Dettaglio del mosaico del Giudizio Universale nella cupola del Battistero di San Giovanni a Firenze

Obsessus a daemonio

di Andrea de Cesco e Federica Scutari

Dalla Stazione Centrale di Milano saranno dieci minuti a piedi. Il palazzo che ospita il “Servizio Diocesano Gerasa” è antico, di mattoni rossi. Scala B, quarto piano.

I corrimani sui muri bianchi e i pavimenti marroncini farebbero pensare a un ospedale, se non fosse per le targhe appese alle porte rosse: “Sala esorcismi 1”, “Sala esorcismi 2”. Pietro, il segretario, invita gli ospiti ad aspettare il proprio turno in una sala d’attesa con il tetto spiovente: alcune persone pregano sedute sulle sedie a disposizione, rivolte verso il tavolo su cui si erge una statua della Madonna; accanto, la scatola delle offerte e alcuni depliant. Sulla parete un imponente crocifisso.

«Siamo qui da due anni. All’inizio accoglievamo la gente nella cappella in cortile: i due esorcisti che operano al Gerasa aspettavano in sagrestia», racconta padre Antonio Salvatore Bernasconi, 73 anni. «Ma a causa delle urla e di tutte le manifestazioni non si poteva più stare giù. Nel palazzo c’è anche una scuola per disabili… Ora stiamo preparando una camera insonorizzata». È il 2012 quando il cardinale Angelo Scola nomina dodici nuovi esorcisti nella Diocesi di Milano. Viene istituita un’apposita segreteria diocesana, attiva ogni pomeriggio da lunedì a venerdì. «Da allora abbiamo ricevuto oltre ottomila telefonate, tra le dieci e le venti al giorno. Il mio compito è quello di filtrarle: mi occupo dell’ascolto e del discernimento. Bisogna capire lo stato di salute mentale di chi chiama», prosegue Bernasconi. «Su cento persone che vengono qua, novantotto non hanno problemi legati al demonio. Però non è che gli altri li caccio via con una pedata sul sedere. Vorrei creare in questo ambiente una rete di psichiatri, psicologi e psicoterapeuti».

Al Gerasa arrivano persone da tutta la penisola. Spesso si tratta di individui che hanno già consultato degli esorcisti, senza però rimanere soddisfatti. Altri invece sono reduci da anni di terapie psichiatriche fallimentari e una buona parte ha tentato persino la carta della stregoneria. «In molti casi questi soggetti non riescono a condurre un’esistenza normale», dice lo psichiatra Valter Cascioli, portavoce dell’Associazione Internazionale Esorcisti. In Italia ci sono circa trecento esorcisti: sono quei sacerdoti che hanno ricevuto una nomina specifica dal vescovo della propria Diocesi e i vescovi stessi. Il patentino dura cinque anni ed è rinnovabile, ma ce ne sono anche di validi solo per casi limitati.

L’esorcismo è un sacramentale, vale a dire un rito cattolico con particolari effetti a livello spirituale. Gli “strumenti del mestiere” sono la stola viola, il crocifisso, l’acqua benedetta e il Rito degli esorcismi e preghiere per circostanze particolari (versione italiana del De Exorcismis et supplicationibus quibusdam di papa Giovanni Paolo II). «Molti sacerdoti non credono nell’esorcismo, alcuni perché hanno paura di Satana», sostiene padre Bernasconi. «Inoltre i giovani preti durante il seminario non ricevono più l’esorcistato».

Eppure sono sempre di più coloro che si rivolgono all’esorcista, senza differenze di sesso, cultura, origini o età. Basta osservare i frequentatori del “Servizio Diocesano Gerasa”: una distinta signora bionda accompagnata dal marito, una donna disabile insieme agli anziani genitori, un uomo sulla cinquantina con una giacca di pelle, una sudamericana preoccupata per la figlia («Da quando sono iniziati i problemi casa nostra è invasa da insetti tutto l’anno»).

