IL VIAGGIO, LA GITA, LA VITA.

27 FEBBRAIO 2016 Barcelona airport to London

Oggi all’aeroporto ci sono delle gite. Le gite della scuola. Quelle gite li, ambite da tutti gli studenti. Forse.

Il profilo è standard: 18 anni circa, naturalmente ormonati, mangiano schifezze, abbrufolati o picassizzati, si coprono il corpo con tendenze fashion in modo preciso ma apparentemente illogico, hanno quel sorriso nervoso di chi non è abituato a sta roba qui ma che se ne fotte e “sono felicissimo di condividerlo con te my very best friend”, o mostruosamente con i compagni di merenda. Beati e tranquilli di appartenere a un gregge di queste dimensioni pascolano rompendo le leggi quadrate degli aeroporti. Nella sala comandi posso immaginare i sonnolenti vigilantes mearse de risas o cagarse en todo. Sono spagnoli ma se fossero di Roma poco cambia. Li incontro prima dell’imbarco e mi viene in mente come è cambiato il modo di fare sta cazzo di gita.

Per noi prendere l’aereo era… era più facile farsi pisciare in bocca. Un incubo. Penso ancora al quinto chissà perché. Forse perché mi sembra mille anni fa. Oh, mica tanto, eravamo anche noi agli esordi di Ryanair, ma che pensi? Ai corsi di aggiornamento i prof sicuramente parlavano di carta stampata, i libri di testo, qualcos altro di pesante, mentre il mondo già si imbarcava leggero leggero con solo un bagaglio a mano in quello che sarebbe diventato lo status vivendi degli anni a seguire: vedere il mondo con due spicci.

Adesso con i low cost ti conviene di più andare un fine settimana a Oslo a trovare Ivano il tuo amico afficato piuttosto che andare a trovare tuo zio Peppe a Case Vecchie frazione di Stainculoailupi. Ti conviene invitare i tuoi parenti ad Amsterdam a metà strada tra il possibile e il se torno non ho tempo di dormire.

Noi a quell’epoca eravamo ancora ai soldatini, eravamo stoici, eravamo stronzi: viaggio indietro nel tempo con l’autobus di quasi penultima generazione. Quasi. In fin dei conti quel lungo viaggio era in tutto e per tutto il fax simile di un viaggio della speranza. Fosse finito a Lourdes nessuno avrebbe detto nulla. Invece finimmo a Parigi. Figa cazzo! Dopo 15 ore però le nostre giovani spine dorsali erano curve come sassofoni e bassotube.

Nonostante ce lo facessimo piacere in tutti i modi (giocando, scherzando e dormendo) rimango dell’idea che il viaggio della gita dava un motivo a chi si drogava per continuare a farlo. Io no, io ho sempre creduto come un baccalà che quello fosse il romantico sacrificio, e stavo li sognando il mondo fantastico del giramondo globetrotter con lo zaino, tanti chilometri e poche docce. Ad oggi mi si allargano le narici e sbuffo al pensiero che il nostro volo è completo e qualcuno dovrà viaggiare infilato dentro un panino all’olio. Proprio come allora. I nostri 18 anni avevano la prospettiva di Dante davanti un Caronte a fine turno: meno chiacchiere poeta o te la fai a nuoto!

Oggi siamo a un passo da tutto e tutti, e penso che a 18 anni risulta essere una lezione importante imparare a viaggiare. Mi chiedo se ci sia una educazione al viaggio (si vabbé manca quella sessuale figuriamoci… conoscendo i geni dell’educazione si finisce per andare a troie in aereo). Se esistesse, ad ogni modo, cosa significherebbe? Penso al Banzo, della radio Contrabbanda che non si droga ma ci deve essere caduto da piccolo in qualche acido dell’appennino romagnolo, quando dice che per lui che viene da li in mezzo viaggiare è un trauma, e già avere traslocato dall’Italia a Barcellona è un grande risultato. Tutto il resto, spostamenti, camminamenti, traslazioni di seggiola, probabilmente anche quelli quotidiani gli procurano in forma lieve la stessa ansia. Mi chiedo se è cosí anche per me, per noi, per la mia generazione, per quella precedente, per tutti. Non come il Banzo, ma lui come esempio esagerato. Forse sí. Si tratta di uscire da quella zona di comfort che ci protegge quotidianamente, con mezzi di fortuna. Con qualsiasi mezzo. Anche le scarpe sfondate, le ruote bucate, i biglietti scaduti, i panini smangiucchiati, le serie iniziate, ferie finite, fidanzate arrapate, scudetti promessi, scommesse aperte, case chiuse, chi più ne ha più ne metta.

Non c era mica la materia viaggiare. Non c era mica skyscanner, a malapena sapevi il nome di un aeroporto. E guardati oggi, in mezzo a gite che sicuramente sono al loro ennesimo volo. Io sono un vecchio borbottone e ora il bastone e la mia schiena (colpa del bus del 1999) farebbero bene ad accompagnarmi solo davanti i lavori in corso davanti casa. O fsorse siamo veramente cosi tanti e cosi dementemente popolosi che ci mette pensiero anche trovare un parcheggio o un posto seduto in tram, figuriamoci la gita del quinto. Sono combattuto, o questi sono educati o iper educati…in ogni caso mi immagino cosa avremmo potuto fare nel 1999. «Kzzz kzz qui il comandante di bordo, si prega di restituire le ali! Kzz». La zona di comfort è una opinione.

