Il pensiero fragile. Breve storia della schiavitù 2.0

18 Ottobre 2013

Il concetto di egemonia è un concetto che allo stesso tempo comprende e trascende altri due concetti: quello di cultura e quello di ideologia.
Egemonia supera il concetto di cultura per l’insistenza a collegare il processo sociale globale a specifiche attribuzioni di potere/influenza e nel riconoscimento della globalità del processo supera il concetto di ideologia.
Egemonia è tutto un intero corpo di pratiche e speranze, entro tutto l’arco del vivere e dei vissuti di classi particolari.
Il concetto gramsciano di egemonia si contrappone, nei Quaderni del carcere, all’idea di dominio.

Secondo Antonio Gramsci[1] la supremazia di un gruppo sociale si manifesta in due modi: come dominio (coazione) e come direzione intellettuale e morale (consenso).

Obiettivo dell’egemonia è il senso comune. O per dirla alla Gramsci la pluralità dei sensi comuni, in quanto a seconda delle diverse stratificazioni dei gruppi sociali di una medesima società esistono, prendono forma, coesistono e confliggono più sensi comuni.
Il senso comune non è qualcosa di irrigidito e immobile, ma si trasforma continuamente, arricchendosi di nuove informazioni e opinioni entrate nel costume o negli ambienti sociali e mediatici

Per Marshall McLuhan[2] i media non sono strumenti non sono canali neutri che influenzano le persone esclusivamente attraverso i contenuti che veicolano, bensì ambienti complessi ce agiscono in profondità sul corpo e sulla psiche.

Ciò che conta è l’architettura del medium, più dei contenuti che veicola: la facilità con cui chiunque, anche soggetti privi di ogni competenza culturale tecnologica, viene messa in condizione di pubblicare.
McLuhan ha concentrato la sua attenzione sull’individualismo, il pensiero sequenziale e astratto e sulla separazione fra pensiero razionale e sfera emotiva: a ciò contrappone la mentalità «empatica», il senso di appartenenza comunitaria o di tribù, la disponibilità emozionale dell’umanità plasmata dai media elettrici.
I media modificano la nostra natura senza che noi ne siamo minimamente coscienti, per cui ci ritroviamo intrappolati in «forme di vita» totalmente subordinate alle nostre tecnologie di comunicazione.

FOMO[3] («Fear Of Missing Out») è la paura di essere tagliati fuori.

Ultima delle malattie, riscontrate dall’uso delle tecnologie del nostro secolo ossessionato dalle comunicazioni, è il pensiero costante che gli altri stiano facendo qualcosa di più interessante di quello che stiamo facendo noi; e che ci stiamo perdendo qualcosa.
Una nuova ossessione. Geert Lovink[4] sostiene che coltiviamo la nostra ossessione collettiva per l’identità e il marketing self di noi stessi, in una situazione di frammentazione e sovraccarico di informazioni.

Il torrente continuo di informazioni scivola ormai sui sempre-connessi che vivono tra uno stato di narcosi e l’iper-eccitazione chimica dello stimolo a competere.

E di nuovo torna il fascino perverso dei «giardinetti recintati» che le corporation costruiscono attorno ai loro utenti. Dove tutto ci spinge sempre più verso una vita googlizzata nella società della consultazione online: sono i motori di ricerca (leggasi: Google), i social network come Facebook e Twitter a creare automaticamente le nostre relazioni sociali, e «quel che percepiamo come personale viene ridefinito dal sistema come qualcosa da dare in pasto al motore».
Jaron Lanier[5] ha già tempo lanciato un suo atto di accusa contro: 1. i rischi di manipolazione tecnologica della mente; 2. i pericoli associati all’esaltazione mistica della rete come cervello collettivo che integra tecnologie della mente; 3. la sostituzione delle vere invenzioni creative con pratiche di assemblaggio promosse dalla nuova industria culturale.

Il concetto di Janier di «lock in» si potrebbe tranquillamente applicare a coloro che, volendo influenzare il senso comune dei flussi conversazionali monopolizzano una nicchia fino a trasformarla in un vero e proprio ecosistema.

L’utente medio ignora che oltre quelle informazioni, trasformate in punti di vista e opinioni emotive, c’è una realtà più complessa, a volte diversa, sicuramente meno banale, per cui non ha altra scelta che adattarsi all’esistente per esserci.
Siamo difronte ad un adattamento di tipo forzato: prima si instaura una relazione gerarchica tra influencers dominanti e individui «ancelle», che non si fonda sulla qualità, ma su meccanismi di indicizzazione emotiva; dopodiché la tecnologia conversazionale dominante obbliga gli individui ad adattarsi ad essa, manipolandone le esperienze cognitive.