«In questo momento nel mondo è in atto una lotta tra il bene e il male. Sono moltissime le persone convinte di essere vittima del demonio, che agisce secondo modalità differenti: oltre alla più diffusa tentazione, ci sono anche l’ossessione, la vessazione e infine la possessione. Nel caso dei luoghi si parla invece di infestazione», specifica l’esorcista di origini canadesi François Dermine, 67 anni, presidente del Gruppo di ricerca e di informazione socio-culturale. «Le cause dell’azione diabolica passano per il ricorso alla magia, all’occultismo, all’esoterismo e alla parapsicologia. I casi di satanismo sono sempre più frequenti». Ma se una persona vuole danneggiare un’altra — continua padre Dermine — il modo “migliore” è farle bere o mangiare qualcosa che è stato maledetto. «Ha un’efficacia maggiore perché il maleficio si annida all’interno dell’apparato digerente e richiede più tempo per essere combattuto. Una persona posseduta ha sputato di fronte a me un gomitolo di ferro. In genere gli esorcismi devono andare avanti per mesi o anni prima che l’individuo venga liberato».

La difficoltà sta nel distinguere tra chi ha problemi di carattere psicologico e chi di tipo spirituale. «La possessione diabolica può mimetizzarsi fino a nascondersi dietro una malattia mentale», dice Valter Cascioli. «I sintomi più comuni sono l’avversione al sacro, reazioni violente e immotivate in persone di tutt’altra indole, una forza sovrumana, parlare lingue ignote, la conoscenza di cose occulte, la levitazione, la psicocinesi e la chiaroveggenza».

Al di là dei sintomi, l’ascolto e la preghiera sono gli unici strumenti validi per capire la natura del disturbo. Lo sa bene padre Bernasconi: «Quando qualcuno si rivolge al Gerasa, passa prima da me: innanzitutto parliamo e poi procedo con una preghiera di liberazione. A seconda della reazione, decido se fargli fare un esorcismo diagnostico». «Bisogna accogliere tutti a prescindere dal tipo di difficoltà», sottolinea Francois Dermine. Non a caso l’esorcismo è chiamato anche “ministero della consolazione”.

Il ruolo del discernimento è fondamentale soprattutto perché gli esorcisti sono oberati di richieste. «C’è un bel giro perché il nostro servizio è gratuito, poi se uno vuole fa un’offerta. I soldi ci servono per comprare le cose necessarie, come la carta igienica», spiega padre Bernasconi. «Gli esorcisti non hanno un compenso». Bisogna ammettere che il piano occupato dal “Servizio Diocesano Gerasa” è sempre in ottimo stato. La donna delle pulizie si aggira discreta, incurante dei pianti e delle urla provenienti dalle stanze. «Dimmi il tuo nome! Dimmelo! Sei Satana? Sei Belzebù?». «Vade retro Satana! Esci!». «Tra quando te ne andrai? Devi liberarla!». «Chi siete? Quanti siete?». Quest’ultima domanda può sembrare strana, ma la si comprende ascoltando la testimonianza di Francesco Vaiasuso, quarantacinquenne siciliano che nel libro La mia possessione racconta di come sia stato liberato da 27 legioni di demoni.

Affresco del Giudizio Universale nella Cupola del Brunelleschi, Cattedrale di Santa Maria del Fiore a Firenze

«I demoni non hanno né un nome né un’entità propria: amano ingannare. Vengono chiamati con il nome del vizio di cui sono portatori. Ma l’unico vero appellativo è Satana».

Renzo Lavatori, 78 anni, è un demonologo. Anni e anni di studio della Bibbia e della storia del cristianesimo, di raccolta di documenti pontifici hanno dato vita alla sua Antologia diabolica, una rassegna di testi sulla personificazione e azione del diavolo. Come spiega Lavatori, il demonologo non ha esperienza diretta di Satana, ma conosce molto bene la teoria. «L’esorcista parte dalla pratica, ma l’apparenza può rivelarsi illusoria perché al demonio piace nascondersi. Perciò deve avere anche una preparazione dottrinale». Gli esorcisti, lamenta il 78enne, spesso sono poco prudenti e la loro competenza sulla demonologia è piuttosto scarsa. Spetta al demonologo stesso il compito di istruirli.

