Diventiamo ciò che mangiamo. La rappresentazione mediatica del cibo

di Silvia Grossi

Branzino con julienne di peperoni e zucchine

Programmi televisivi, pubblicazioni di ricettari e di diete, concorsi di cucina: una vera e propria invasione. Negli ultimi anni la rappresentazione mediatica del cibo, cucinato, consumato, rielaborato creativamente, discusso in convegni si è fatta strada prepotentemente nella nostra società.
Ma perché questo boom improvviso? Per rispondere prendo a prestito, come sempre, una lente prospettica proveniente dall’antropologia.
Se la biologia indica quali sono gli alimenti utili per una corretta ed equilibrata alimentazione, l’antropologia alimentare dimostra, infatti, che l’uomo ha un bisogno non soltanto di nutrimento per il corpo, ma anche di nutrimento culturale attraverso il cibo.

Regole, riti, immaginari collettivi passano sempre attraverso l’alimentazione, in ogni cultura.

Ed il ruolo culturale del cibo è evidente anche nei divieti, nei permessi e nelle regole sociali. Non mangiare carne, nutrirsi di cavallette, non bere alcolici, portare sempre in tavola un primo piatto di carboidrati, ecc.
In Occidente la distinzione tra cibi buoni per il corpo (la dieta mediterranea, ad esempio), cibi buoni per la mente (la pausa caffè, come rito collettivo), cibi buoni per l’anima (tutto ciò che vieta il consumo di animali) divengono strumenti di differenziazione culturale di micro livello, nel momento in cui attraverso queste distinzioni emergono le differenze sociali e la stratificazione stessa della nostra società.
Spesso è proprio esibendo un particolare gusto alimentare e l’inseguimento di una particolare tendenza del momento, che si creano coesioni tra gruppi, i quali poi condividono insieme anche altre scelte di tipo etico, estetico e di stile di vita. Ne nasce un costrutto identitario che ogni classe sociale fa di sé stessa in un preciso momento storico, vale a dire che ciò che viene assunto come canone estetico e che automaticamente acquisisce il valore assoluto di salute e bellezza, anche attraverso il cibo, diviene un simbolo di classe, spesso temporaneo (il cibo fusion, o la moda del cibo giapponese, ad esempio,).

E’ il principio di incorporazione di Fischler (1988, 1990) ovvero diventiamo ciò che mangiamo.

Mangiare, infatti, significa incorporare le qualità di un alimento, sia dal punto di vista biologico nel momento in cui il cibo fornisce energia necessaria al sostentamento e al funzionamento del nostro corpo, sia dal punto di vista culturale e simbolico, nel momento in cui ci si appropria di ciò che il cibo può rappresentare in un determinato contesto.
Le consuetudini alimentari creano il sentimento di appartenenza o di differenza sociale e insieme manifestano i valori della società, inserendosi nel cuore stesso del processo di costruzione dell’identità di un popolo, o semplicemente di un gruppo sociale.

Cosa stiamo facendo, dunque, mentre assistiamo alla finale di Masterchef o mentre annotiamo una nuova ricetta da provare nella nuova planetaria appena acquistata? Semplice, stiamo ribadendo chi siamo.
E lo stiamo facendo attraverso la nostra cultura alimentare, come sempre si è fatto nei secoli, variando la nostra dimensione identitaria attraverso i nuovi strumenti di cui disponiamo grazie alla nuova tecnologia.
Non è solo attraverso lo smartphone ed il tablet che siamo cambiati, divenendo multitasking e interagendo con altre culture nell’era veloce della globalizzazione.
Lo facciamo anche attraverso il metodo più antico del mondo, cioè il cibo, che varia nell’incontro con gli altri Paesi e che dobbiamo rendere “nostro”, seppur attraverso inevitabili sincretismi.
Stiamo, cioè, variando i nostri valori identitari e, senza rendercene conto, li mettiamo in scena, ogni giorno, come rappresentazione culturale, assorbendola dalla tv e portandola fin sulla nostra tavola.
Siamo già integrati ed aperti al cambiamento, dunque, anche magari non volendolo. Ogni volta che mangiamo, lo siamo.

pubblicato originariamente su iMille.org — Direttore Raoul Minetti

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