Chi è il nuovo Segretario del Lavoro Americano e quali conseguenze può avere

Di CLEMENTE PIGNATTI

Andrew Puzder by Gage Skidmore

Il neo-eletto presidente Americano Donald Trump ha nominato come futuro Segretario del Lavoro Andrew Puzder, attuale amministratore delegato di una compagnia di fast food (CKE Restuarants). In realtà, la nomina non è ancora stata ufficializzata perchè proseguono le audizioni di conferma al Senato. Queste procedure sono state rallentate — la maggior parte dei membri del Gabinetto del neo-Presidente è stato infatti già ufficialmente nominata — a causa di alcune controversie legate al futuro Segretario del Lavoro. La prima questione riguarda l’esistenza di circa 30 cause presentate da dipendenti della sua catena di fast food contro il loro datore di lavoro, per questioni che vanno dal pagamento di salari al di sotto del salario minimo alla restrizione dei diritti di rappresentanza sindacale. Ad esempio, alcuni lavoratori riportano di essere stati fotografati mentre partecipavano a manifestazioni in favore di un aumento del salario minimo. Allo stesso tempo, Andrew Puzder deve ancora presentare la documentazione necessaria per giustificare l’assenza di conflitto di interessi tra la sua futura carica come Segretario del Lavoro e i suoi attuali investimenti nella catena di fast food. Il suo ruolo di amministratore delegato di CKE Restuarants non è però l’unica causa di problemi. Infatti, Andrew Puzder è anche accusato di avere assunto come domestica una donna senza regolare permesso di soggiorno negli Stati Uniti. Un simile scandalo aveva costretto Linda Chavez — inizialmente nominata da George W. Bush come Segretario del Lavoro — a ritirare la propria candidatura prima che la nomina venisse ufficializzata.

Ma a preoccupare molti opinionisti, più che la sua gestione di affari privati, sono le opinioni di Andrew Puzder in ambito di mercato del lavoro e le sue possibili mosse nel ruolo di futuro Segretario. In linea generale, Andrew Puzder sembra essere un liberista di vecchio stampo piuttosto radicale, critico verso ogni intervento dello stato nella regolamentazione o gestione del mercato del lavoro. Le sue opinioni a riguardo sono state raccolte in un libro il cui titolo risulta già esemplificativo: “Job Creation: How It Really Works and Why Government Doesn’t Understand it”. Lasciando da parte considerazioni politiche e sociali, vediamo se e fino a che punto le principali posizioni di Puzder sono confermate dall’evidenza empirica — negli Stati Uniti o altrove.

In primo luogo, Puzder si è dimostrato essere un fiero oppositore dell’innalzamento del salario minimo proposto da Obama (da 7.45 a 10.10 dollari per ora) e poi non approvato a causa dell’opposizione Repubblicana in Parlamento. In particolare, la critica nei confronti dell’innalzamento del salario minimo concerne il rischio che questo riduca la domanda di lavoro e incentivi la sostituzione della forza lavoro — diventata più costosa — con macchine. A tal riguardo, ha generato forti critiche la frase riportata da Puzder nel 2016 secondo cui un’aumentata automazione del mercato del lavoro sarebbe una svolta positiva in quanto le macchine sono “sempre educate, producono più del previsto, non si prendono mai ferie, non fanno ritardo, non presentano richieste di risarcimento in caso di incidente sul lavoro e non generano controversie per discriminazioni di età, genere o razza”. Anche se è ovviamente vero che livelli troppo alti dei salari minimi generano importanti controindicazioni occupazionali, la ricerca empirica in ambito economico ha più volte sostanzialmente ridimensionato l’argomento secondo cui un qualsiasi innalzamento del salario minimo generi una riduzione della domanda di lavoro.Il primo di questi studi, condotto dagli economisti David Card e Alan Krueger nel 1994, si concentra proprio sull’industria dei fast food negli Stati Uniti e dimostra come un aumento del salario minimo di quasi il 20 per cento non genera conseguenze negative sulla creazione di posti di lavoro. Inoltre, il livello attuale del salario minimo negli Stati Uniti non risulta particolarmente elevato, ma anzi al di sotto di quello in vigore in paesi come la Gran Bretagna, il Canada, l’Australia, la Francia e la Germania.

Simili ragionamenti potrebbero applicarsi alla strenua opposizione verso ogni tipo di regolamentazione del mercato del lavoro che Puzder ha più volte manifestato. Queste posizioni rivelano una comprensione del tutto approssimativa delle dinamiche di funzionamento dei mercati del lavoro odierni in un’economia altamente competitiva come quella degli Stati Uniti, che si sviluppano invece su un sistema complesso di equilibri ed incentivi il cui completo accantonamento rischia di generare esattamente le distorsioni ed inefficienza che si promette di combattere. Rientra anche in questo ragionamento l’ossessione — dell’amministrazione Trump in generale — verso la difesa e riconquista di posti di lavoro nel settore manifatturiero (ad esempio, nell’inudstria delle auto). Questa posizione si basa su un’errata convinzione che solo questi siano i posti di lavori che garantiscono un buon salario e la sicurezza occupazionale — come negli anni del dopo guerra. In realtà, la maggior parte delle economie avanzate ha giustamente deciso di esternalizzare negli ultimi decenni parte della catena di produzione verso paesi in via di sviluppo che garantiscono costi di produzione inferiori. Inoltre, sono proprio questi i posti di lavoro a maggiore rischio di automazione — e quindi di estinzione — nei prossimi anni. Anche la Germania e il Giappone hanno ad esempio subito una diminuzione della forza lavoro nel settore manifatturiero simile a quella registrata negli Stati Uniti. La ricetta che si vuole proporre genera una simplificazione rassicurante, ma fallacea. Identifica un nemico (esterno) e propone una soluzione in grado di riportare le lancette degli orologi indietro nel tempo. Nel migliore dei casi, questa strategia verrà perseguita solo a parole per mantenere il consenso politico. Nel peggiore dei casi, finirebbe per danneggiare esattamente coloro i quali si promette di salvare.

originariamente pubblicato su http://www.imille.org/2017/02/chi-e-il-nuovo-segretario-del-lavoro-americano-quali-conseguenze-puo-avere/

iMille.org — Direttore Raoul Minetti