di chi non si cura di scrivere bene, ma solo di vendere bene, che di per sé non costituirebbe affatto un problema se l’autore-piazzista non si proclamasse poi a gran voce scrittore con la S maiuscola.
Il danno che egli fa è notevole, e ne pagano le conseguenze tutti quegli autori che stanno cercando la propria identità letteraria in un percorso nuovo come quello dell’auto-pubblicazione, che offre diversi vantaggi e benefici, ma che deve, prima di tutto, vincere l’indifferenza di una platea abituata a ben altri spettacoli.
È vero che anche l’editoria tradizionale a volte (spesso?) sembra veicolare più sforzi verso la ricerca del profitto anziché la creazione di contenuti di qualità, ma riesce comunque a farlo in maniera più raffinata e ragionata, se non altro per evitare di perdere completamente la faccia.
Il problema col self-publishing, in questo senso, è che l’autore-piazzista è sempre auto-referenziato e spesso solitario, totalmente digiuno delle tradizionali dinamiche editoriali e, quel che è peggio, confinato dal suo stesso ego in una sorta di universo parallelo in cui la sua percezione non corrisponde più alla realtà del resto del mondo. Qui infatti egli si pone al centro di un perverso sistema copernicano che lo vuole unica luce a brillare nel firmamento. Il suo ego si ingrossa ad ogni click, condivisione, buy, retweet, cuoricino e pollice in su. E più diventa grande, più tutto si allontana da lui, espandendosi nella direzione opposta. Ciò che viene percepito come grandezza e vastità, è in realtà semplice distanza. L’autore è così sempre più lontano, destinato prima o poi a scomparire in un fioco puntino di luce sfarfallante, che morirà non acoltato.
Questo è il destino, alla lunga, dell’autore-piazzista. Ma l’aspetto veramente tragico, come detto, è che il suo percorso scriteriato danneggia tutti gli altri, perché, non dimentichiamolo, i lettori non sono stupidi e, come dice Stephen King, non li freghi tanto facilmente.


In questo contesto che viene a delinearsi, la mia preoccupazione è che, tanto agli occhi degli addetti ai lavori quanto a quelli dei lettori, nasca la convinzione che il self-publishing non sia altro che un parco giochi per pseudo-scrittori che si dilettano a fare gli artisti e i guru del marketing al tempo stesso. Una specie di campo di battaglia per mocciosi da strada, impegnati a scagliare le loro pietre in una sassaiola tumultuosa e polifonica, predisposta ad accogliere solo grida della stessa intensità, insensibile alle voci estranee alla battaglia.
Pubblicare tre romanzi in un anno e mezzo, piazzarne un migliaio di copie per titolo, scalare certe classifiche di vendita e rimanere totalmente sordi alle esigenze dei lettori, che con quell’unica stellina di valutazione tentano di far capire all’autore che sta sbagliando qualcosa, e che, soprattutto, egli deve loro molto di più di un brutto libro accompagnato da una buona strategia di vendita.
Il self-publishing ha bisogno di un filtro, piaccia o meno. Non sto parlando di qualcosa che ci dica cosa può essere pubblicato e cosa no, perché a quello dovrebbero provvedere le nostre coscienze. Mi riferisco piuttosto ad una strada collettiva da battere, che conduca ad una pubblicazione professionale ed onesta.
Se continuiamo a pubblicare libri di bassa qualità, il self-publishing non si muoverà da dove è ora. Rimarrà per sempre ai blocchi di partenza, e noi potremmo bearci soltanto dell’attesa della gara, illudendoci che saremo i più veloci e i primi a tagliare il traguardo. Sarà come vivere un sogno senza fine, in una condizione di perenne resilienza dove i colpi che subiremo non ci smuoveranno di un millimetro, né ci rafforzeranno. Rimarremo congelati per sempre ad attendere uno sparo che ci autorizzi a sollevare la testa per lanciarci all’inseguimento del successo.


Se da un lato c’è il rischio che i lettori prendano poco sul serio il self-publishing, gli editori lo considerano più che altro un modo per fare soldi facili, sfruttando un prodotto che ha già funzionato o sta funzionando, che va solo spolverato un po’ e marchiato a fuoco col proprio brand. Prendono l’autore-ragazzino, gli tolgono le pietre dalle mani e lo portano lontano dalla battaglia, al riparo sotto l’ombra di un bell’albero. Una volta lì, gli danno un bel giochino da fare da solo, in silenzio e senza disturbare.
Il punto del discorso è che nessuno aiuterà il self-publishing se non saranno gli autori stessi a farlo. C’è poco da girarci attorno.
Prima di tutto bisogna iniziare a ragionare come gruppo, e non come singola unità. Ogni volta che si pubblica un libro in maniera autonoma si deve capire che si andrà ad aggiungere un mattone ad un muro che ne contiene già altri. La struttura si manterrà stabile solo se tutti i pezzi saranno solidi. Se cominciamo ad aggiungere mattoni scheggiati, crepati e spezzati, finirà per crollare tutto. Verranno giù anche i mattoni buoni, quelli forti e resistenti. Il muro sarà ridotto in briciole, e a quel punto nessuno potrà più riconoscere i cocci dei mattoni buoni da quelli difettosi.
Questa è la responsabilità che grava su tutti gli autori che decidono di pubblicare attraverso il self-publishing, a meno che la loro vocazione non sia quella dei bulldozer, ovviamente.
Quindi aggiungiamo pure tutti i mattoni che vogliamo a questa nostra splendida opera, ma mettiamoceli buoni, per favore, perché rovistare tra i cocci non piace a nessuno. Figuriamoci trovarcisi dentro.