3. Polvere

Questo alito caldo d’aria si stiracchia svogliatamente sui marciapiedi di South Street, rotolando tra le gambe di Rachid seduto sull’uscio del suo market a chiamare uno dei suoi cugini in Pakistan. Seguendo la linea dei calzoni si arrampica sul petto sudato, contenuto a malapena da una camicia a righe. Si fa strada fino al braccio magro che si assottiglia alla mano, tesa, che stringe il cellulare. Si insinua tra l’orecchio e il vetro dello schermo e sembra fermarsi, come a filtrare le parole in arrivo, che arrivano pesanti e salate. Sua zia materna è morta e sta cercando di spiegare ai suoi parenti, che si passano di mano in mano il telefono, che non potrà tornare per il funerale. Tutte queste voci fuggono nello sfondo quando sente qualcuno afferrare il telefono con forza. Seguono alcuni secondi di silenzio, o meglio riesce a percepire un respiro, esausto e raschiato. <Sapevamo che non saresti venuto, Rachid> segue a breve distanza il rumore della cornetta, ha riagganciato. Rachid controlla lo schermo, lo porta ancora all’orecchio, lo controlla ancora, infine si alza e si infila il telefono in tasca. Si guarda attorno ma non riceve neanche la fortuna di un passante al quale far notare il suo cuore calpestato. Rientrando nel market cerca il pacchetto di sigarette mezzo aperto, ricorda di averlo lasciato vicino al registratore di cassa, o sul frigo dei soft drinks, o forse dietro l’espositore delle barrette fitness. E’ in quella breve pausa che apro la porta scorrevole nell’aria si diffonde l’audio gracchiante di un gong tibetano. Mi ignora come al solito, si gira e prende a fissare la televisione, come se non avessi mai varcato la soglia del suo negozio per ascoltare quel ridicolo suono made in china. <Tre pacchetti, per favore. Ah, prendo anche queste gomme> Lui dispone la merce sul bancone e comincia a passarla sul lettore laser <Hey queste sono premium> <Scusi> tiene lo sguardo fisso su di me, anche se spento, e mette via le premium, lo distoglie solo per prendere velocemente le mie sigarette. Cerco nella borsa il portafogli, pago ed esco dal negozio con la mia busta. <Ciao, grazie> non risponde al saluto e, prima di voltarmi per uscire, faccio in modo che veda la faccia contrariata che gli sto indirizzando.

Uscita dal market il caldo mi schiaffeggia, come a rimproverarmi di non aver saputo reagire all’indifferenza di Rachid e, con lui, di tutta questa annoiata città. Prendo il pacchetto semivuoto dalla borsa e ne estraggo una sigaretta lunga e diritta, con una piccola piega a tre quarti della lunghezza , distante dal filtro. Senza pensarci troppo sistemo la piega con l’indice facendo attenzione a non far cadere del tabacco e me la infilo all’angolo della bocca. E’ una sigaretta da uomo, pesante, sgraziata e, col tempo, ho imparato a pretendere l’attenzione ed il rispetto delle persone anche con questi gesti apparentemente senza senso. A chi interesserà mai come accendi una sigaretta? Sbagliato. Le prime sigarette le fumano i ragazzi fuori da scuola, le comprano di nascosto e le fumano contro i muri dei giardini o nei cessi tra una lezione e l’altra, non sanno impugnarle per bene e i loro gesti sono frenetici quando hanno paura di essere scoperti e sfacciati quando vogliono dimostrare ai loro amici di essere dei veri uomini. Poi arrivano le ragazze, che cominciano in gruppo e si scambiano gesti di intesa sfumati dalle unghie colorate o, per le più consapevoli, sbuffate di fumo che contornano i loro piani per il futuro. Entrambi tormentano le loro sigarette con gesti nevrotici, a disegnare cerchi di impazienza e aspettative in aria. negli anni i gesti si fanno più sicuri, gli uomini cominciamo a non interessarsi più della gestualità, tenere una sigaretta tra le dita diventa un gesto automatico, potrebbero fumare o reggersi il pisello mentre pisciano, semplicemente non se ne curano, quel modo tipicamente maschile di ignorare le cose che danno per scontate. Le giovani donne fumano per dipendenza o per disperazione, non provano gioia nel mandare giù boccate di fumo acre, lo fanno perché ne hanno bisogno o perché devono farlo, per non essere ignorate, per dimostrare di essere donne e di poterlo fare. Il tempo poi ingiallisce le dita degli uomini e delle donne, le intorpidisce facendole sembrare rami di legno macchiato, le svuota, il contrappasso degli anni passati a curarsi del prossimo pacchetto. Queste mani hanno toccato così tanto tabacco che non riescono più ad accarezzare.

Questo umido calore infernale mi segue mentre mi dirigo verso casa, segue ogni spostamento delle mie gambe, si aggroviglia ai veli del mio abito che pesantemente respira ed espira al sopraggiungere di ogni fievole corrente d’aria. Ho 62 anni oramai e le rughe del mio viso hanno cominciato ad incanalare perfettamente il sudore già da tempo, rimane solo qualche arruffato capello castano a bloccare le gocce mentre scorrono dalle tempie al collo. Le mie grandi ossa d’oltreoceano riescono ancora a condurmi lungo le strade di Penn’s landing, si trascinano cercando l’ombra dei pochi alberi rimasti a sfidare l’asfalto. Percorro ancora un isolato e finalmente posso rientrare nel mio appartamento. Gli occhi ancora accecati dal sole cercano di riconoscere forme familiari, il mio condizionatore, i miei abiti, le mie tele,libri che non leggerò, buste di cibo preconfezionato, montagne di giornali di riviste straniere, album di fotografie da non aprire, teiere e pentole annerite dalle fiamme, finestre socchiuse per guardare il mondo senza entrarci troppo. Senza aprirle mi siedo al buio sulla sedia della cucina e lascio uscire dai polmoni l’aria calda del pomeriggio. Il riflesso del sole crea uno spicchio di arcobaleno tremolante sul frigo e io mi ritrovo a pensare a quando potevo ancora immaginarti.