COME. ROMPERE. LA ROUTINE.

15 Marzo 2015 Barcelona-London.

Benvenuti a bordo del volo bla bla bla, borse sotto i piedi, valigie e cappotti sopra e bla bla bla la nostra sicurezza, allacciare le cinture…vabé sí, la solita routine. Solita routine? STOP, ferma il blog. Chiudi tutto che ce ne andiamo su Tumblr a postare tette e culi.

La parola routine mi da sempre cattive sensazioni. Eppure non sempre è una cosa negativa. Una buona routine è quello che ci vuole per ogni buon mimo, per esempio me, anche se a me piace improvvisare. Per routine ci riferiamo a qualcosa che si ripete un numero x di volte regolarmente nel tempo e lo facciamo per non perdere troppo tempo. Insomma una ottimizzazione di operato.

Nel nostro caso, in aeroporto, sappiamo che ogni volta, passino pure 500 anni è la stessa solita routine. Da annoiarsi. Prendi il bus, scendi dal bus, fai la fila, saluta gli omini simil polizia, togli i cinturoni, orologi, otturazioni e by-pass coronarici, lancia le scarpe, fa vedere i calzini fighi. Respira. Guarda il gate, esce tra 10 anni. Prendi un caffé, mangia una cosa che non si sa mai, compra l’acqua che non si sa mai, vai al bagno che non si sa mai, metti il profumo che non si sa mai, non si sa mai… è sempre la stessa nanna ma non si sa mai. Respira. Guarda il gate, esce come il lotto. Passeggia, siedi, improvvisati sociologo, scrivi. Con figli a carico responsabilizzati e ripeti tutto per due volte. Guarda il gate, è uscito da un pezzo. Allora corri. Corri e supera in curva tutti i trollies. Mettiti in fila trafelato. Togli il giacchino. Aspetta. Aspetta. Aspetta che ti si allunghi la barba di Matusalemme. Prega che non controllino il peso. Saluta. Saluta e sorridi fino allo sfinimento anche fossero le 5 di mattina. Porgi il passaporto con la cautela di un monaco Buddista entrando in Nepal. Porgi l’altra guancia. Entra nel finger. Aspetta. Rimetti il giacchino, saluta, entra, gioca a rugby e segna la meta sul tuo posto, butta tutto sopra o sotto, ovunque purché non te lo stivino. Siedi, respira. Tutto ok. Saluta i vicini. Fai una check delle tue facoltà comunicative giornaliere. Intessi dialoghi. Assentati o spedisci il cervello con Fedex. Vola, dormi con la tecnica della contorsionista indù. Rifiuta tutto quello che vendono. Allaccia e slaccia le cinture ogni volta che il pilota gioca a “guarda Franco, senza mani”. Immagina qualsiasi cosa. Leggi il giornalino della compagnia. Scrivi sul sacchetto del vomito. Guarda fuori. Indovina dove sei. Non è quel posto. Preparati all’atterraggio, ricorda le casistiche di atterraggio morbido. Orsù ottimismo. Controlla che il tuo stomaco non ti esca per le orecchie mentre i piloti ballano la lambada in cabina bevendo vodka con prostitute gonfiabili mentre atterrano facendo il gioco “scommetti che bendato mi fermo sulla riga?” Scendi, fila, saluta in più lingue, fila, fila, passaporto, saluta, bus, trasbordo, saluta, scendi dal bus. Città. Arrivato fresco come un rosa dopo un volo di appena un’ora e mezza.

La solita routine dicevamo.

A pensarci bene io viaggio solo per salutare le persone. Tutti ti salutano. Quindi di rimbalzo saluto anche io. Sono bravissimo. A scrivere un manuale di saluti ne ho per un anno. La routine del saluto ci fa entrare in un automatico rispetto. Metteremo fiori sulla tomba l’educato milite ignoto che salutava tutti. Ci manca solo il palmo sulla fronte, ma vien da farlo, mi ferma un nulla! Io sorrido e do buongiorni come uno scemo, ma lo faccio anche per precauzione. Precauzione di che? Che non mi mi rompano le palle. Cioè, da una persona che ti da il buongiorno e ti sorride e ti ringrazia per il lavoro di scannerizzare i biglietti o far rispettare una fila che altro vuoi? Perché buttare nel baratro della disperazione lavorativa una persona che per ripicca ti trova il difetto nel passaporto? “Non è lei signor Ridolfi, deve essere qualcun altro nella foto. Evidentemente lei è un narcotrafficante. Ci segua. Le ispezioneremo il culo con questi guanti”. Ho paura di una cosa del genere tanto quanto da bambino avevo paura di dover entrare in un seminario e diventare prete contro la mia volontà. (Non è poi cosi strano sapete, in fondo in fondo è la storia di Harry Potter!)

