DOVE LA STORIA FINISCE: l’ultimo romanzo di Piperno strizza l’occhio a Gide.

Dove la storia finisce

Come descrive la successione degli stati d’animo di Anna Karenina o di Emma Bovary, Alessandro Piperno non è secondo a nessuno, entra nella testa degli autori, si immedesima nei personaggi e ne fa dei ritratti indimenticabili aggiungendo sempre qualcosa di nuovo. Quando si dedica al romanzo diventa un altro o forse no. Come Piperno stesso scrive sul penultimo numero della Lettura su Gide ne I Falsari: “…A un certo punto Edouard, il protagonista de I Falsari, riflette su come “i romanzieri con la descrizione troppo esatta dei loro personaggi disturbano l’immaginazione invece di servirla”. Ancora: “ Chi scrive narrativa deve essere disposto a sporcarsi le mani con la gente comune: lo sapevano Balzac, lo sapeva Flaubert, lo sapevano persino scrittori apparentemente elitari come Joyce e Proust. Intendiamoci, ne è consapevole anche Gide ma se ne infischia. Se deve scegliere tra sé e i suoi personaggi non ha mai dubbi e si rinchiude in se stesso. Per questo non c’è un suo personaggio che non finisca con il somigliargli, fin quasi alla sovrapposizione. È come se Gide sabotasse deliberatamente i suoi romanzi.”

E Piperno cosa fa con i personaggi del suo Dove la storia finisce? Li segrega nella prigione che costruisce per loro. Non si ha mai la sensazione che i personaggi siano vivi. Li si immagina di notte, quando lo scrittore dorme, afflosciati come burattini che si rianimano solo perché Lui, il burattinaio li muove a suo piacere. Sembra tutto insensato, ma nei romanzi riusciti l’autore quasi senza accorgersene, lascia andare i personaggi, alla stregua di Pinocchio. Ecco che l’autore-Geppetto è riuscito nel suo intento, ha scritto un buon romanzo. Prendendo un Balzac qualunque, per esempio Père Goriot, è vero che l’autore è onnipresente, ma la sensazione è che i suoi personaggi fanno quello che vogliono e a lui tocca rincorrerli per non perderli di vista, sono liberi. Quel mondo e quel tempo avevano bisogno di essere raccontati con precisione meticolosa per essere anche guardati come oggi guardiamo un film; ma i personaggi hanno una loro meravigliosa individualità.

Dove la storia finisce ha una trama interessante, una bella scrittura: precisa ed elegante senza essere leziosa, ma non è un romanzo riuscito.

Matteo Zevi torna a Roma dopo essere scappato molti anni prima. Un uomo come tanti, affascinante, pieno di sé e totalmente anaffettivo. Forse è il personaggio migliore del romanzo, ma nonostante ne sia il motore, di lui si parla poco. Il suo ritorno permette di fotografare uno spaccato di certo mondo romano, che ormai conosciamo benissimo, e di cui faremmo volentieri a meno. L’ evento finale conduce la storia, “la piccola storia di ciascuno” alla fine, proprio dove la Storia riprende a correre. E quella Roma insopportabile viene incenerita per risorgere nuova e vitale. Un bel progetto, ma Piperno è in tutti i personaggi, vedono con i suoi occhi, parlano la sua lingua, pensano come lui, vestono come lui gli uomini e veste le donne come lui vestirebbe, se fosse una donna.

Allora è come Gide che la pensa: vuole uccidere il romanzo.