Gli individui sono i prosumers dell’emotional sharing[6], trasformazione dell’opinione pubblica in opinione emotiva.

Niente «folle intelligenti», ma folle emotive, nessuna democratizzazione della cultura, ma onde di banale schiacciamento sulla mediocrità.
Nicholas Carr[7], basandosi sulle più recenti acquisizioni della ricerca neurologica, sostiene che le protesi tecnologiche «amputano» le parti del corpo e della mente di cui amplificano le funzioni, mutazioni antropologiche che l’umanità subisce a causa della digitalizzazione e banalizzazione del proprio ambiente digitale.
Da quanto l’utilizzo intensivo delle tecnologie digitali ha invaso la nostra vita, avvertiamo che sta succedendo qualcosa nel nostro cervello, qualcosa che ci impedisce di pensare come pensavamo prima e indebolisce le nostra capacità di concentrazione e il nostro pensiero profondo.
Ossia ci impedisce di mettere in atto associazioni e processi deduttivi, incrementandone sia le competenze sia la capacità di sviluppare idee e posizioni originali e un personale punto di vista sul mondo.

Il digitale ha trasformato la lettura, i processi di conoscenza degli individui da verticali in orizzontali, ha sovraccaricato la memoria a breve termine, complicando l’estrazione di informazioni rilevanti dal rumore provocato dall’overloading dei dati.

La sostituzione delle nostre connessioni cerebrali con quelle del web e visto che le nostre connessioni non servono solo ad accedere ai dati memorizzati, ma sono letteralmente la nostra memoria, ciò significa che ci apprestiamo a trasferire alle macchine parte della nostra mente e della nostra stessa identità.

Il bisogno di essere costantemente in rete, il bisogno di apparire, l’incapacità di pensiero profondo, la memoria labile, la dipendenza dal gruppo e da un ambiente tecnologico in cui la domanda di conoscenza e di informazione non nasce da percorsi di ricerca individuali bensì da emozioni, pratiche e decisioni collettive, condivise dal gruppo di riferimento, modificano profondamente i processi di conoscenza.

I contenuti della conoscenza non contano in quanto tali, ma assumono significato e rilevanza esclusivamente alla situazione contingente; la maggior parte delle conoscenze e delle informazioni che desideriamo ottenere è a un click di distanza, per cui esigiamo risposte immediate e rifiutiamo di perdere leggendo libri.
Già nel 2007 un famoso Rapporto Censis[8] aveva utilizzato la terminologia «Dumbing Down Society» per descrivere il riduzionismo intellettuale, che la nostra società stava vivendo, descrivendola come «una mucillagine sociale che inclina continuamente verso il peggio una società adagiata in un’inerzia diffusa», in oscene esibizioni di emozioni e sentimenti personali, polemiche da bar dell’angolo e tifo da stadio in cui il conflitto è solo aggressività, insulti e rabbia repressa.

La riduzione a routine di comportamento condizionate dalla continua fruizione mediologica di ambienti social, l’occupazione ossessiva del tempo di vita e della nostra attenzione da parte delle timeline di nostro interesse sono un limite gnoseologico, una gabbia epistemologica di framing imposti, un dominio dei sensi e delle emozioni, una prigione cognitiva.

In questa gabbie, il sistema di reputazione, simulacro di qualsiasi matrice cognitiva si voglia organizzare, genera un’influenza egemone e diffusa sul reale, più difficile da definire perché agisce sull’interpretazione del mondo attraverso specchi interposti e meccanismi di influenza biopolitica ed esperenziale.
È così che l’egemonia assume nuova forma di dominio.

Note

[1]Antonio Gramsci, http://www.fondazionegramsci.org/
[1]Marshall McLuhan, http://www.marshallmcluhan.com/
[2]FOMO, http://en.wikipedia.org/wiki/Fear_of_missing_out
[3]Geert Lovink, http://geertlovink.org
[4]Jaron Lanier, http://www.jaronlanier.com/
[5]Centro Studi Democrazie Digitali, http://www.centrostudidemocraziedigitali.it/emotional-sharing-e-polarizzazione-emotiva-della-conversazione-politica-su-twitter-logiche-di-predizione-nella-big-conversation/
[6]Nicholas George Carr, http://www.nicholasgcarr.com/
Censis 41° Rapporto sulla situazione sociale del Paese/2007, http://www.censis.it/10?shadow_ricerca=4424