Nella routine occorre spezzare, improvvisare. Altrimenti a che serve?

C’è quella storia, non fa ridere vi avverto, di quel professore che ha un bicchiere d’acqua in mano e tutti gli studenti in aula stanno li a pensare al mezzo pieno, mezzo vuoto, quasi pieno, vuoto a rendere. Sbagliano tutti. Il professore chiede quanto tempo lo puoi tenere in mano con il braccio teso. Mormorii degli universitari che abituati a bere alla goccia accettano la domanda come la sfida alcolica del secolo. Finisce che se tieni il bicchiere troppo e non ti riposi ti infiammi e spezzi il tendine. Il bicchiere è la metafora dello stress. Noi siamo noi. Il professore non ha un nome, la storia circola su facebook (dove tutti hanno un nome) ma lui no. Morale. La routine può creare abitudini dannose ai tendini. Per esempio quando da ragazzi ti dicono gli effetti negativi della masturbazione. O rischi o evolvi. E comunque anche da adulti ogni tanto la spezzi la routine. Che stress la routine!

Routinari fino alla morte. Fosse mai che cambiamo strada.

Resistiamo indomiti, stacanovisti mostrando al mondo la nostra parte in fibra di carbonio, come eroi salva-mondo.Dopo un po’ ci rendiamo conto che a nessuno gliene frega più di tanto. Nemmeno a noi stessi. No guarda, siamo onesti, se ne sbattono le palle tutti. È come Forrest in Gump: lui si ferma e dice di essere stanchino. E noi?Cioè gli altri? Sti cazzi! Risolviamla postando frasi ad effetto con foto emotive: Essere tanto duri ci rende fragili. Uomini e donne Sensibili. Unisciti al gruppo. Di che ti piace prima di tutti.

La storia del professore me la rileggo ogni volta puntualmente e rutinantemente da secoli. A pensarci bene io ce l’ho un tendine indolenzito. Mentre facevo il modello di pittura (nudo? sí, sí. Ma ti è mai successo che…? Prima o poi ne scriverò). Insomma, ero li che facevo la posizione del reggitore di bicchiere e mi sono indolenzito ma ho resistito perché era il mio dovere di modello di pittura salava mondo. Se all’epoca ci fossero stati i social mica l’avrei fatta quella posa li, qualcuno mi avrebbe raccontato del prof ignoto. Altro che. E comunque la posa quella li l’ho fatta una volta e basta. Basta e avanza. Le altre più relax. Sapeste.

La routine funziona se ti fa bene.

Se ti fa male funziona lo stesso, basta che non te ne accorgi. Un po’ come il veleno a piccole dosi. Pensi che diventi forte ma io ne dubito. Secondo me t’ammazza lo stesso. A rate. Le rate pure sfiniscono le persone. Il sistema creditizio è una routine del cazzo. Il professore era di economia? Non lo sapremo mai. Nel frattempo ricordati di bere il contenuto del bicchiere. Tassativo. Mantenersi idratati.

A parte questa cosa di sorreggere il peso del mondo sulle mie vertebre non ho altre routine.

Mi pare sufficiente. È un periodo di cambio il mio, non sempre di immediata accettazione, ma sto lasciando che il pianeta giri liberamente senza il mio collo sotto. Magnanimità. I miei viaggi spezzano la routine della non routine. La mia autogestione è in continua assemblea. Il dialogo interno neuronale mi interessa più dei tg. Sono all’ascolto del pluripartitismo cerebrale. Siamo un governo eterogeneo e disciplinato li dentro. Ammetto che la disciplina è tutto, organizzarsi è avere sempre qualcosa da fare. In quello sono bravo, anche se a volte è più una scusa per non fare il lavoro prioritario. Tant’è che al rendermene conto mi rutinizzo di nuovo perdendo la routine: ovvero per non ripetermi cambio. Che casino.