Il tema della formazione è molto sentito nel mondo dell’esorcismo. Come imparare ad affrontare la realtà demoniaca? Proprio per rispondere a questa domanda undici anni fa a Roma è nato il “Corso sull’esorcismo e la preghiera di liberazione”, organizzato dall’Istituto Sacerdos dell’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum, dall’Associazione Internazionale Esorcisti (Aie) e dal Gruppo di ricerca e informazione socio-religiosa (Gris). Il corso si tiene una volta all’anno e dura sei giorni. Costa trecento euro, mentre chi vuole la traduzione simultanea in inglese o in spagnolo deve pagare duecentocinquanta euro in più. «Ogni anno si iscrivono circa centocinquanta persone provenienti da tutto il mondo. È il primo corso del genere a livello internazionale», spiega Giuseppe Ferrari, segretario del Gris. «Tutti i sacerdoti possono partecipare, ma ci sono anche medici, psichiatri, legali, assistenti sociali, operatori pastorali, persone che collaborano con gli esorcisti. I laici devono presentare la domanda motivazionale firmata dal vescovo della Diocesi di appartenenza o da un altro sacerdote».

Gli argomenti trattati durante il corso spaziano dal campo teologico a quello antropologico, dalla medicina alla giurisprudenza, senza tralasciare la criminologia. «Mi occupo dell’aspetto criminale delle sette, di maghi e guaritori», dice Marco Strano, 57 anni, presidente del Centro Studi per la Legalità, la Sicurezza e la Giustizia, che per due anni ha insegnato al corso. «Secondo i sacerdoti se un individuo partecipa a una setta satanica è più probabile che poi il maligno entri in lui. Quindi ritengono opportuna una conoscenza delle sette».

Altri argomenti trattati sono la tutela legale, aspetti liturgici e canonici e come si svolge il rito dell’esorcismo, ma non ci sono lezioni pratiche. «Il sacerdote deve fare molta esperienza sul campo. Lo stesso vale per i laici, che possono proporsi come aiutanti degli esorcisti», aggiunge Ferrari. «I parroci comuni non sanno come affrontare persone con problematiche legate all’occulto, perché da anni non ricevono alcuna formazione».

L’inserimento del ministero dell’esorcismo nella dimensione locale è un tema molto sentito dall’Aie, associazione privata di fedeli cattolici fondata nel 1990 da padre Gabriele Amorth e riconosciuta giuridicamente dal Vaticano nel 2014. «L’Aie non ha un compito ispettivo», dice il portavoce Valter Cascioli. «Si occupa di formare gli esorcisti, di organizzare incontri a livello nazionale e internazionale, di collaborare con persone competenti in medicina e psichiatria e, soprattutto, di divulgare una corretta informazione su una tematica così complessa».

Affresco dei Dannati all’inferno nella cappella di San Brizio del Duomo di Orvieto

Accanto all’esorcismo vero e proprio esistono anche le cosiddette preghiere o messe di guarigione e liberazione. A differenza dell’esorcismo, qualunque fedele, anche un laico, può condurre questo genere di riti volti a cacciare i demoni e a guarire i malati.

Si tratta di pratiche molto diffuse, ma spesso vengono svolte in modo improprio, motivo per cui diverse Diocesi hanno emanato norme e disposizioni in merito. I laici, per esempio, non possono imporre le mani, alitare sul volto delle persone, aspergere l’acqua santa, fare benedizioni e usare gli scongiuri tipici dell’esorcismo.

Eppure sono numerosi i casi in cui vengono oltrepassati (o quasi) i confini di ciò che la Chiesa tollera. Un esempio è quello del Gruppo di Gesù, guidato dal 1998 dalla 75enne Renata Quarantelli Vivian e da don Antonio Niada. Renata Quarantelli si definisce una “profeta”, ma nel giro della Curia è meglio nota come “la pitonessa” (ignoriamo se ci sia un rimando alla deputata Daniela Santanchè o alla Pizia, alias la sacerdotessa di Apollo presso l’oracolo di Delfi). Ogni venerdì sera il sedicente gruppo carismatico si riunisce all’Istituto San Giuseppe, vicino a via Palmanova a Milano, sede di una scuola.

