The Comic Killer (2012)

Accadde come in una barzelletta
Autoscatto di Alessio Catizzone. Tutti i diritti riservati.

C’è una visione profondamente drammatica che sono costretto a vedere ogni giorno: ragazze che fumano perché non hanno trovato un solo ragazzo che le voglia abbastanza bene e abbia abbastanza palle per convincerle a smettere. Se avessi avuto io la possibilità di essere un ragazzo normale, sarei stato io quel modello ideale; ma purtroppo e per fortuna io sono diverso. Io sono un Ateo Non Fumatore, e ti sfido a contraddirmi. Un Ateo Non Fumatore non è un ragazzo normale, perché ci sono solo due grandi potenze che concedono la normalità: il fumo e la religione.

Poi il caso ha voluto che io fossi anche un killer. Avevo altra scelta? Rispondere a questa domanda sarebbe come chiedere a un adolescente fumatore di smettere di fumare, rinnegare la sua fede per il fumo, e ammettere agli altri che come loro ha iniziato a intossicarsi perché è una via socialmente accettata per riuscire a soddisfare la libido e far parte di un gruppo con una libertà ottimamente illusoria. Non lo critico, anzi lo ammiro, però… come dire. Io sono troppo intelligente per abbassarmi alla plebea usanza dell’intossicarsi. Poi sono sicuro di me stesso e in quello che credo, quindi non posso lasciarmi accettare in un oratorio di qualche religione. Intossicarsi e/o pregare per socializzare è da idioti, la maggior parte delle persone sono idioti: e si chiamano normali. Io sono troppo avanti per poter stare con questa gente.

Ma non scervellatevi adesso a tradurre in prosa quello che precede questa frase, tanto lo capirete. E cercate sempre di tenere acceso un minimo di senso critico verso quanto leggete. Tra le righe è implicito il fatto di quello che voglio intendere. Ma prima di narrarvi di tutte le persone che ho ucciso, soltanto sette alla fine, lasciate che vi racconti prima che tredici le ho salvate! Quindi sono un buono a conti fatti. Adesso respirate ed espirate, mettetevi comodi e ascoltate come tutto cominciò.

La prima volta che ho ucciso un uomo non l’ho fatto di proposito. Accadde come in una barzelletta. Stavo armeggiando il revolver che avevo appena rubato ed ecco che entra all'improvviso nel suo bagno il proprietario dell’armeria. Partì un colpo ed egli morì così semplicemente. Mi trovavo con l’arma in mano, e per un attimo non seppi che fare… cosa potevo fare? Fuggire? Le telecamere erano accese e mi avrebbero visto scappare. Compii la cosa più intelligente, sapete io sono molto intelligente, così chiamai la polizia. Le dissi che qualcuno mi aveva obbligato a sparare a quell'uomo. Non sapevo chi era, e non sapevo neanche perché fosse mascherato. Commentai che forse non voleva farsi riconoscere. Credo di non essere stato neanche messo nella lista dei sospetti, anche perché ero senza movente. E malgrado le telecamere non avessero ripreso nessuno entrare in quel bagno all'infuori di me, per una fortuita coincidenza c’era una finestrella attraverso la quale qualcuno sarebbe potuto andare e venire senza lasciare tracce.

Poi ci pensarono i vari detective a complicare la scena e il mistero. Sembrava che ne fossi uscito perché non venni mai arrestato, lasciai solo una dichiarazione inventata. Però da certe situazioni è come se non si esce mai in realtà.

Ma vi chiederete cosa ci facevo in un’armeria. Stavo rubando un’arma, ve l’ho detto. E perché lo stavo facendo? Oh, sì, questa è una bella domanda. Beh, lo stavo facendo perché la mafia locale mi aveva messo alla prova. Volevo dimostrare ai boss della mala che ci sapevo fare, e malgrado il contrattempo ci riuscii alla grande: quale altro sicario sarebbe uscito così elegantemente dalla situazione in cui io mi ero trovato? Nessuno.

Narrai alla mafia tutto quello che successe veramente, e fui trattato benissimo. Tutti simpatici. Mi elevarono a capo-tattico all'istante. Mi fornirono tutte le armi di cui avevo bisogno. Iniziai così una doppia vita, stile agente segreto, molto emozionante. Con loro commisi cinque delle mie uccisioni. Cercherò di essere discreto e rispettoso nel raccontarvele.

[fine del primo capitolo]

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