Insomma trovarsi una routine a tutti i costi rende la vita più leggera, infatti faccio un intreccio spago-spaghetti. C`ho delle cose che ripeto cosi bene che ho l’impressione di avere deja vu lunghissimi. Matrix è da poppanti. Gente che mi vede due volte lo stesso giorno e mi deve dire che sono già passato. Non succede spesso. Chiamiamola distrazione dai.

La routine dell’errore.

Se mi sbaglio a comprare al supermercato rischio di sbagliarmi altre cinque mila volte. Ci sono bugs da sistemare lo so. Il fatto è questo: bisogna imparare le cose bene dall’inizio altrimenti passiamo la maggior parte del tempo a mettere pezze. Life.

Routine? Abitudine?

Vorrei non abituarmi alla mia casa, al mio quartiere, alla mia città, alle cose e alle persone che ho intorno. Eppure ci sia abitua a tutto. Non sopporto abituarmi ai vicini che cucinano, al rumore dei camion della spazzatura, alle insegne rotte e mai riparate, all’incessante giallume che il tempo dipinge su muri, ai cartelli stradali ovunque, ai rumori chiassosi, ai cialtroni ad alta voce, a chi ti fuma sotto il muso, al pedone vanaglorioso, all’automobilista pilota. L’essere umano si abitua a molto altro e lo protrae anche per molto tempo, poi si sveglia come nella fiaba della bella addormentata e si rende conto che tutto è ammuffito, secco, putrido, marcito, ignorante, brutto. Conseguentemente si cade nell’infelicità, nella routine del lamento di chi doveva pensarci, di chi non ci pensa, di chi dovrebbe pensarci. La routine del non fare nulla nuovo ma continuare cosi. Alla fine del processo inquisitivo ci si abitua anche ai lamenti ed invece che fare la rivoluzione e spezzarle la routine si finisce per tagliarsi le unghie davanti a un nuovo programma tv esattamente identico al precedente. Reality life.

Non mi piace dovermi abituarmi a tutto questo perché a seconda della mia sensibilità posso ancora gioire nel riconoscere l’odore di una città negli oggetti assolutamente impensati, posso confrontare vecchi e nuovi colori e geometrie e forme astratte, cieli azzurri e tonalità verdastre, autunni e latitudini, primizie di primavere, inverni indolenti nascosti dentro un albero, diversi suoni, altrettanti modi di parlare, musicalità, intonazioni, altezze architettoniche, dimensioni degli spazi, divinità delle montagne, infinità del mare. Cerco continuamente la sensazione che da bambini si ha della grandezza delle cose per rendersi conto che non erano poi cosi grandi. Cerco le magie che giocano con la mia percezione. Non mi abituo a certe procedure e le ricontrollo più volte perché ogni volta ho una missione diversa. Sono contento che le mie missioni siano per lavoro, e sono contento che faccio il lavoro che amo.

Se svolgessi il lavoro con routine non lo amerei più, lo lascerei. Non mi amerei. Se è per questo è già successo, non certo senza rivoluzioni. Eppure ammetto di aver bisogno di certi rituali. I rituali risultano essere cose non ben definite ma molto spirituali. Non li puoi descrivere, li puoi vivere. Ti rendi conto solo quando te lo ritrovi davanti come uno specchio, quando qualcuno fa la stessa cosa. O il suo opposto. Come salutiamo, come sorridiamo, come beviamo il caffè, come ci infiliamo i pantaloni, come mettiamo le chiavi in tasca, come entriamo in macchina, come aspettiamo, come ci accarezziamo, come spostiamo un ciuffo, come stiriamo una piega della camicia, come ci sentiamo osservati, come allacciamo un bottone, come alziamo il dito medio. Piccoli miracoli personali.

Le dipendenze non sono rituali, né riti, sono una obbligazione a stare a casa tua ovunque.

