Spread e debito sono cose diverse, lo spread non esiste

Non mi è venuto un colpo di sole e non mi metto a fare l’economista, ci sono già abbastanza economisti che fanno i tuttologi. Solo alcune considerazioni alla portata di tutti riorganizzata da alcune discussioni che ho avuto su Twitter.

La questione dei tassi e dello spread è un inganno, non perché non sia reale ma perché il mercato come ci viene descritto non è reale: infatti non è un sistema razionale fatto di entità astratte, ma un sistema chiuso fatto di fondi molto grandi, guidati da uomini con nome e cognome e algoritmi scritti da uomini con culture ben precisce, che orientano gli indici e realizzano profitti sui movimenti di questi indici. Non dico sia bene o male, dico che non è una divinità che dall’Olimpo ci guida. Anche se molto di questi credono di esserlo.

Ora, converrete con me che nessuno può ragionevolmente pensare che il debito italiano sia un investimento a rischio reale dati i numeri macroeconomici dell’economia italiana, nonostante il debito monstre. Per essere rischioso dovremmo credere che sia possibile un default dell’economia italiana, il cui risparmio è malcontato 2 volte e mezza il debito e quindi 5 volte il Prodotto Interno Lordo. Come fa ad andare in bancarotta una famiglia che guadagna 1 euro, ha debiti per due e ha risparmi per 5?!

Certo la visione dell’all-in-one di una BCE che acquista a pié di lista tutto il debito italianl e se lo tiene lì a fare niente è semplicistica e fuorviante, ma un discorso simile applicato a una platea di fondi istituzionali ha funzionato, funziona e funzionerà. In questo senso si spiega lo spread del nuovo governo, con l’esigenza di attovagliare quelli che chiamiamo mercati per trovare una prospettiva soddisfacente per chi compra e per chi vende. Non sono marziani i mercati si diceva prima e non sono venusiani i governi. Si parlano, si sono sempre parlato. Anche nel 2011 quando Merkel e Sarkozy decisero, con l’avvallo di Napolitano, un colpo di stato in Italia. La faccenda ora è ben diversa, sul suolo europeo e sull’altra sponda atlantica. Non dovrebbero esserci le condizioni per una tempesta perfetta. Tanto è vero che Moody’s – quintessenza del discorso appena svolto sui mercati – ha annunciato il rinvio delle sue pagelle a dopo la presentazione della legge di bilancio all’Europa. Cioè a giochi fatti.

È abbastanza banale capire che un titolo che rende il 3% con un’inflazione sotto l’obiettivo del 2% fissato dalla BCE è un investimento che fa gola a chiunque. Di questo si tratterà in una partita complicatissima tra molti attori economici e politici. Il problema vero per l’Italia però, se è vero quanto ragionato finora, non è sostenere il debito, ma ridurlo. Per ridurre strategicamente la propria dipendenza da questi fragili equilibri internazionali sempre da ricontrattare, soprattutto in un momento di tensioni economiche a livello internazionale avviate dalla de-globalizzazione di Trump. Ma per quello non c’è alternativa a crescita e produttività, lo dimostra proprio l’America di Trump che, pur non avendo il problema del debito perché ha il dollaro e il dollaro ha l’esercito statunitense, per sostenere la sua politica di graduale de-globalizzazione dell’economia, e le conseguenti tensioni sui mercati, ha tagliato le tasse per spingere al massimo l’economia USA che macina record a ritmo incessante.

Una chiosa: in questa ottica non avrebbe senso trattare debito aggiuntivo fuori dai parametri europei, come stanno facendo Draghi e Savona, da investire su investimenti a lungo termine per poi mangiarselo facendosi carico di debiti già messi fuori dal bilancio dello stato, come nel caso di Autostrade. Per nazionalizzare gli asset infrastrutturali e strategici servono soluzioni come Open Fiber di Enel, un ruolo diverso a Cassa Depositi e Prestiti o un modello di in-house a livello locale che non rientri nel consolidato dello Stato per operare ulteriori consistenti investimenti senza incidere sul bilancio statale. Quello che manca all’economia italiana rispetto al periodo ante-crisi non è l’export e non sono i servizi ma sono le componenti legate al consumo interno e agli investimenti infrastrutturali e della pubblica amministrazione. Quindi una politica fiscale a favore di imprese e famiglie e una politica di spesa per investimenti in grado di riattivare la crescita e la produttività. Si può fare?

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