Sorelle d’Italia

di Alberto Bellotto e Livia Liberatore

«I nostri genitori pensavano solo a lavorare e tornarsene a casa, non si aspettavano una seconda generazione di figli italiani, che non immaginano di vivere altrove. C’è stato un cambiamento enorme da parte nostra e anche degli italiani, che si devono abituare al fatto che non sono più solo loro ma ci sono anche i musulmani. È una realtà che esiste: siamo italiane musulmane» .

Amal ha 32 anni, è arrivata in Italia quando ne aveva 13, si è diplomata in “Dirigente di comunità” e ora cerca lavoro. Come psicologa perché ha sempre voluto interessarsi delle turbe degli altri. È divorziata. Le piace fare le pizzate con le mamme dei compagni della scuola di calcio di suo figlio di sei anni. Adora l’Inter. Cucina il pollo tajine e le lasagne, legge i gialli di Agatha Christie. In Marocco abitava a Beni Mellal, un paesino dove tra vicini di quartiere ci si offre da mangiare, a tre ore di macchina da Casablanca.

Soraya è nata a Milano, suo papà è egiziano, arrivato in Italia 35 anni fa, la madre è italiana, si sono conosciuti perché abitavano nella stessa strada. Ha 22 anni ed è al secondo anno di Mediazione linguistica e culturale. La compagna di corso, Widyane, perito aziendale, ha origini marocchine, studia arabo e spagnolo, le piace il flamenco. Anche Asmaa è una studentessa, di 19 anni, abita a Gorgonzola, i suoi genitori sono di Mogadiscio, in Somalia. Le piacciono le lingue, il francese e il tedesco sono il suo hobby, vuole viaggiare. È appena tornata da una visita a uno zio materno che vive a Dubai.

Heba è arrivata a Milano da Il Cairo quando aveva due anni e mezzo. Ora ne ha 33 e ha una bambina piccola. Per molto tempo ha letto i libri degli scrittori arabi, ma il suo romanzo preferito è “Il dio delle piccole cose” di Arundhati Roy. Ha lavorato diversi anni nelle case popolari, al Comitato inquilini Molise-Calvairate-Ponti.

«Le cosiddette “seconde generazioni” sono i figli della prima generazione di immigrati», spiega Paolo Branca, professore di Lingua e Letteratura araba all’Università Cattolica di Milano e fondatore del blog Yalla Italia. «Sono ragazzi nati qui o venuti qui per raggiungere il padre o la madre con i ricongiungimenti familiari e hanno fatto tutto o quasi il percorso scolastico in Italia», continua Branca dietro il fumo di una sigaretta, «alcuni sono grandi, sui 35 anni, si sono già sposati e hanno figli, di terza generazione. Alcuni ridono, perché c’è chi li definisce generazione 1.5 se sono venuti qui a 13 anni e hanno fatto le scuole in Marocco».

Italiani musulmani, una nuova realtà meticcia, che è un fatto non una scelta. «Quando la lingua che parli, il cibo che mangi, i libri che leggi, gli amici che hai sono italiani, certo, è ovvio che ti senti italiano», spiega il professor Branca, «però non è che questi ragazzi non sono più arabi, perché sentono musica araba, ne capiscono le parole, tornano spesso nel loro Paese di origine e poi, sono musulmani». Il loro Islam è una forma di fedeltà adattata al contesto europeo, che comprende la frequentazione della moschea ma che ha introdotto tante nuove interpretazioni personali della spiritualità. «In particolare, le ragazze sono interessanti», afferma Branca «sentono che è molto importante per il loro futuro impegnarsi e farsi apprezzare. I ragazzi spesso hanno altro per la testa. Non è un caso che a Yalla Italia, il blog che per anni ha dato voce alle seconde generazioni, su 25 redattori 20 erano ragazze».

Heba porta il velo, verde scuro attorno alla testa, le lascia scoperto il collo e le spalle. Lo ha messo a 23 anni, nonostante sua madre non fosse d’accordo, perché voleva che si notasse che la sua origine era diversa e cercava un riconoscimento della sua persona.

«La donna musulmana è sottomessa, ignorante, si diceva allora, poco tempo dopo l’11 settembre 2001», racconta Heba, seduta su una poltrona fra gli scatoloni, nel suo nuovo appartamento nel quartiere Corvetto. «Volevo mostrare che io invece posso studiare, posso stare bene, posso essere ribelle e posso anche portare il velo», racconta. Di certo, lo ha messo anche per motivi legati alla riscoperta del credo islamico, «ma la spiritualità è diversa dalla religione», riflette, «non si esaurisce nel velo. Riesco a trovare la mia spiritualità leggendo Don Milani, che è stato il mio punto di riferimento quando lavoravo nelle case popolari».