Attenti a non confondersi i riti e rituali con le dipendenze. “Se non prendo il caffé la mattina non sono persona. Non parlatemi se prima non ho bevuto il caffé! Il mio regno per un caffé. eh sí il caffé è proprio una abitudine! Caffettino come da routine?”. Farei volentieri lo gnomo che nasconde il caffé in casa di questa gente per vedere di nascosto l’effetto che fa. Svolgerei birbante il ruolo di un Puk contemporaneo tuffandomi dentro le tazzine del bar per prendere a schiaffi quei nasi insensibili. Me ne starei quatto quatto in mezzo ai capelli spettinati tappando gli occhi a quei turisti che passano metà della loro vacanza cercando un caffé come si deve, come a casa, perdendosi senza ombra di dubbio centinaia di opportunità diverse dal loro caffé di routine. “Siamo andati ai Caraibi. Com’è il mare? No no, il posto è bello per carità, ma il caffé non me ne parlare. Invece sai, noi siamo andati al Polo Nord, e devo ammettere che li il caffè non è male, peccato che con quella cazzo di aurora boreale non te lo godi”.

Uno rompe tutte le routine e ritrova il gusto della routine.

Uno viaggia e come nelle fiabe rompe la propria routine, finalmente capisce qualcosa. Prende coscienza che può fare a meno del proprio caffè, delle proprie routine, si abbandona un po’ a quello che c’è. Caga in una tazza diversa, si sorprende che ce la fa. Torna e dice: non ho mai dormito meglio come quella volta: sopra i sassi nudi, faceva anche freschetto ma che stanchezza! Che ronfate! E quel caffé! E quella tazza! Ci voleva. La cosa si sostiene per un po’ e poi torniamo inghiottiti dal modus senza caffè non siamo persone. Tutti noi abbiamo questi caffé in testa. Questi viaggi invece aiutano. Sono grato quando me ne accorgo e me ne libero. Nutro ammirazione con chi viaggia per la prima volta e si illumina sulla via di Damasco, poverini. O meglio, che culo! Certo, gli viene lo shock da “non routine”. Prima rischia l’infarto secco e poi quando sente che anche su Marte c’è ossigeno si sente come un bambino nudo sulla spiaggia: libero e la possibilità di pisciarsi addosso sul bagnasciuga senza vergogna. Che incomparabile sensazione!

Se volevo stare solo a casa mia non viaggiavo.

Poi viaggi o cerchi di prepararti qualche traslazione. Leggi gli slogan che parafrasano “viaggia come a casa tua, siamo in capo al mondo e abbiamo portato il tuo caffè 5 stelle, la tua marca qualità 5 stelle e te lo facciamo nel modo 5 stelle come piace a te, anzi anche meglio”. Io non voglio stare come a casa mia, voglio stare diversamente sennò me ne stavo a casa mia. A parte il fatto che nel 70% dei casi sto sempre a casa di qualcun altro e prima o poi scriverò anche di questo. Se dovessimo proprio parlare di lusso del servito e riverito o del comfort da non sentire nostalgia … allora mettimola cosí: il lusso va benissimo, purché sia local. Non i soprammobili o le minchiatine. Però boh. Mi sto facendo l’idea che quel lusso, è proprio lusso per me e me lo tengo per me e per pochi altri. Mi accontento di un lusso dove le cose hanno carattere non una pubblicità sopra. Ce l’ho un’amica che è CEO di una catena di hotel con carattere. Non che io vada li ancora, sia chiaro, sai il budget, ma se sei in ascolto (o in lettura) cara, possiamo sempre fare un exchange.

La Transumanza è l’illusione di rompere la routine.

Ti fai una bella vacanza in un villaggio vacanze a brucare l‘erba del vicino che per un anno intero non ti faceva dormire da quanto ce l’aveva verde. Verde tu d’invidia. Mo si! Queste sì che sono soddisfazioni!

Sharing is Caring.

Allo stesso modo ti rendi conto che le tue routine sono lezioni per altri. E viceversa. Condivisione. Un giorno o l’altro ti renderai conto che la tua routine è cambiata in modo naturale. Anche il tuo intorno. Ricorderete i tempi bui di quando diventavate persone con un caffè fatto dentro il calzetto. Siete felici ora. Non avete transumato, avete vendemmiato e fatto del vino. Avete una buona annata. Aprite il vino, sorseggiate. Ubriacatevi di nuove routine.