Quando cala il buio, arrivano loro, i seguaci di Renata. Il salone all’ingresso si riempie di tavolini su cui è esposta la “merce” in vendita: santini, bottigliette di plastica contenenti “acqua benedetta” e rosari. A destra dell’entrata una porta in legno con attaccata la sagoma di un cuore conduce a una grande cappella. Sulle panche siede una discreta quantità di persone: bambini, giovani, adulti e anziani. Sono le 21 di un venerdì di gennaio 2016, la “profeta” è ancora occupata dai colloqui privati con i suoi discepoli bisognosi. «Non più di cinque o sei minuti a testa», recita un regolamento sul sito dell’associazione. Don Antonio è malato, a sostituirlo c’è un semplice religioso, fratello Raffaele.

La preghiera ha inizio. Canti diversi si succedono uno dopo l’altro, ma le cose cambiano quando — dopo circa un’ora — arriva Renata: munita di microfono, inizia una lunga predica, mentre sulla parete dietro di lei vengono proiettate alcune frasi religiose. Il culmine viene raggiunto quando la donna inizia a emettere versi gutturali, a mo’ di litania. Nel frattempo molte persone si accasciano a terra. «Si tratta del “riposo nello Spirito”», ci spiegherà in un secondo momento. «Consiste nell’abbandono alla potenza dello Spirito Santo, che priva momentaneamente delle forze fisiche colui che la sperimenta».

Poi, scortata da un gruppetto di fedelissimi, Renata si avvicina a ciascuno dei presenti. Mormora parole incomprensibili («È aramaico cifrato»), in alcuni casi impone persino le mani. Alcuni depositano sotto l’altare le foto dei loro cari che, pur non potendo essere fisicamente con Renata, desiderano comunque beneficiare dei suoi “poteri”. Fuori dalla cappella un’anziana signora grida a perdifiato. «È un caso molto complicato…», ammicca una donna sulla sessantina con i capelli biondo platino e gli occhiali dalla montatura spessissima.

La stessa anziana signora si presenta qualche giorno dopo fuori dalla cappella del “Servizio Diocesano Gerasa”. In questo caso è un martedì pomeriggio: l’appuntamento fisso della preghiera di guarigione e liberazione attira un centinaio di persone. La messa è condotta da padre Bernasconi e da un esorcista. La cappella è gremita: donne impellicciate e uomini in giacca e cravatta, anziani e qualche straniero. Qui, oltre alle fotografie, alcuni hanno portato persino valigie colme di oggetti da disinfestare. Le preghiere si alternano ai canti, i presenti sono molto concentrati. Attendono con ansia il momento della benedizione, per poi fare ritorno alle proprie case con gli animi più leggeri. Nel frattempo, in cortile, l’anziana signora continua a gridare: ogni volta che si avvicina all’ingresso della cappella il suo malessere aumenta. Terminata la cerimonia, i fedeli le passano accanto con indifferenza, mentre un esorcista tenta invano di calmarla.

Affresco “Come Benedetto libera uno monaco indemoniato percuotendolo” nel Chiostro Grande dell’Abbazia di Monte Oliveto Maggiore, nei pressi di Siena

Nonostante l’esorcismo sia di norma un servizio gratuito, intorno a Satana si è creato anche un vero e proprio business.

Finti esorcisti, presunti guaritori e sedicenti profeti promettono “miracoli” in cambio di offerte più o meno volontarie. La Chiesa non ha gli strumenti per ostacolare la loro attività e ogni tentativo istituzionale cade puntualmente nel vuoto. Uno di loro è Pino Sciarrino, un laico sulla cinquantina che sostiene di aver ricevuto dalla Madonna il “dono” di guarire i malati.