Su una panchina di fronte al Castello Sforzesco, Amal sfoglia il libro “Islam e modernità” di Abdessalam Yassine, un educatore spirituale e filosofo marocchino. «C’è stato un cambiamento, circa cinque anni fa» ricorda, «adesso vogliamo mostrare agli altri la nostra diversità. Che poi, non è diversità. Se hai una maglia gialla, una blu o una col colletto, sempre una maglia è». Amal porta un velo rosso fuoco attorno all’ovale del viso. Lo ha messo anche lei a 23 anni: «Il velo non è un semplice foulard ma un contratto con il Signore. Portarlo ti avvicina alla società e ti fa sentire una persona migliore». Soraya, invece, capelli lunghi, neri, ha fatto una scelta diversa: «Non indosso il velo e purtroppo non prego le cinque volte al giorno, ma questo non vuol dire che vado in giro a ubriacarmi. Seguo la sunna, i comportamenti del profeta sul mangiare, bere, su come relazionarsi». Soraya si è avvicinata all’Islam da due anni, frequenta l’associazione “Giovani musulmani d’Italia”, dove si organizzano incontri con un ospite che conosce bene la religione. «Arriverò a essere una musulmana completa», dice, «apprezzo le ragazze che mettono il velo perché ci credono davvero. Tutto quello che è leggins e magliettine aderenti, trasparenze, nonostante si porti il velo, è comunque sbagliato». Anche Widyane ha deciso di lasciare scoperti i capelli: «Penso di portare il velo, un giorno, ma ho paura che ci potrebbero essere problemi con il lavoro. In generale preferisco non mostrare la mia religione ma praticarla in privato, leggo versetti del Corano a casa la sera, devo farlo da sola, è un rapporto fra me e Dio. Se io portassi il velo gli altri si comporterebbero in modo diverso».

«Noi non abbiamo maggiori competenze degli altri per spiegare il terrorismo. Solo perché gli attentatori si professano musulmani come noi non vuol dire che sappiamo i motivi delle loro azioni».

Amal si appassiona quando racconta le domande che le rivolgono i suoi amici dopo che qualcuno compie un attentato in nome dell’Islam. Frasi come “ma secondo te perché lo hanno fatto?”, o ironie del tipo “che per caso ieri eri a Parigi?”, il giorno dopo gli attacchi del 13 novembre 2015 nella capitale francese, rivendicati dallo Stato Islamico.

Nella sede dell’associazione “Partecipazione e spiritualità musulmana”, in un venerdì sera, a San Vittore Olona, nell’hinterland milanese, tutte le ragazze hanno un qualche episodio da raccontare. «Nostri amici, conoscenti, a scuola o all’università, tendono a fare un’associazione fra noi e il terrorismo islamico», spiega Sara, una delle giovani nella foto di copertina, studentessa al liceo scientifico di Legnano, «mi vedono tutti i giorni in facoltà, usciamo insieme, ridiamo, scherziamo e mi vengono a dire “dissociati, manifesta per dire che non hanno ucciso delle persone in tuo nome”. Ma se uno ti dice dissociati, evidentemente ti sta associando e ti senti offesa». Qualche giorno dopo gli attentati del 13 novembre a Parigi, le ragazze di Psm hanno partecipato alla manifestazione dei musulmani milanesi in piazza San Babila per dire “Not in my name” e hanno scattato selfie con il cartellone “io dico no alla violenza”. Soraya, invece, è andata a curiosare ma poi è tornata a casa:

«Quando mi fanno domande sul terrorismo, mi arrabbio, sono impulsiva, rispondo che non possiamo chiamare l’Isis e dire guarda che non funzionano così le cose, smettete».