Non routine. Puzzle my mind.

Condividere la non routine è una sfida. È metafisica? Come si fa a condividere qualcosa che non c’è e che non hai? Un po’ come condividere l’invisibile. Roba da mimi professionisti. Eccoci qui.

La routine frammentata sono pezzi sciolti da incastrare a piacere.

La pratica random delle routine è la cosa più semplice ed è molto poetica. A me piace avere routine attive nelle tasche, tirarle fuori quando mi va. Un po’ come le vele di una barca. Basta tenerle tutte un po’ a mente e spiegarle quando serve.

Rivendicare la routine del dolce far nulla è un atto di ribellione sociale di questi tempi.

È giusto essere perditempo senza vergogna. C’è un sacco di nulla nel mezzo. Nella vita dico. Un sacco di nulla vuol dire un sacco di momenti che non succede nulla, non dai né ricevi, sei li che fai un mucchio di niente al tempo. Sei li che lo impicci, stai sulla porta. Eppure anche quello serve. Spero. Annoiarsi. Come l’estate da noi. Dalla noia alle stelle. Se non ti annoi guardando le stelle come ti viene in mente di fare l’astronauta? C’è una istallazione contemporanea giapponese dove una lancetta enorme impasta i visitatori che fuggono in senso circolare. La lancetta li spatola per bene. Ecco quella roba li è per gente che fa di tutto pur di non annoiarsi. I giapponesi son forti.

L’anti-routine. L’importanza della prima e dell’ultima volta, l’inizio e la fine. Cosí primitivo. Cosí semplice e cosí bello.

Fare le cose per la prima e per l’ultima volta. Sbagliarle. Ricominciare. Lasciare le cose a metà. Fottersene. Farsi l’esperienza nuova anche a novanta anni. Ripetere la stessa cosa in 100 modi diversi. È così importante a teatro avere questa filosofia che sembra un tormento nella vita non voler essere cosi.

La routine infinita. Non lasciarmi mai. Vietato parlare di morte.

Il piacere di leggere un libro e di vedere un film sta che quando finisce finisce. Lo scrittore ed il regista per ragioni loro han detto “fin qui”. Che palle una storia senza fine! Va di moda al giorno d’oggi predicare l’immortalità con la routine delle serie televisive. Non finiscono mai. Ti tengono incollato li sperando che succeda qualcosa che non succede. 100 capitoli aspettando, vivendo la souspance. Sarà che ho 35 anni, ma mi viene un’ansia. C’è una aspettativa cosi alta che quando la fine, è di merda. La gente si incazza. Un’altra stagione. Euforia. Togli tu la droga a un tossico e vedrai lo stesso. I finali sono tutti uguali. Le serie finiscono in un solo modo: con la consapevolezza di avere di nuovo una sera a settimana vuota. Mica che domani amerai di più i tuoi figli. Poteva finire diversamente ed invece finiscono tutte cosi. Dopo 100 personaggi morti dovuti a stipendi bassi degli attori. Nella realtà non si parla di morte. La morte è il male, è negativa. Non si muore in pace. La gente non muore, rimane a casa vedere in tv la gente che muore. Mettersi endovena di Netflix due settimane di fila e poi dire: dopo questa ricomincio a vivere. Basta un cazzo. Non finisce mai. C’è la scusa di imparare una lingua, la scusa che piove, che fa freddo, la scusa che fa caldo, la scusa che siamo soli, la scusa del lavoro, la scusa della disoccupazione. Le serie son belle lo so. Sono di quelli però che dicono qui inizia e qui finisce. La terra è tonda ma se fosse piatta oggi non finirebbe mai. La gente nasce e la gente muore. Voglio imparare che la vita è un circolo che si ripete e non una serie. È una storia che rivedo in 10 film diversi non la stessa che non vuole terminare. E gli indici d’ascolto che cambiano i finali e le stagioni … metteteveli in culo. Un po’ di orgoglio creativo. Siate artisti. Imponete l’Arte. Pippaioli! Scrivete finali belli che essi sono il 50% di un buon spettacolo.

La fine.