«Ricevo telefonate di persone che dicono di aver visto cose orribili. Una signora di Milano ha una figlia che frequenta l’associazione: le impediscono di vedere la madre perché sostengono sia indemoniata». Siamo a Missaglia, provincia di Lecco. Don Albino Mandelli, 75 anni, vive in una casa verde con un piccolo giardino, accanto alla chiesa. Sciarrino, fondatore dell’Associazione Amici nostra Signora di Lourdes — San Luigi Orione, opera proprio nel paese di cui Mandelli è parroco. Ufficialmente, in una grande villa in mezzo alle colline di Missaglia, Pino e i volontari che lavorano con lui si prendono cura di persone malate, al massimo celebrano qualche preghiera di guarigione e liberazione. Nel sito c’è scritto che il gruppo aiuta «coloro che soffrono nel corpo e nello spirito con la preghiera, con opere di carità e con aiuti concreti». Salta all’occhio la sezione “Aiutare l’associazione”, con l’elenco delle carte di credito adatte a fare una donazione sotto la casella “Sostienici”. «Pino parla di esorcismi o di preghiere di liberazione a seconda di chi si trova di fronte», spiega Mandelli. «La gente va lì per disperazione. Ma è tutto finalizzato al guadagno. Fanno grandi cene per raccogliere soldi, dovreste vedere il lunedì i mucchi di spazzatura fuori dal cancello. La gente fa laute offerte, ci sono stati anche lasciti di case».

Tutto inizia quando un gruppetto di persone benestanti della Brianza compra la bella villa sul cucuzzolo di una collina per aprire una casa di preghiera, secondo loro preferibile alla parrocchia dove «i bambini giocano e basta». «Sono venuti a chiedermi il “permesso”», racconta don Mandelli. «Mi hanno insospettito. Poi ho scoperto che Pino era stato cacciato da Villasanta da don Ferdinando Mazzoleni, che lo aveva “allevato”. Don Ferdinando fa preghiere di guarigione e liberazione, quelle ammesse dalla Chiesa, e lo ha mandato via perché era andato più in là di quello che gli aveva insegnato».

Don Mandelli allora decide di contattare la Curia. Il Vicario Generale dell’Ufficio per l’Evangelizzazione e i Sacramenti, Luigi Manganini, manda una lettera ai sacerdoti in cui li esorta a non fare visita all’associazione di Pino, che non è riconosciuta dalla Diocesi e non ha una chiesa consacrata. Il divieto, dapprima di portata locale, viene poi esteso ai preti di tutte le Diocesi. Perché Pino, per fare quello che fa, chiede l’assistenza dei sacerdoti della zona e molti, in cambio di un compenso, accettano. «Allora hanno iniziato a chiamare i religiosi, che non sono direttamente sotto l’autorità del Vescovo: a loro bastavano i soldi», continua Mandelli. «Addirittura si sono rivolti ad alcuni sacerdoti stranieri che si trovavano a Roma a studiare e si fermavano anche mesi alla villa in cambio di denaro».

Ma la Chiesa, più di così, non può fare. Anzi, grazie a una cospicua donazione al Vaticano, l’associazione è riuscita a farsi inviare da un monsignore la papalina di Papa Francesco come riconoscimento per l’attività di cura dei malati. «Così possono dimostrare che il Pontefice li appoggia», dice con amarezza il parroco. Don Mandelli riceve moltissime visite e telefonate di persone che chiedono della “chiesa di Pino”: «Una volta sono venute qui due giovani spose i cui mariti erano malati di cancro. Si erano rivolte a Pino perché “in giro si diceva facesse miracoli” e lui ha detto loro di togliere i mariti dalla medicina tradizionale. Nel giro di poco tempo i due uomini sono morti».

La villa a due piani dell’associazione è in fondo a un sentiero sterrato, alla fine del quale si apre un grande cancello sormontato da telecamere. Davanti, i “famosi” sacchi della spazzatura.

