6. Bagagli

Lo schiaffo che gli ho dato è risuonato per tutto il bagno e secondo me qualcuno se ne è anche accorto, ma quelli come lui li capisco al volo e so che non gli importa se lo beccano mentre sta succhiando il cazzo a un assistente di volo dentro al cesso dell’aeroporto, al massimo potrebbe fingere un po’ di imbarazzo e sistemarsi i vestiti con pianificata agitazione. E’ un esperto e ce l’aveva scritto anche nel profilo sull’applicazione: Bottom/Versatile (sappiamo tutti cosa significa, no?) — Visiting — 28 anni, 175cm, 63kg, toned — Emoticon linguetta, emoticon banana, emoticon maiale.

Di dove sei?

  • Istanbul, tu?

Ora vivo a Milano

  • Ti ha visto prima. cerchi?
  • Mio gate apre tra 1 ora
  • Sex?
  • Attivo?

Vuoi succhiarlo? (e allego foto del cazzo in tiro)

  • mmmmm dove?

Bagno degli uomini tra il gate 43 e 44 ti aspetto lì

  • Ok arrivo

Il bagno era deserto, io ero entrato da forse un paio di minuti e mi stavo lavando le mani quando ho sentito la porta, immaginando che fosse il mio derviscio cominciavo già a spingere contro i boxer. La porta è separata dai lavabo da un alto trafiletto di intonaco e ho potuto sentire solo rumore di passi fino a che dallo specchio non intravedo le forme di un grasso e sudato turista tedesco che ansima reggendo con una mano il trolley e con l’altra una bottiglietta di coca cola mezza vuota. In quel momento spero con tutto il mio cuore che abbia fatto un pasto leggero e che non abbia esagerato con le salse perché ok, mi eccita terribilmente fare sesso in luoghi pubblici, ma anche io ho dei limiti, e già questo cesso sembra non avere una areazione spettacolare. “Gut Moning” mi dice, io arriccio solo gli angoli della bocca e riprendo a lavare le mani e controllarmi nello specchio. Il rumore della porta ancora, e stavolta a girare l’angolo è lui, mi fissa e cerca di non sembrare emozionato, si posiziona al lavabo centrale. E’ fatto bene, giacchino leggero che fa intravedere un bel fisico da cui sbuca un viso molto maschile, barba e baffi di ordinanza, capello mosso al naturale, i pantaloni cominciano decisamente ad andarmi stretti. Si gira verso il tedesco alla sua sinistra, lui lo guarda e dice ancora “Gut Moning”, e io cerco di uccidere una risata che mi sta nascendo in gola. Lui invece risponde educatamente e agita la mano sotto il rubinetto, ma non esce nulla. Due, tre volte, la ripassa anche al rallentatore finché il tedesco lo nota e comincia a dare indicazioni in un inglese stentato, ma prima che riesca a dire una parola di senso compiuto mi avvicino da dietro e, mentre col piede schiaccio la leva appena sporgente che lui non aveva ancora notato, gli appoggio giusto la punta dell’uccello sul fianco, quel poco che basti a farglielo sentire. Si agita, mi guarda e dice “grazi mile”. In quel momento il tedesco, ignaro di tutto, ha terminato di lavarsi le mani e le asciuga alla buona sulla camicia e sui pantaloni, dirigendosi verso l’uscita senza neanche un “arifederci”. Ascoltiamo per una manciata di secondi i rumori del terminal, ci guardiamo, gli faccio cenno verso il cubicolo più distante dalla porta di entrata. Entriamo subito nei ruoli, come piace a me, senza perdite di tempo, senza spiegazioni o convenevoli, so cosa vuole e lui sa come voglio che mi sia dato. E’ facile intuire queste cose quando sei abituato ad avere incontri veloci, è quasi una dote quella di interpretare immediatamente la persona che hai di fronte e io mi sbaglio molto raramente, chiamatela empatia del cazzo. Vuole essere usato, sa che non mi incontrerà mai più e questo lo rende capace di ogni degradazione, cose che si concede una volta ogni tanto, e posso vedere nei suoi occhi il desiderio pulsare. Così prendo il controllo, lo uso come fosse un giocattolo, non siamo più io e lui dentro questo cesso al neon, ci sono soltanto io. Cerca di alzarsi e baciarmi ma gli afferro il polso e lo tiro giù, al suo posto, il servizio non è ancora finito. Lo ignoro e, quando alza lo sguardo è come se gli guardassi attraverso, non noterò neanche che la troppa pressione sulla gola gli ha fatto uscire le lacrime finché non comincio a dargli degli schiaffi decisi sulle guance. La frizione è quasi insostenibile e dopo avergli bloccato la testa con una mano sotto il collo comincio a dare giù di brutto. Il sangue non scende e il suo viso diventa rosso per lo sforzo, stringo ancora un po’ con la mia mano sul suo collo mentre gli vengo in bocca. Lascio andare le dita e lo guardo riprendere fiato, ha la barba umida e i capelli scomposti, prende boccate d’aria che fanno salire e scendere velocemente il suo petto, le ginocchia in terra, si butta con la schiena contro la parete di plastica e sorride, non a me, a sè stesso.

Questa sera attraverserà il bosforo e raggiungerà suo fratello e la moglie, vive in quella casa da più di due anni e si prende cura del nipote quando i genitori non possono, e spera che un giorno possa raccontarsi al figlio così come non ha mai potuto raccontarsi al padre. Conserverà nelle ossa questo attimo violento di verità, mentre intorno a lui il mondo sale e scende da scale e raccordi e passerelle, si scioglie in abbracci, labbra e cerniere di bagagli chiusi male, nell’eterna confusione di chi è in viaggio verso sè stesso e chi invece se ne allontana. E alla fine, con lo sbattere di una porta e una lavata di mani, me ne vado anche io, col passo veloce e nervoso di chi oramai ha perso la strada.

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