QUEL CANE SCIOLTO DI BARICCO

Il lavoro di un intellettuale anticonformista

Paola Tosi
Jul 24, 2017 · 4 min read

Baricco è un cane sciolto. Non dà retta al conformismo, segue la rotta con coordinate che non appartengono a niente e a nessuno se non alla sua visione del mondo. Infatti qualche anno fa ha pubblicato con il titolo Una certa idea di mondo, la sua, una raccolta di articoli sui migliori cinquanta libri che ha letto negli ultimi anni. Li andavi a cercare non in una ma in almeno tre librerie e non li trovavi: « non lo si stampa più da anni » oppure: « mai sentito, mi ripete il titolo?» Questo è Baricco, fa quello che gli pare, non segue le mode e il mercato gli fa solo il solletico. Chi scrive ha frequentato il primo corso di scrittura organizzato a Torino più di vent’anni fa. La Scuola Holden non esisteva ancora, forse era già nella sua testa, ma non è detto, perché lui sembra vivere sia di intuizioni che si accendono improvvisamente, come le idee di Archimede Pitagorico, sia di lente congetture che esplodono in quei risultati imprevedibili che conosciamo.

Al corso di scrittura eravamo in tanti, tutti quelli che letta la novità, si erano precipitati, smaniosi di mostrare i propri manoscritti. Pochissimi conoscevano Baricco; e quando due ragazzotti, lui e Dario Voltolini, entrarono per la prima lezione, le pupille femminili incredule, misero bene a fuoco le loro fattezze. Uno seguiva la foggia degli esistenzialisti del Café de Flore, ardito per l’epoca; l’altro era un fighetto: stivale da cow boy a punta con tacco sfuggente, zaino in spalla e riccioli a cascata. Non erano gli assistenti dei conferenzieri, come molti di noi avevano pensato, erano davvero loro i nostri maestri. Primo attacco alla tradizione, l’intellettuale doveva avere per forza gli occhiali, le spalle girate all’indentro, un po’ di pancetta e totalmente démodé. Era così vent’anni fa.

Fu un corso memorabile, il loro approccio alla letteratura rivoluzionario e tutti quanti diventammo degli estimatori fanatici di Céline, Salinger, Steinbeck e di molti altri, ci innamorammo di tutti due, qualcuno di noi subito dopo vinse premi e divenne un vero scrittore. Baricco in poco tempo divenne l’astro nascente dell’intellighenzia italiana: mezzo mondo se lo contendeva e l’altra metà lo sognava. Spiegava il melodramma, non proprio una cosa leggera, ipnotizzava i giovani che di corsa si sedevano al San Carlo di Napoli o al Regio di Parma a sorbirsi la Manon Lescaut; intervistava i grandi vecchi della letteratura e li conquistava, insomma il mondo era suo. Ma come sempre accade con i rivoluzionari qualcuno, una bella schiera, cominciò ad attaccarlo e a considerarlo uno sgradito outsider nelle file dei CCI: consolidati conformisti intellettuali.

Chissà se ne soffrì, certo è che si defilò, senza perdere lo zoccolo duro dei suoi sostenitori. Ha cambiato approccio: ancora più se stesso e più isolato ma sempre nel magma degli ammiratori. Lo si vede poco nei luoghi deputati, ma Legge opere sublimi nei teatri e nelle piazze, fa un film, decide di togliere i recitativi, e meno male, a un’edizione del Flauto Magico, inventa rubriche con titoli evocativi e mille altre cose. Vuole che il suo aspetto non si noti e tiene i capelli corti e grigi cioè abbandona i riccioli, riempie gli scaffali di golf blu di cotone e jeans grigi, si concede una camicia bianca per l’estate e basta. Ma il suo golf blu non ha lo stesso significato del golf di Marchionne: io non voglio uniformarmi… per Baricco è l’equivalente del saio di un monaco, del suo ordine monastico di cui è l’unico rappresentante.

Appoggia le idee che lo conquistano, ma si ritrae se viene deluso o se quelle idee vanno da un’altra parte. Di sicuro non vuole perdere tempo con l’ovvio del nostra tempo; le cose da scoprire sono tantissime e come un segugio cerca le tracce di tutto il materiale che sta sotto la superficie, la minuteria, il frantumato comprese le stupidaggini, che danno appunto una certa idea di mondo, la sua, ma che diventa anche la nostra.

Martedì 6 giugno alla Fondazione Feltrinelli, Baricco e Luca Dini hanno letto a turno una scelta di articoli della rubrica l’Archivio General de Indias di Vanity Fair.

Un’abitudine ormai consolidata per tutti i soliti estimatori: mercoledì, edicola, Vanity Fair, prima pagina: le esilaranti e lapidarie e risposte di Luca Dini ai quesiti dei lettori e c’era sempre da ridere e da pensare; poi si saltavano tutte le pagine fino all’Archivio di Baricco. Il resto lo si leggeva dopo, perché comunque tutto era interessante. Fra i due è scoccata la scintilla, non poteva che andare così, sempre come segugi si sono annusati e le cose in comune erano tante. Quella sera è stata magica, qualche battuta mai banale, anzi, Luca Dini ha detto che Baricco è riuscito a interessarlo a cose che non lo interessano affatto. Significativo. Poi a turno hanno cominciato a leggere gli articoli. Bellissimi. L’attenzione del pubblico era pari a una certa tristezza: loro non ci sono più a Vanity Fair, L’Archivio di Baricco ha chiuso i battenti e Luca Dini non è più il direttore, certo adesso è il direttore editoriale della Condé Nast, Vanity Fair è sempre un bel giornale ma quei due mancano. Ci mancate da morire, dove state andando? Fatevi vivi, che appuntamento ci date?

Paola Tosi

ilcarteggio

Il blog di una piccola agenzia letteraria. Recensioni, interviste, inediti.

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