Il giardino che circonda lo stabile è enorme, sulla sinistra uno scivolo per bambini e un’altalena e, poco più avanti, una piccola grotta con una statuetta della Madonna di Lourdes. Ci accoglie Andrea, un ragazzo allampanato con una perenne espressione di stupore stampata sul volto: «Pino sta mangiando, tra poco arriva. Intanto vi mostro dove preghiamo». Lo stanzone sembra proprio una chiesa: sedie azzurre, pavimento in marmo, colonne rosa e, sulla parete in fondo, l’altare.

Da una porta laterale arriva Sciarrino, che ci invita ad andare nel suo studio. I volontari sono ancora a tavola, sopra i vestiti indossano la maglietta dell’associazione. «Ho iniziato nel 1994 quando la Madonna mi ha dato il dono di poter guarire le persone malate. Non ho studiato, tutto quello che so mi viene dall’alto. Avevo una paninoteca, l’ho dovuta vendere», racconta Pino. L’associazione è a Missaglia dal 2008, «prima ero a Villasanta ma me ne sono andato perché ci sono state delle incomprensioni col parroco». Hanno in progetto anche la costruzione di una casa di cura per anziani: un’idea piuttosto costosa. «Il Signore ci aiuta, i volontari magari offrono ognuno qualcosa e andiamo avanti così». Nella villa arrivano tra le cinquanta e le cento persone al giorno da tutta Italia, prendono un numero stampato su un fogliettino di carta e aspettano. I posseduti veri e propri sono pochi, a differenza dei malati: il 90 per cento è colpito da malefici che causano problemi di salute. «Non è facile capire ma, ti spiego, se hai un mal di testa che non passa vuol dire che c’è qualcosa di diverso», continua Pino. «Se la medicina non fa effetto può essere un maleficio. La cosa peggiore è quando ti fanno mangiare o bere qualcosa di maledetto. In genere mi accorgo di aver guarito una persona quando vomita qualcosa».

Una volta ricevuto il “dono”, Pino ha scelto di rimanere un laico per evitare interferenze da parte della Chiesa: «Se sei un sacerdote ti fermano molto più facilmente, per fare un esorcismo i preti devono chiedere il permesso, è una stupidata». Il cinquantenne non ha mai collaborato con veri esorcisti, ma ci dice che molti vanno all’associazione perché pensano di poter imparare qualcosa: «Ad esempio è venuto monsignor Andrea Gemma». «Lui fa esorcismi però», ribattiamo. «Sì… cioè, preghiere di liberazione. Basta un Padre Nostro detto con fede. L’esorcismo non ha più forza di una preghiera detta con fede. Noi non facciamo esorcismi», precisa. «Solo preghiere di liberazione». Secondo lui alcuni tra gli stessi esorcisti non credono nella potenza del maligno e i loro interventi, se li fanno, sono quindi inutili: «Don Egidio Zoia non crede al demonio. Sono trent’anni che è esorcista e non ha mai fatto un esorcismo, lasciamo stare. Ma io dico, nominatene un altro. A cosa serve?»

Se da una parte esistono sacerdoti che non credono all’azione del demonio, dall’altra ci sono laici che non hanno alcun dubbio. «Sono convinto che sia tutto vero. La prova dell’esistenza di Satana sono le testimonianze delle persone».

A dirlo è David Murgia, 44 anni, giornalista e conduttore della trasmissione settimanale Vade Retro di Tv2000, emittente televisiva della Conferenza Episcopale Italiana (Cei).

Satana, l’esorcismo e l’occultismo non sono temi che la televisione italiana affronta spesso, così Murgia nel 2012 decide di proporre al cardinal Angelo Bagnasco un programma serio, costruito con la collaborazione e la partecipazione di teologi, esorcisti e demonologi. La Chiesa accetta di trasmettere qualche puntata su Tv2000, ma il successo è tale (1 per cento di share) che si decide di farne un programma fisso. Nasce così Vade Retro. «All’inizio davo credito anche ai pazzi che mi chiamavano nonostante non avessero un problema demoniaco. Poi ho iniziato a capire che dovevo fidarmi degli esorcisti», racconta il conduttore. Murgia non ha mai filmato o registrato un esorcismo, anche se ne ha visti molti. «Bisogna avere rispetto per la persona che soffre, oltre al fatto che seguo un divieto doveroso del Vaticano», spiega. «Chi è posseduto si vergogna a raccontarlo. Spesso i familiari non sanno nulla e gli indemoniati non vogliono essere riconosciuti».