Anche Heba, di fronte all’idea di scendere in piazza per dissociarsi dagli attentati, è perplessa. «Ma davvero devo giustificarmi per essere musulmana?», si chiede, «Sono anche io una vittima della loro violenza, adesso ho paura di andare in giro con il mio velo colorato perché sento che c’è qualcuno che non gradisce la mia presenza». Sul tema dei pregiudizi nei confronti dei musulmani, il professor Branca ha la sua versione: «Fra gli italiani, al di là delle strumentalizzazioni politiche, non esiste un serio fenomeno di razzismo, perché l’Italia non ha un paradigma etnico forte né religioso come la Francia con i valori della rivoluzione, ad esempio». Heba racconta di non aver mai avuto problemi. «A parte qualche disgraziato incontro sull’autobus o per strada», ricorda, «di qualcuno che ti dice cose, ti insulta, le mie esperienze sono di relazioni positive, sane».

«Nella nostra quotidianità dimostriamo ai nostri amici che siamo persone normali ma chi non ha mai incontrato un musulmano può avere molti pregiudizi», racconta Amal, durante la riunione di “Partecipazione e spiritualità musulmana”.

Le ragazze dell’associazione lavorano per spiegare la loro religione ai curiosi, per chiarire che digiunare durante il periodo del Ramadan non significa stare 24 ore su 24 senza toccare cibo, per far capire la pratica della preghiera cinque volte al giorno. Come tutte le ragazze che abbiamo incontrato, anche loro sono impegnate nel volontariato. «Qualche mese fa siamo andate a fare visita agli anziani di una casa di riposo», sorride Amal, «c’era una banda musicale che suonava e noi ci siamo messe a ballare con i presenti e a parlare con loro. Erano sorpresi, non è che tutti i giorni vedono persone col velo lì da loro». Poi continua:

«Ora ci piacerebbe aiutare i profughi siriani che arrivano in stazione centrale, oppure fare volontariato in un centro di oncologia. Sappiamo che il cambiamento della società parte da noi».

Asmaa, da grande, vorrebbe lavorare nel settore delle relazioni internazionali, nella cooperazione per lo sviluppo delle popolazioni deboli. È impegnata nell’associazione di volontariato Islamic Relief e frequenta la moschea, la domenica pomeriggio in via Quaranta, il venerdì a Cascina Gobba. «È un centro nuovo e molto aperto», racconta, mentre fa un cenno di saluto a una compagna di studi nell’atrio della facoltà di Mediazione linguistica, «però è assurdo che in una città multiculturale come Milano non ci sia una vera moschea». Heba, invece, ha a cuore le periferie della città. Zone disagiate, dove ha lavorato per molti anni, nei palazzi dell’Aler della zona Molise-Calvairate-Ponti. Adesso, da qualche mese, fa l’educatrice in una comunità per minori non accompagnati.

«I miei genitori hanno avuto una vita diversa dalla mia, perché hanno vissuto la guerra, la povertà. Con loro ho un rapporto molto bello, hanno sempre sostenuto la mia passione per il francese».

Il padre di Asmaa è arrivato in Italia negli anni 80 per studiare, la madre più tardi, quando in Somalia è scoppiata la guerra civile. Sono nati nello stesso ospedale di Mogadiscio, ma si sono conosciuti a Milano. I genitori di Heba vennero qui negli anni 70. Da loro, Heba ha imparato il valore dell’impegno: «Devi studiare, devi trovare lavoro, me lo hanno detto sempre, anche con severità. Abbiamo visioni diverse, è normale, loro hanno vissuto per gran parte del tempo qui, ma la loro prima parte di vita è stata a Il Cairo».

Il sociologo Sayad Abdelmalek parla di “doppia assenza” per indicare che chi va via dal suo Paese sente di non appartenere al cento per cento né alla società dove è nato né a quella presso cui risiede. Ma la sensazione di assenza dal Paese e dalla cultura d’origine è più lieve per i ragazzi della seconda generazione. «Non parlo bene l’arabo. Quando ero piccola, mia madre mi insegnava l’alfabeto», racconta Widyane, «adesso lo studio all’università e lo parlo ad agosto, quando vado in Marocco per le vacanze».

Per i genitori delle ragazze, immigrati di prima generazione, l’Italia è la seconda patria, una seconda vita ottenuta spesso dopo aver attraversato situazioni difficili, è un luogo dove sentirsi un po’ più ospiti che protagonisti, lavorare e vivere in modo tranquillo. Per Amal, Heba, Soraya, Widyane, Asmaa, l’Italia è il primo e unico Paese. Qui hanno studiato, qui hanno fatto nuoto, ginnastica artistica, qui vogliono lavorare e partecipare alla società per migliorarla. Desiderano essere riconosciute e rispettate nella loro diversità e sognano un’Italia che valorizzi il fatto che loro pregano un altro Dio.

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