Quella zona di comfort, quella vera, dicono, si allarga. Più esperienze ed in questo caso viaggi,si fanno, più sei a tuo agio. Sti ragazzi lo sono. Invidia? Ammirazione? Entrambe. Che dire, C è gente, che io conosco, che ormai fa il giro del mondo seminando molliche di pane da ogni mezzo. Non è raro che io incontri e conosca persone cosi. Sentirsi terribilmente provinciale e medievale è come rimanere davanti al buffering per un tempo infinito.

Avete mai visto a quelli che ormai sono anestetizzati dal viaggio in se e sono catapultati in un’altra dimensione? I commuters thousand miles. Sembra vengano dal futuro. Immuni a tutto. Giacchetto primavera e goodbye everybody. Ho come la sensazione che il viaggio sia la cosa meno eccitante per loro, gli extra-travellers. Quando torno a casa, quando cioè sono focalizzato a trascorrere del tempo in famiglia, amici, mantenere relazioni, riempire la mia “agenda” il più possibile, insomma, vorrei ostentare questa leggerezza nonostante i trilioni di chilometri e trasbordi, gente che ti urta, cartelli, attese, file, pagamenti, stop, parti, stop ancora e via cosí

Non posso vedere tutti, fare tutto, si fa quel che si può, il viaggio assume per certi versi una sensazione di grande trasbordo. Inizia con un aereo e finisce con un altro aereo al ritorno… è tutto viaggio. Se salto qualche impegno ci sto male. Tutta colpa di una mera sopravvivenza mentre cerco di rispettare le regole del «club del viaggiatore», se non le rispetto non succede nulla, sí è un peccato ma è parte del viaggio.

Cosí oggi io trasbordo a Londra, focalizzato a fare i miei “business” (anche a farmi i cazzi miei in senso professionale), mentre loro i giovanotti in gita, stanno imparando a viaggiare…questa è la loro base da qui a 15 anni: il metro di misura. Quando si viaggia il cervello immagazzina una quantità di materiale da riempire tutti gli hard disk mai aperti di materia grigia. Tu. non lo sai e non lo devi sapere altrimenti gli diresti al tuo cranio disabitato di lasciarlo a loft sfitto. Per tua fortuna però mentre c hai dei momenti di nero (e ti assicuro che ce l’avrai) il gulliver rilascia sensazioni, ricordi, immagini. Le 15 ore piegate in nel bus del quinto nel 1999 sono il miglior modo di viaggiare nel peggior modo di viaggiare. Io stesso sono una immagine ora, sono il ricordo sbiadito di un futuro prossimo. Io non sono io, ma un personaggio nel blog di un tipo orribile senza capelli tra 15 anni. Sono il tipo con il cappotto bluette con una valigia blu, con lo zaino giallo e i baffi a punta. Non mi conoscono ma uno di loro forse un giorno riuscirà a immaginare una storia su di me, quindi solo allora mi conosceranno, o meglio mi riconosceranno.

Cosí come io faccio con certe persone, mi ispiro da queste immagini che attraversano città, aeroporti, stazioni. Perché non loro? Perché non ispirarsi a chi semplicemente ci da un flash. Una stella cadente. Non è forse cosi che si esprimono desideri?

Perché, alla fin fine, diciamocelo, i nostri amici ci daranno inidicazioni di dove andare e cosa fare, come comprare e chi incontrare, ma quello che vorremmo imparare finda giovani è: che tipo di viaggiatore sono? Cosa mi piace, e come? Come mi visualizzo viaggiando?

Le ipotesi o le paure ci impediscono di rompere la barriera del comfort. L’educazione al viaggio è una materia che vince su tutte.

Non mi stanco di ripetere che concepisco la vita come un viaggio. Per fortuna non è un’idea mia. Come idea mi sembra proprio la più antica del mondo. Un’idea che mi fa pensare ai primi uomini, nomadi, saggi vivitori che vivevano del luogo in cui si trovavano solo con lo stretto indispensabile per poi lasciarlo, muoversi altrove e farlo sviluppare ancora, giammai prendendo il sopravvento, impoverendolo.

Il viaggio come pausa, come valvola di sfogo, come turismo, come parentesi. Bello ma limita la capacità di avvicinarsi alla globalità della vita, al tutto, all’insieme, alla unicità, al collegare i puntini dell’Universo. Si dovrebbe prima viaggiare e poi andare a scuola.

(Se ora scrivessi dei bambini che si fanno ennantacento kilometri per un giorno di scuola andrei off- topic ma mi son venuti in mente. Che belli.)

Ecco quel che vedo mentre decolliamo. La gita diventa il rituale dall’infanzia all’età adulta. La mente si schiude a nuovi orizzonti. Ogni volta che viaggio, ho voglia di sentire anche io questo rituale ancestrale, anche minimo. Sacrifico il mio tempo (passato, presente e futuro) e lo offro all’Universo affinché si trasformi in vita. Ogni volta il rituale si ripete per continuare ad alimentare il fuoco sacro che abbiamo dentro. Il fuoco del culo inquieto, curioso, scopritore esploratore che esiste nonostante la tv dica: ma chi te lo fa fare scemo. Quella luce interna che “Gecko” mette in una scatola di cartone e che assuefatti da una vita di obblighi consegnamo al termine di un trasbordo su un tapis roulant. «(Geko=compagnia teatrale inglese)»

L’immagine di questi agnelli spaesati in corpi di adolescenti brufolosi, mi restituiscono il mio viaggio. Mi ricordano di onorare il mio tempo, di offrirlo all’Universo, al mio Dio interno con l’unico obiettivo di rendere ogni attimo unico. E ora posso anche slacciare ste cazzo di cinture che abbiamo preso quota.