Murgia sottolinea che ci sono dei punti su cui si deve insistere per raccontare seriamente temi così delicati: «Il primo è che si deve smettere di dire che gli indemoniati sono matti. Poi, spesso quando ci sono testimoni in studio la gente scappa. La possessione non è contagiosa! Bisogna anche far capire che il diavolo non è ovunque, quella è solo superstizione». Un’altra questione fondamentale è quella del consenso della persona che si sottopone all’esorcismo che, a volte, può riportare danni fisici a causa delle reazioni violente avute durante il rito: «In Italia ci sono un paio di richieste di risarcimento danni da parte degli esorcizzati nei confronti delle Diocesi. Dovrebbe esserci sempre una sorta di assenso firmato per tutelare sia la Chiesa sia la persona posseduta».

La domanda di esorcismo contenuta nel libro “Preghiere di guarigione e di liberazione” del Servizio Diocesano Gerasa

Nella maggior parte dei casi le persone che si rivolgono agli esorcisti hanno in realtà problemi mentali. Ed è per questo che spesso i sacerdoti collaborano con figure professionali come psicologi, psicoterapeuti e psichiatri.

C’è però una condizione che non va trascurata: il medico in questione deve credere nell’azione del demonio, deve ritenere possibile che una persona sia posseduta. «Spesso i professionisti sono scettici: è un comportamento comune, la maggior parte è ateo e convinto che tutto questo sia un delirio», spiega Laura Cantarella, psicoterapeuta. «Tuttavia basta vedere anomalie come il rifiuto al sacro e all’acqua benedetta, la levitazione o la forza fisica sovrannaturale per capire che c’è dell’altro. Ma queste sono cose che la psichiatria tende ad allontanare». E i problemi non finiscono qui. «Molti sacerdoti hanno paura e preferiscono non affrontarla», continua Cantarella. «Durante le preghiere di liberazione, se qualcuno dei presenti ha commesso dei peccati gravi spesso il maligno li racconta ad alta voce tramite la persona posseduta: alcuni sacerdoti evitano l’esorcismo perché consapevoli di ciò».

Anche Vittorino Andreoli, psichiatra e scrittore, crede che la possessione demoniaca sia possibile, anche se finora non gli è mai capitato un caso di questo tipo: «Diversi esorcisti mi mandano persone che, pur credendo di avere problemi di natura spirituale, hanno invece disagi psicologici. Ho assicurato che qualora mi trovassi di fronte un paziente indemoniato mi rivolgerò a loro. Ma anche se finora non mi è successo non significa che escludo sia possibile». Andreoli nel 1973 ha scritto il libro Demonologia e schizofrenia, che spinse Papa Paolo VI a invitarlo a discutere insieme del rapporto tra psichiatria e demonologia. «L’idea del libro mi è venuta dopo l’incontro con un paziente che ogni giorno disegnava demoni, parlava di demoni e si definiva come un demone. Alla fine risolsi il caso con terapie psichiatriche», racconta Andreoli. «Ma è fuori dubbio che vi siano alcuni comportamenti anomali che non rientrano nelle categorie psichiatriche».

«C’è una grande reticenza che impera in ambito scientifico accademico. Servirebbe un maggior approfondimento da parte di psichiatri e psicologi per poter esaminare determinati fenomeni che altrimenti ci resterebbero oscuri», conclude lo psichiatra Valter Cascioli. «Molti psichiatri di fronte a manifestazioni di avversione al sacro scelgono comunque un approccio razionalistico». Cascioli racconta il caso di una donna che da vent’anni consultava esperti della psiche che la sottoponevano a terapie farmacologiche nonostante i suoi sintomi fossero di altra natura: «Sarebbe bastato osservare il fallimento del trattamento per rendersi conto che era necessario un intervento spirituale».

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